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Relazione sull’andamento dell’economia Pisana nel 2010

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CCIAA DI PISA-RELAZIONE SULL’ANDAMENTO DELL’ECONOMIA PISANA NEL 2010

2010: un anno caratterizzato da una timida ripresa e da un’economia a doppia velocità.

Ad andare meglio sono soltanto i settori collegati alla domanda estera.Le esportazioni pisane, infatti, dopo un biennio di flessioni tornano in terreno positivo: +10,3%. Nonostante l’innegabile valore di questo risultato la provincia di Pisa, a causa della forte incidenza dei settori industriali particolarmente colpiti dalla crisi, mostra maggiori elementi di fragilità rispetto all’Italia e alla Toscana.
Il territorio non è solo quello che in termini di esportazioni ha perso di più nel corso della recessione, ma anche quello che, con il ritorno alla crescita, ha fatto segnare il recupero meno consistente.

Le prospettive

“La situazione di continuo stato di emergenza in cui ci ha indotto la crisi economica – ha sottolineato il Presidente Pacini – non deve distoglierci dall’obiettivo di fondo, che rimane quello di individuare ed intraprendere percorsi che portino ad un rinnovato sviluppo”.
In questo senso, il territorio pisano ha già intrapreso alcune importanti sfide. Tra queste, significativo appare il progetto di integrazione tra gli Aeroporti di Pisa e Firenze. “Un’integrazione che dovrà però necessariamente passare dalla definizione di un preciso piano industriale e di un sistema di governance che tenga conto dei diversi pesi specifici delle due realtà – ha precisato il Presidente – e magari, in un secondo momento, occorrerà valutare la questione della localizzazione della sede e della direzione operativa del soggetto che verrà a crearsi”.
Non meno importanti per lo sviluppo economico del sistema imprenditoriale pisano, la riqualificazione delle aree industriali ed artigianali di Ospedaletto e Montacchiello, ed il trasferimento alle imprese della ricerca e della tecnologia sviluppate dalle Università e dai Poli di Innovazione.La Camera di Commercio di Pisa ha ormai da diversi anni fatto la sua parte per incentivare la nascita e la crescita di imprese innovative creando, prima in Italia, il “Fondo Rotativo per le nuove imprese innovative” quale importante strumento finanziario per il decollo delle stesse.

I numeri in breve

Export – Pur raggiungendo nel 2010 i 2 miliardi e mezzo di euro di valore, le esportazioni pisane si trovano ancora 18 punti percentuali al di sotto dei livelli registrati nel 2008. E questo perché la ripresa delle vendite all’estero ha riguardato solo alcune componenti del tessuto produttivo locale. Assoluto protagonista del recupero registrato lo scorso anno è stato il comparto “pelli-cuoio”, che da solo ha contribuito per 6 punti percentuali su 10 alla crescita complessiva delle esportazioni provinciali.
Decisamente inferiori gli apporti di altri settori rilevanti del territorio come la meccanica (+2 punti percentuali) e l’elettronica (+1 punto), mentre negativo è stato il contributo dei metalli (-3) e dei mezzi di trasporto (-2).

Industria – La produzione industriale del manifatturiero ha soltanto arrestato il tasso di caduta segnando, nella media del 2010, una diminuzione dello 0,3%: un risultato peggiore di quello regionale e nazionale. Rappresentano un significativo freno alla crescita le performance di settori rilevanti del nostro sistema produttivo, in particolare i mezzi di trasporto e, almeno in parte, le calzature. Anche i settori più orientati al mercato interno, si pensi soprattutto alla filiera edile, continuano a segnalare la presenza di forti criticità. Per contro, la meccanica, la chimica, i metalli ed alcuni spezzoni del sistema moda, soprattutto la concia, hanno mostrato di saper agganciare la ripresa recuperando almeno parte della produzione perduta.

Piccola Impresa – Anche il mondo della piccola impresa e della subfornitura, tradizionalmente più legato alle vicende del mercato interno, non mostra particolari spunti di vivacità. Pur registrando un generale rallentamento della flessione, il fatturato delle imprese artigiane e delle piccole imprese non artigiane della provincia di Pisa fa segnare comunque un segno negativo (5,9% e 3,3%). Un timido segnale positivo proviene dal distretto di Santa Croce sull’Arno, dove la filiera del cuoio, trainata dall’export, torna a registrare evoluzioni lievemente positive, sia in termini di fatturato, +0,7%, che di addetti, +0,2%. Il dato più incoraggiante per il mondo della piccola impresa pisana rimane quello relativo agli investimenti che sarebbero in crescita rispetto all’anno precedente: un importante segno di fiducia nel futuro.

