Archive for the 'PD' Category

L’On. Gianni Cuperlo,riflette sulla questione morale.

SULLA QUESTIONE MORALE

Pubblicato il 2 agosto 2011 POLITICA

La questione morale, di questo si torna a discutere e giustamente. Nuove inchieste investono partiti diversi compreso il nostro, ma una volta scorsi il merito delle accuse e la qualità delle reazioni solo la faziosità può precipitare tutti nello stesso pastone. Per noi parlano i fatti: fiducia nei giudici, garantismo, rispetto della Costituzione con norme trasparenti per i bilanci dei partiti e rigore del ceto politico chiamato a difendersi sempre “nel” processo come qualsiasi altro cittadino. Cose assolutamente necessarie. La domanda è se siano anche sufficienti. Se sono in grado di accorciare la distanza tra il paese e chi lo rappresenta. Su questo ho un dubbio.

Penso che la nostra reazione abbia riempito la metà del bicchiere, il che è molto più di quanto fanno gli altri. Ma per colmarlo del tutto va compreso il giudizio maturato in questi anni su istituzioni e partiti. Insomma, se la domanda di rigenerazione è anche di tipo simbolico, la risposta non può essere solo procedurale. Aspetto questo rilevante perché l’unico in grado di incidere il bubbone, ma che non esaurisce la premessa sull’utilità e agibilità della politica, a cosa serve e chi è in grado di entrarvi. Il nodo non riguarda solo l’Italia anche se qui assume profili esasperati. Se accade è soprattutto perché più di ieri paghiamo l’identificazione dei partiti con le istituzioni.

Problema antico se già trent’anni fa vi era chi lo denunciava, e purtroppo aggravato a causa di partiti via via “statalizzati”, dunque sempre meno piantati nel paese e sempre più assimilati al governo. La tendenza si spiega anche col peso delle leadership nella competizione elettorale a tutti i livelli, dai sindaci al premier. Essendo quella la dimensione dove si concentrano energie e risorse, i soggetti organizzati finiscono col sovrapporsi all’arena istituzionale per due ragioni almeno. La prima è che lì si misura il potere effettivo mentre fuori da lì si riducono i legami culturali e la spinta a una militanza di parte nel senso di un’impresa collettiva proiettata oltre il conteggio dei voti. L’altra è figlia di un sottogoverno dilatato, una specie di boscaglia che andrebbe drasticamente sfoltita. Parlo delle 3.600 aziende partecipate dal pubblico, dei 23mila consiglieri d’amministrazione, delle 12mila poltrone nei collegi sindacali e dei circa 3mila incarichi apicali. Un esercito. E neppure efficiente se è vero che oltre il 60% di queste società chiudono il bilancio in deficit.

Dati conosciuti che rendono più difficile smontare la percezione delle forze politiche per come è stata introiettata da milioni di persone. E questo nonostante la grandissima parte degli amministratori, nostri e non solo, gestiscano il bene pubblico con onestà, intelligenza e rigore. Ma il punto rimane ed è nel bisogno di separare le due sfere: i partiti e il governo. Cosa non facile se noi stessi indichiamo nelle amministrazioni il luogo privilegiato, se non esclusivo, dal quale attingere la nostra classe dirigente. Ma è anche questo un modo per convalidare quella fusione e condizionare le “carriere”, soprattutto nella costruzione di un consenso in grado di promuovere singoli o correnti verso quel solo traguardo. Se vogliamo dirci la verità, una parte dei costi impennati della politica viene da qui. Da quanto “si paga” oggi diventare consigliere comunale, provinciale o regionale (ai parlamentari, si sa, provvede una legge impresentabile). Da quanto costa in termini di autonomia e denaro. La domanda allora è se nella selezione del personale politico vive oramai l’intreccio tra la fedeltà a un Capo e un accesso di nuovo patrimoniale alle cariche pubbliche. Perché se questo legame esiste, anch’esso fa parte di quel clima che definiamo antipolitica, ma al fondo per molti è solo la presa di distanza da un’impostazione sulla quale noi per primi dobbiamo riflettere.