Commercio – Negativa, anche a livello provinciale, l’evoluzione del commercio al dettaglio, che fa segnare nell’anno appena trascorso, una caduta delle vendite nominali di un ulteriore 3%.

Costruzioni – Per quanto riguarda il settore delle costruzioni, le evoluzioni del fatturato e degli addetti delle piccole imprese edili, e le ore lavorate dalle imprese più strutturate, confermano il perdurare della fase recessiva. Le opere pubbliche, depresse dai vincoli del patto di stabilità, fanno sì che anche l’andamento degli importi degli appalti banditi nella nostra provincia registri un’ulteriore contrazione, quantificabile, per i primi undici mesi del 2010, in 3,1 punti percentuali.

Agricoltura e allevamento (settore primario) – All’interno del settore primario, pesanti difficoltà si registrano per i cereali, l’olio e la zootecnia, mentre, grazie alla spinta dei mercati esteri, timidi segnali positivi sono arrivati dal vitivinicolo. In un quadro complessivamente ancora critico il comparto ortofrutta evidenzia segnali confortanti solo per le aziende che sono arrivate a “controllare” direttamente parti significative della filiera.

Turismo – Il turismo, uno dei settori di punta del nostro territorio, segnala evoluzioni tutto sommato positive, grazie ad una crescita delle presenze ufficiali che, dopo il +7,1% del 2009, si assesta nel 2010 al +5,8%.

Sofferenze bancarie – Il 2010, nonostante alcuni segnali di miglioramento, non porta particolare sollievo sul fronte degli equilibri economico-finanziari delle imprese pisane. Sono infatti ancora da evidenziare, sia l’ulteriore aumento delle aziende entrate in procedura concorsuale (+23%), sia la crescita delle sofferenze bancarie, che a fine 2010, raggiungono il 4,1% dei prestiti. Si tratta di un dato, quello delle sofferenze, assai preoccupante, perché superiore al 2,8% registrato dodici mesi prima ed al 3,2% della media Toscana. Nello studio di Unioncamere Toscana sulla situazione dell’economia regionale ad oltre due anni di distanza dall’esplosione della crisi internazionale è emersa una riduzione significativa, dal 22% al 18%, della quota di imprese pisane che ha fatto ricorso all’indebitamento bancario. Il dato è piuttosto preoccupante, poiché solo il 30% delle imprese ha chiesto fondi per effettuare investimenti, mentre il 61% lo ha fatto per coprire il fabbisogno connesso alla gestione del circolante ed il 25% per ristrutturare la propria situazione debitoria.

Rapporto banca-impresa – Ancora complicato il rapporto banca-impresa. Se da un lato la quota di aziende pisane che hanno segnalato maggiori difficoltà nell’accesso al credito è scesa dal 31 al 26% – in Toscana si arriva addirittura al 19% – dall’altro, se consideriamo solo quelle che effettivamente hanno richiesto un finanziamento, la percentuale di chi ha segnalato difficoltà schizza al 52%: ben 8 punti percentuali al di sopra della media regionale. Le principali cause di difficoltà sono spesso riconducibili a fattori non strettamente legati al costo, quali garanzie reali e personali che, nell’87% dei casi sono uguali o superiori al fido richiesto, e anche la minore quantità di credito concesso rispetto alle richieste. Si tratta di dati che da soli sono in grado di motivare lo sforzo compiuto dalla Camera di Commercio di Pisa sul versante degli interventi di sostegno al credito che, nel solo 2010, ha visto un impiego di risorse pari a 2,4 milioni di euro.

Crisi: Italia,esiste un rischio “bolla” delle famiglie?

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Fonte:keynesiano

DATI CONTRASTANTI.

Mutui: Nomisma, per il 40% difficoltà nei pagamenti.

Non saremo gli Stati Uniti ma i dati del rapporto Nomisma sulla condizione abitativa non sono per nulla rassicuranti: quasi il 40% degli italiani con un mutuo fa infatti fatica a pagare le rate. I dati, del novembre 2009, sono meno allarmanti di quello che può sembrare perché in Italia solo il 24% delle famiglie proprietarie ha un mutuo quindi il dato totale è inferiore al 10%. Ma per questa fascia, che rappresenta 1,6 milioni di famiglie, la fine del mese è sempre più lontana, in particolare il 6,8% indica di avere molte difficoltà mentre per il 30,3% esistono difficoltà ma non gravi. La famiglia più colpite da questa situazione sono quelle che hanno un capo famiglia oltre i 45 anni, che risiedono al Sud Italia, hanno quattro o più componenti, un basso livello di reddito e abitano in una casa di grandi dimensioni, superiore a 120 metri quadrati. La predilezione per la casa di proprietà però non vacilla nemmeno in queste circostanze e infatti solo l’1,2% dichiara di non essere soddisfatto della condizione di proprietario, mentre gli altri affrontano queste difficoltà con soddisfazione.

Rapporto ABI di Dicembre 2010

Le finanze delle famiglie italiane tengono, nonostante la debolezza dell’attuale ciclo economico.

La conferma delle capacità nostrane sul fronte della gestione del portafoglio viene dal terzo numero del “Report trimestrale-indicatori di indebitamento, vulnerabilità e patologia finanziaria delle famiglie italiane”, realizzato dall’Abi in collaborazione con il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

Lo studio di Palazzo Altieri segnala che crescono i finanziamenti per la casa favoriti sia dall’effetto di calmieramento dei prezzi degli immobili a causa della crisi sia dal basso livello dei tassi d’interesse.

E così a giugno i prestiti per l’acquisto di abitazioni hanno fatto segnare un +4,7 per cento (+9,5 per cento a giugno del 2009). I dati più recenti – relativi a ottobre – segnalano una crescita dell’8,3 per cento. Nonostante questo aumento, il livello di indebitamento delle famiglie rimane contenuto, anche rispetto al confronto internazionale, proprio grazie al basso livello dei tassi d’interesse.

Il rapporto tra rata media sui mutui per l’acquisto della casa e reddito, in crescita, si è comunque mantenuto su livelli moderati. A giugno il complesso delle rate assorbiva il 5,2 per cento del reddito di tutte le famiglie italiane, +1 per cento rispetto a un anno prima ma del due per cento in calo rispetto alla metà del 2008. Buone notizie anche dall’incidenza delle sofferenze del “debitore famiglia” che si contiene all’1,5 per cento del totale erogato, con un incremento pari alla metà di quello verificatosi durante la recessione del 1992-1993. Secondo il report di Abi-ministero del Lavoro la maggiore solidità delle famiglie del Bel Paese è anche il risultato dell’attenta politica di erogazione dei mutui da parte delle banche.

L’incidenza del mutuo rispetto al valore dell’immobile in Italia è pari al 65 per cento, mentre nella media dell’area euro è del 79 per cento (Germania 70 per cento, Irlanda 83 per cento, Spagna 72,5 per cento, Francia 91 per cento, Olanda 101 per cento).

Tra gli indicatori di vulnerabilità è stato preso in considerazione l’indice di accessibilità all’abitazione, costruito dall’ufficio Analisi economiche dell’Abi sulla base di prassi metodologiche internazionali e stime su dati di Agenzia del Territorio, Istat e Banca d’Italia e che permette di misurare la possibilità di acquisto della casa da parte della famiglia media, dato l’apporto del credito bancario, dei livelli di reddito e dell’andamento del mercato immobiliare. Ebbene, l’indice di accessibilità è da circa due anni in progressivo miglioramento, a testimonianza di una maggiore possibilità di acquistare una casa con l’accensione di un mutuo.

L’indice di affordability mostra che a giugno la rata che la famiglia media deve pagare per comprare la propria casa, nel caso di mutuo a tasso fisso, è pari al 24,5 per cento del reddito disponibile.

Sos Unione inquilini: sfratti per morosità in aumento.