Lo dico perché, dietro quel sentimento, c’è anche la disponibilità verso una forza come il Pd capace di ripensare se stessa come faremo in autunno con un’assemblea tutta centrata su questi argomenti. In altre parole, il tema che nessuna procura può risolvere è come cambiano senso e funzione della politica. Ora, poiché l’interrogativo investe il modello di democrazia prima che il codice penale, ad esso non potranno rispondere i giudici. Devono rispondere i partiti, ovviamente se trovano il coraggio di rifondare se stessi nella collettività e non solo nei “palazzi”. Letta così la “nostra” questione morale non riguarda tanto il settimo comandamento, premessa scontata e che comunque ci impone, come stiamo facendo, di accelerare ogni misura di prevenzione e contrasto della corruzione. La radice del problema, almeno per noi, è tutta nel vuoto di risposte all’impoverimento etico dei partiti e alla crisi del loro ruolo. Insomma il tema del “chi” rappresenta “chi”, in nome di quali valori e per fare “che cosa”.

La destra questo divorzio tra società e politica lo ha incentivato in tutta coscienza, perché se per decenni idolatri economia e mercati a scapito del resto, l’esito sarà una separazione tra le ragioni della morale e i contenuti del pubblico percepiti come una variabile marginale o da affidare ai tecnici. Ne sono discese “democrazie oligarchiche” e partiti poco autonomi. A quel punto la stessa retorica sul rinnovamento, anche nel nostro campo, ha scelto di concentrarsi sulle persone riempiendo i giornali di volti nuovi, biografie e certificati anagrafici, mentre il ricambio delle idee svaniva all’orizzonte. Ma è questa abiura interiore la radice del problema. La realtà, non felicissima, è che oggi l’antipolitica alberga in primo luogo nella politica. In un’idea impoverita dell’impegno soggettivo troppo centrato sulla conquista dell’istituzione. Come se “farsi partito” potesse coincidere col “farsi governo”. Ma i partiti non possono ridursi a quello. La loro natura è occupare uno spazio più ampio, e direi anche più suggestivo, della sola dimensione istituzionale. Da sempre le culture politiche (perché dove non ci sono culture politiche non vi sono neppure partiti) filtrano interessi conflittuali della società, dell’economia, dei saperi.

Delegare questa mediazione interamente al governo o all’amministrare prima che sbagliato è pericoloso perché rimuove ogni zona intermedia tra il consenso, quando c’è, e la frattura, quando esplode, spesso in forme insanabili. Anche per questo rinchiudere i partiti nella rappresentanza è funzionale al modello dell’uomo solo al comando. Perché concentra le aspettative sul potere e riduce ogni altro strumento della partecipazione. Se conta solo la decisione conterà solo chi decide. Ma la forza di partiti e movimenti è stata soprattutto nel “processo” che ha condotto a soluzioni mediate, condivise, convissute. Non è poco. Dietro quella funzione c’è un pezzo della nostra storia. Ci sono le passioni forti e tragiche del Novecento. C’è la scoperta della politica accessibile alle masse e partiti in grado di ricostruire una nazione. Ci sono piazze popoli bandiere. E inni e simboli. C’è un’idea del mondo e delle leve capaci di scuoterlo, come accade tuttora. So benissimo che la strada non è tornare a un passato remoto, ma forse, se depurata dai riti, in quella sostanza c’era del buono. E quel buono era anche un ceto politico impastato di umiltà e una forza che gli venivano dall’ascolto e dalla relazione col fuori.

Ecco, forse è tempo di invertire il senso di marcia. Per riuscirci si deve ripiantare e coltivare come un bene indisponibile la distinzione tra partiti e istituzioni. Chiamiamola pure una riscoperta dell’autonomia della politica rispetto allo Stato. Ma è la sola via per ridare influenza alle classi dirigenti: abbassando la soglia dei costi o dei privilegi quando ci sono, e insieme elevando il discorso pubblico. In fondo è quello che ci è stato chiesto nell’ultima fase e che ci ha spinto al successo nel voto per i sindaci e per i referendum. Cos’erano quelle folle, quelle piazze, se non un attestato di volontà e un segno di rottura? Sarebbe da irresponsabili liquidare un patrimonio del genere arruolandolo tout court nel campo dell’impolitica. Dopo gli anni bui della destra quei mondi, di donne lavoratori movimenti, sono la condizione per aprire una fase costituente che ponga al centro la qualità della nostra democrazia, il bene più prezioso che c’è. Seppure in un passaggio che non è privo di apprensioni chi se non i democratici e una sinistra più larga è in grado di farlo?

Buone cose

Un partito nuovo il partito democratico di Alfredo Reichlin

Fonte:L’Unità.it

Sul significato di questa valanga di voti per i referendum si sono già dette molte cose. Conviene rifletterci bene perché le novità sono grandi: dopotutto è una nuova generazione che sta prendendo la parola. Non è poco. Non credo che si tratti solo di una condanna politica di Berlusconi. Certo, anche, ed è fondamentale. Ma nel voto di quei 25 milioni di italiani (ben oltre i confini della sinistra) c’è, io credo, un fenomeno più profondo: il bisogno della gente di riappropriarsi della propria vita.