Gli sfratti in Italia sono in aumento. Lo sostiene l’Unione Inquilini, che ha elaborato l’andamento delle sentenze di sfratto degli ultimi anni. I dati non lasciano dubbi: gli sfratti per morosità subiscono una impennata, soprattutto negli ultimi 2 anni, in coincidenza con l’esplodere della crisi che ha devastato la condizione dei redditi popolari. Ancora più significativo è guardare il cambiamento della composizione interna delle differenti motivazioni degli sfratti (necessità del proprietario, finita locazione e morosità) nella sequenza storica: nel 1990, la morosità rappresentava il 26% del totale degli sfratti emessi, nel 2009 ha raggiunto quasi l’85%. Continua a leggere l’articolo

Dati ufficiali degli sfratti del 2009 del Ministero degli Interni – file pdf pag.6

Alloggi di edilizia sociale sul totale degli alloggi occupati (val. %)


Fonte: elaborazione Censis su dati rapporto Housing Statistics in the Eu 2004

Crisi: 1°Rapporto sulla stabilità finanziaria

Rapporto sulla stabilità finanziaria n. 1, dicembre 2010

Fonte:keynesiano

Sintesi

La crescita mondiale prosegue ma rallenta; permangono rischi – La crescita dell’economia mondiale prosegue ma rallenta, con andamenti diseguali tra aree. La dinamica del prodotto nel 2011 si prospetta sostenuta nei paesi emergenti e in via di sviluppo, moderata nelle economie avanzate. In Italia il PIL si espanderebbe a ritmi inferiori alla media dell’area dell’euro.

Nelle economie avanzate l’intensità della ripresa è connotata da rischi. La domanda mondiale potrebbe risentire del rientro delle misure straordinarie di sostegno attuate durante la crisi; le decisioni di spesa di famiglie e imprese potrebbero essere frenate dall’esigenza di ridurre l’indebitamento e dalla lentezza della ripresa dell’occupazione. Le tensioni nell’offerta di credito potrebbero riemergere.

I mercati risentono del deterioramento dei conti pubblici… Nell’area dell’euro i mercati risentono del peggioramento dei conti pubblici; nei paesi con acuti problemi di bilancio i premi per il rischio sono molto elevati. I rischi di contagio sono stati contenuti dalle misure eccezionali attuate dalle autorità europee.

In prospettiva, il persistere degli squilibri di finanza pubblica nei paesi avanzati rischia di frenare gli investimenti, di alimentare timori di inflazione, di ampliare ancora i premi per il rischio sul debito sovrano. Ne potrebbero derivare rialzi significativi dei tassi a medio e a lungo termine, con effetti negativi sulla ripresa e sui mercati dei capitali.

…e dell’incertezza sulla solidità della ripresa – Le favorevoli aspettative sugli utili delle imprese e il calo dei tassi di interesse hanno sostenuto la ripresa dei mercati azionari e obbligazionari a livello globale. La solidità di questo miglioramento dovrà trovare conferma nelle condizioni di fondo dell’economia, poiché l’abbondante offerta di liquidità a basso costo da parte delle banche centrali è destinata nel tempo a venire meno.

Il basso livello dei tassi di interesse nei paesi avanzati può spingere gli investitori ad assumere rischi elevati, al fine di conseguire rendimenti anch’essi elevati. Crescenti afflussi di capitali si indirizzano verso i paesi emergenti, spingendovi al rialzo i prezzi delle attività finanziarie.

La redditività delle maggiori banche internazionali potrebbe ridursi – Il recente recupero di redditività delle maggiori banche internazionali potrebbe essere in parte temporaneo. Le misure pubbliche di sostegno varate in molti paesi sono state eliminate o si stanno esaurendo; i ricavi da negoziazione, legati alle favorevoli condizioni di mercato nei mesi scorsi, potrebbero diminuire; il margine di interesse, compresso dal basso livello dei tassi, potrebbe risentire dell’attenuazione della pendenza della curva dei rendimenti indotta dalle nuove misure di stimolo monetario avviate in più paesi. Nel prossimo biennio le banche dovranno rifinanziare un ingente ammontare di obbligazioni, in una fase di forte aumento del ricorso al mercato da parte di imprese ed emittenti sovrani.

Per il complesso dell’area dell’euro la domanda di rifinanziamento da parte delle banche presso la banca centrale è in calo; la liquidità in eccesso rispetto all’obbligo di riserva si è ridimensionata. Alcuni intermediari incontrano difficoltà di accesso ai mercati, cui fanno fronte grazie al ricorso all’Eurosistema. La rimozione delle misure straordinarie di offerta di liquidità richiederà in prospettiva modifiche nei canali di raccolta di fondi.

In Italia la situazione di famiglie e imprese è ancora influenzata dalla crisi – In Italia la situazione finanziaria e la redditività delle imprese sono in miglioramento, ma risentono ancora degli effetti della crisi. Le tensioni emerse durante la recessione si sono propagate all’interno del sistema produttivo attraverso l’allungamento dei tempi di pagamento tra imprese. Il grado di indebitamento delle aziende non è fuori linea nel confronto internazionale, ma l’alta quota di debiti a breve termine e la prevalenza tra le passività a lunga scadenza di contratti a tasso variabile accrescono, in prospettiva, i rischi connessi con un rialzo dei tassi di mercato.

La situazione finanziaria delle famiglie italiane rimane nel complesso solida, grazie al contenuto indebitamento e all’elevata quota di attività a basso rischio. Tuttavia, la rapida crescita dei mutui a tasso variabile aumenta i potenziali effetti di un incremento degli oneri finanziari. Inoltre, l’indebitamento per l’acquisto di abitazioni, pur rimanendo concentrato tra le famiglie a più alto reddito e maggiore solvibilità, prima della crisi era cresciuto significativamente anche tra i meno abbienti, per i quali il servizio del debito incide maggiormente sul reddito.

La valutazione dei mercati sulla solidità delle banche italiane risente dei rischi sul debito sovrano nell’area dell’euro – In Italia, come in altri paesi dell’area dell’euro, la valutazione degli investitori circa la solidità delle maggiori banche risente delle tensioni sui titoli sovrani di alcuni paesi. Gli indicatori di mercato e le misure di rischio sistemico mostrano tuttavia che gli effetti sulle nostre banche sono nel complesso contenuti.

La dinamica dei prestiti è in ripresa – È tornato a crescere il credito alle imprese, soprattutto quello erogato dalle banche maggiori; vi contribuisce la ripresa della domanda, oltre che il rientro delle tensioni nell’offerta. Anche il credito alle famiglie è in accelerazione. In base alle nostre analisi, queste tendenze proseguirebbero nell’anno venturo.

La qualità del credito mostra segni di miglioramento – La qualità del credito risente ancora della recessione del 2009, ma i dati più recenti forniscono segnali di stabilizzazione del flusso di nuove sofferenze. In base a stime coerenti con l’evoluzione attesa delle principali variabili macroeconomiche, nel 2011 il tasso di ingresso in sofferenza dei prestiti diminuirebbe sia per le famiglie sia per le imprese. Queste previsioni sono connotate da incertezza, legata soprattutto all’evoluzione del quadro macroeconomico.

L’esposizione estera è stabile – L’esposizione estera degli intermediari italiani è nel complesso stabile. Aumenti si registrano nei confronti di paesi dell’Europa centrale e orientale, caratterizzati da un miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie ma anche da rischi di credito elevati. È limitata l’esposizione verso le banche estere. Il basso peso dei prestiti ai paesi dell’area dell’euro con situazioni deteriorate di finanza pubblica contiene gli effetti di bilancio delle tensioni sui debitori sovrani.

La posizione di liquidità è equilibrata – La posizione di liquidità a breve termine delle nostre banche è equilibrata; l’elevato peso della raccolta al dettaglio conferisce stabilità alla provvista; il funding gap si mantiene favorevole. Il ricorso al rifinanziamento presso l’Eurosistema è molto contenuto, anche nel confronto con gli altri paesi dell’area dell’euro. Nel prossimo biennio, tuttavia, le banche italiane, al pari delle altre, dovranno rifinanziare volumi ingenti di titoli in scadenza.

Sono scesi i rischi di mercato e sono stabili quelli di controparte – I rischi di mercato sono in flessione. Un aumento dei tassi di interesse avrebbe effetti limitati, in più casi positivi. I rischi di controparte sono rimasti bassi, dato che le posizioni positive e negative sul mercato dei derivati sono bilanciate a livello di singolo intermediario.

Le prospettive di redditività restano incerte – I risultati economici delle banche risentono ancora degli effetti della recessione. Nei prossimi mesi la redditività bancaria potrà beneficiare della ripresa dei prestiti e del possibile graduale miglioramento della qualità del credito. Le prospettive sono rese però incerte dal basso livello dei tassi, dai timori circa l’intensità della crescita dell’economia e da possibili, nuove tensioni sul mercato dei titoli sovrani. In futuro, un duraturo innalzamento della redditività richiederà di incidere stabilmente sui costi, che in rapporto ai ricavi risultano ancora superiori alla media europea.

Il patrimonio dovrà essere ancora rafforzato – Le banche italiane hanno rafforzato il patrimonio attraverso molteplici interventi: aumenti di capitale, patrimonializzazione degli utili, emissione di titoli sottoscritti dal Ministero dell’Economia e delle finanze, cessioni di attività. In una fase di ripresa ciclica caratterizzata da rischi rilevanti, sia finanziari sia creditizi, è essenziale consolidare la crescita dei mezzi propri.

In una prospettiva di più lungo periodo, i nostri maggiori intermediari, così come le principali banche internazionali, dovranno compiere uno sforzo rilevante per adeguarsi ai più stringenti requisiti di capitale varati dal Comitato di Basilea. La lunga fase transitoria attenuerà le ricadute delle nuove regole sia sulle banche sia sull’economia reale.

Le assicurazioni fronteggiano gli oneri connessi con i bassi tassi di interesse – Nel complesso, le compagnie assicurative italiane presentano una esposizione contenuta alla possibile instabilità dei mercati finanziari. Esse devono tuttavia fronteggiare gli oneri connessi con il basso livello dei tassi di interesse.

Sono mutati i comportamenti degli intermediari sui mercati – Sui mercati italiani gli operatori mostrano una crescente attenzione ai rischi di credito e di liquidità.È aumentata la quota degli scambi garantiti a scapito di quella delle transazioni non garantite. È aumentata la percentuale delle negoziazioni over-the-counter (OTC). È diminuita l’incidenza degli scambi con operatori esteri. Queste trasformazioni hanno consentito agli intermediari di contenere i rischi, in una fase di instabilità del sistema finanziario globale. Tuttavia, il ricorso massiccio a transazioni OTC può danneggiare la trasparenza del mercato; la tendenza a negoziare con operatori nazionali può limitare il novero delle potenziali controparti.

Il mercato dei titoli di Stato ha garantito liquidità agli scambi – Nel 2010 il mercato secondario telematico ha garantito continuità agli scambi di titoli di Stato anche nelle fasi di maggiore tensione. La domanda di titoli pubblici italiani si è mantenuta elevata, consentendo al Tesoro di proseguire nella politica di allungamento della durata media del debito.

Le infrastrutture di pagamento hanno garantito affidabilità e continuità – Le infrastrutture di pagamento hanno fornito un decisivo contributo all’ordinato svolgimento delle negoziazioni sui mercati italiani. Nel 2010 sia il sistema di regolamento lordo dell’area dell’euro, TARGET2, sia le infrastrutture nazionali hanno garantito piena continuità di funzionamento.

Approfondimenti:

Lezione magistrale del Governatore su crescita, benessere e compiti dell’economia politica
05-11-2010

Il Governatore Mario Draghi ha tenuto oggi una lezione magistrale su “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica” al convegno in ricordo di G. Fuà organizzato ad Ancona dall’Istao (Istituto Adriano Olivetti di studi per la gestione dell’economia e delle imprese), dalla Facoltà di Economia “G. Fuà” e dall’Associazione degli Economisti di Lingua Neolatina.

Crisi: Marchionne la Fiat andrebbe meglio senza la zavorra degli stabilimenti italiani.

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Fonte: Keynesiano

Marchionne: La Fiat andrebbe meglio senza gli stabilimenti Italiani, basta vedere in che posizione è l’italia nella competitività mondiale.

Wef: Italia al palo su competitività,dietro Barbados e Portorico. Ferma a 48esimo posto su 139 paesi, Usa in calo, Svizzera prima.

Il rapporto World Economic Forum (WEF) sulla competitività globale evidenzia che:il gruppo di élite all’interno della relazione sulla competitività mondiale comprende paesi come Germania , Giappone, Svezia , Australia, Canada, Stati Uniti, Svizzera, Regno Unito e Singapore.

La relazione annuale, rilasciata dal World Economic Forum, valuta la competitività di ogni paese sulla base di alcuni indicatori organizzati in 12 pilastri, con ogni pilastro che rappresenta una zona considerata come fattore importante di competitività (e di conseguenza crea un vantaggio competitivo di sistema).

I 12 pilastri sono rappresentati da : istituzioni, infrastrutture, stabilità macroeconomica, sanità e istruzione primaria, istruzione superiore e formazione, mercato dei beni di efficienza, efficienza del mercato del lavoro, di sofisticazione del mercato finanziario, preparazione tecnologica, dimensioni del mercato, qualita e sofisticazione del business e innovazione.

L’anno scorso, la Svizzera si e’ classata in testa alla classifica generale in The Global Competitiveness Report 2009-2010. Gli Stati Uniti sono caduti un posto in seconda posizione, con l’indebolimento di suoi mercati finanziari e la stabilità macroeconomica. Singapore, Svezia e Danimarca completano le prime cinque dello scorso anno.

Tabella completa competitività paesi – file pdf

Marchionne fa il suo lavoro, ma questo non comprende l’essere come pinocchio.

In questo Post sollevavavo qualche dubbio, sul fatto che i lavoratori Italiani siano meno produttivi. Mantengo questa posizione, spetta a quelli come Marchionne dimostrare il contrario dicendo la verità per intero e non la parte che fa più comodo.

Poi concordo con Marchionne sul fatto che produrre in Polonia o nei vari paesi a basso salario, la Fiat, ma più in generale qualunque indutria manifatturiera, può produrre a minor costo e di fatto potrà avere margini di bilancio più remunerativi per il capitale a discapito della foza lavoro. MA QUESTO PER IL METALMECCANICO DA 4MILIONI DI EURO L’ANNO E’ UN PARTICOLARE DI POCO CONTO, LUI E GLI AZIONISTI DELLA FIAT SONO DEI FILANTROPI DEDITI ALLA BENEFICENZA.

E’ da disonesti intellettualmente, addossare inefficenze di sistema sui lavoratori, soprattutto quando i dati sulla produttività per occupato è oltre la media Europea.

Crisi:Ripresa in salita per 400mila lavoratori

Scarica il documento – file pdf pag.235

Fonte: Keynesiano

Una radiografia del sistema industriale italiano.

La crisi colpisce il Sud come il Nordovest e il Nordest. Centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio per un sistema che non reggere la competizione internazionale.

Sono numeri impietosi quelli che si leggono a pag.4 del sole24ore del 21/08/2010.

Con questi dati, e, con una disoccupazione che unita all’incremento della CIG dal 2007 al 2010 porta il tasso di disoccupazione a oltre il 10%, non è difficile prevedere un autunno caldo e di non facile gestione.

Approfondimenti:

IPI: Politiche industriali” Report aprile 2010

IPI: Politiche industriali” Report giugno 2010

IPI: Archivio Report Politiche Industriali

Articoli:

Cari economisti scendete a terra di Joseph Stiglitz

Se l’export cinese trucca la moneta di Paul Krugman

Usa e Cina: cosa succede quando il partner manipola

Crisi: Ma che succede?

Grafico e tabella nostra elaborazione su dati Istat

Fonte : Keynesiano

MA CHE’ SUCCEDE?

Sembra che Fini chieda a Berlusconi di chiudere i conflitti…… ( leggi l’articolo)

Nel frattempo l’istat oggi è uscita con i dati di maggio sull’occupazione nell’industria

dove emerge:

– a Maggio i dipendenti al netto della CIG segnano -5 punti sul 2007 le ore lavorate segnano + 3.3 punti sul 2007.

L’impressione è che: invece di rientrare l’occupazione, le imprese si assestano sul recupero della produzione usando la CIG come strumento di flessibilità per razionalizzare il sistema produttivo.

Questo da una parte aumenta la competitività, ma dall’altra non è propedeutico al rientro dei lavoratori nel sistema , con evidente decurtazione del salario.

Su base annua a Maggio l’occupazione al lordo cig segna un -1,8%.

Nel frattempo la Fiat manda a dire che la newco di Pomigliano,è fuori da Confindustria.Disdetti accordi su monte ore e permessi

Consiglio di leggere L.Gallino su Repubblica di oggi.

Nella speranza che un giorno anche nelle assemblee del PD si faccia una seria riflessione fra capitalisti storici e nuovi capitalisti globali. E’ chiaro che una volta fatta la distinzione è difficile poi dire che il Governo Cinese è un governo progressista, come sarà difficile se non imbarazzante invitare i banchieri facendoli passare per riformisti e eticamente responsabili, anche quando rifilavano i bond parmalat alle nostre nonne che erano ignare del rischi intrinseco nel passaggio fra titoli di stato e azioni di aziende private. Figuriamoci se potevano addentrarsi nell’ingegneria finanziaria all’italiana. Che poi detto fra di noi sono i soliti banchieri che hanno riempito di derivati i nostri Comuni.

Visto che siamo un partito in progress, magari se qualcuno intanto definisce l’aggettivo progressista e riformista, sarebbe già un bel passo avanti per una definizione condivisa e non ambigua.

I rischi del Lingotto di LUCIANO GALLINO

Fonte grafico: centro studi Confindustria

Approfondimenti:

Banca D’Italia:

Indagine sulle imprese industriali e dei servizi Anno di riferimento 2009

Il mercato del lavoro italiano durante la crisi

L’economia delle regioni italiane

Il Mezzogiorno e la politica economica dell’Italia

Crisi: Calano i consumi alimentari e diminuiscono i servizi al cittadino.

Il Carrello della spesa è sempre leggero:le vendite al dettaglio in profondo rosso.

La crisi economica non allenta la morsa sul carrello della spesa. E anzi, dopo un periodo di relativa stabilizzazione, i dati sulle vendite al dettaglio sono tornati al rosso profondo, per alimentari e non. Persino nel canale discount.

Secondo le rilevazioni di Istat, a maggio le vendite al dettaglio sono calate dell’1,9% su base annua e dello 0,3% su base mensile. E si tratta di un «risultato negativo», il secondo consecutivo, spalmato omogeneamente a livello tendenziale sia sul comparto alimentare (-2%), che su quello non alimentare (-2%). È il tredicesimo dato tendenziale negativo degli ultimi 17 mesi e il quarto di quest’anno.

In termini congiunturali, le vendite dei prodotti alimentari sono diminuite dello 0,1% e quei dei prodotti non alimentari dello 0,4%. Nel confronto tra i primi cinque mesi dell’anno e il corrispondente periodo del 2009 si è così registrato un ribasso dello 0,5%.

Tornando alla flessione tendenziale delle vendite totali, che a maggio ha sfiorato il 2%, si tratta di una diminuzione che deriva da variazioni negative relative sia alle vendite della grande distribuzione sia a quelle imprese operanti su piccole superfici, rispettivamente -0,5% e -2,9%. Rispetto a maggio 2009 i cali maggiori hanno riguardato calzature (-5,2%) e abbigliamento(-4,5%). D’altra parte tra i principali comparti merceologici se ne contano solamente due in positivo: supporti magnetici e strumenti musicali (+3,6%) ed elettrodomestici, tv, radio e registratori (+1,6%).

Nel 2011 oltre un terzo dei comuni dovrà tagliare più del 10% delle spese.

«Oltre un terzo dei comuni dovrà realizzare nel 2011 un taglio della spesa superiore al 10% o, in altri termini, oltre un quarto degli enti dovrà chiedere ai propri cittadini un contributo superiore ai 100 euro». Sono questi gli effetti sui comuni “imposti” dalla manovra di Tremonti, al giro di boa alla Camera e illustrati nel rapporto Ifel «Il quadro finanziario dei Comunì», presentato, a Roma, assieme al presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino.

Lo studio sottolinea, poi, che nel 2012 il livello di insostenibilità crescerà sensibilmente poiché «metà dei comuni si troverà nella posizione di dover tagliare la spesa per più del 10% e circa il 35% dovrà chiedere un contributo maggiore di 100 euro pro capite».

Lo ricerca evidenzia, ancora, che i livelli di insostenibilità descritti «sono abbastanza equamente distribuiti lungo il territorio per il 2011, mentre tendono a concentrarsi maggiormente nel Mezzogiorno a partire dal 2012, quando andranno, quindi, a discapito dei comuni del Sud».

Per rendere la manovra più sostenibile per gli enti locali, l’Ifel indica la necessità di separare il patto di stabilità dalla manovra, vale a dire «limitare l’azione del patto alla fissazione di obiettivi finanziari validi anche nel medio periodo e confinare il contributo straordinario del comparto al risanamento dei conti pubblici a interventi ad hoc valutati esternamente agli equilibri finanziari degli enti».

Lo studio dell’Ifel analizza infine il nuovo assetto del sistema impositivo comunale, così come dovrebbe emergere dall’attuazione del federalismo fiscale.


giugno: 2017
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