Bersani parla di una riscossa civica. È vero, ma rispetto a che cosa? Non solo alle vergogne del “bunga-bunga” ma anche (non nascondiamocelo) al degrado della politica: la politica senza finalità, senza analisi né programmi, alla ricerca di un consenso a breve, subalterna al potere economico. Mi ha colpito l’indignazione di qualcuno per il “semplicismo” del quesito sull’acqua e sul nucleare. Sì, era semplicistico ma ciò che non si è capito è il sentimento che finalmente si rivela con tanta forza dopo anni e anni in cui si è fatta solo l’esaltazione dell’individuo negato come persona perché la “società non esiste”.

È il bisogno di “beni comuni” e di qualità della vita che si è rivelato. Emerge, finalmente, un enorme bisogno di giustizia che ho sentito nel grido di una donna semplice: ci avete tolto il lavoro, ci avete reso precari, vi siete arricchiti scandalosamente, voglio almeno impedirvi di prendervi quel più semplice dei beni comuni che è l’acqua. Una ingenuità, certo ma la sinistra se è intelligente deve capire che c’è un enorme bisogno di relazioni sociali, di senso delle cose, di significati della vita, di regole. Io parto da qui. Ed è per questa ragione (sta mutando qualcosa nel rapporto tra politica, economica e società) che sento il bisogno di un partito nuovo. Non più la somma di vecchie storie. Il partito democratico. Un soggetto politico che vuole mettere in campo un movimento riformatore molto vasto, il quale sia sorretto da una cultura in grado di rileggere i problemi italiani alla luce del rapporto sempre più intrinseco tra l’Italia e il mondo.

Ma voi che analisi fate – mi ha chiesto un vecchio amico – se non tenete conto di come il super potere finanziario sta cambiando ovunque le mappe sociali e il rapporto tra il denaro e la ricchezza reale? Vi rendete conto di che cosa comporta questo tipo di austerità imposta dalla destra europea? Non avrete mai lo sviluppo, e finirete col fare la fine della Grecia.
In effetti è questa la grande tragedia che incombe, per fronteggiare la quale è vitale sgombrare il campo da questo governo che non governa. È a fronte di questo rischio mortale che il dovere del Partito democratico è mettere in campo un nuovo progetto dell’Italia.

Ma non basterà agire “dall’alto”: bisognerà risvegliare le risorse più profonde e vitali del Paese. Ecco la grande impresa in cui si è messo il Pd. È quella di restituire alla democrazia il potere di decidere, il che al fondo consiste nel rovesciare il rapporto di subalternità della politica rispetto all’economia. La democrazia non solo come procedura ma come la libertà delle persone, le quali attraverso un nuovo potere politico vengono messe in condizione di decidere del proprio destino. È qui che si fonda la ragione della riunificazione delle forze riformiste e la novità del profilo di una forza che assume la missione di restituire al “principe” (cioè alla gente) l’enorme potenziale creativo degli italiani, la loro libertà di scegliere, di intraprendere, di realizzarsi.

È in questo orizzonte che io vedo la necessità di rialzare la bandiera del lavoro. Un lavoro che non è solo il lavoro operaio ma, certamente, anche dell’imprenditore, del produttore, dell’intellettuale, dell’artigiano. Una cosa diversa rispetto al lavoro dei tempi di Di Vittorio. Ma una cosa altrettanto forte. Si tratta di una idea di giustizia e di solidarietà, capace di coinvolgere i ceti più moderni e creativi riconoscendo i meriti oltre che i bisogni, e dando la parola a una nuova generazione che è insofferente delle vecchie bordature.

Sono sempre stato convinto che non si possa formare un grande partito senza una visione di lungo periodo. Ma in cosa consiste oggi questa visione se non nel pensare il processo di emancipazione sociale come un fenomeno che non cancella i contrasti di classe ma non si riduce a questi? Tutta la storia umana è andata avanti grazie al progressivo affrancamento dell’individuo dalle vecchie barriere in cui si era andata via via organizzando la società: dai vincoli feudali al ruolo dei sessi, fino alle contrapposizioni sociali su basi ideologiche. Ed è per questo che non sono accettabili le logiche di una oligarchia finanziaria che tende a invadere – anche attraverso il controllo dell’informazione e degli strumenti che producono il “senso comune” – tutti gli ambiti della vita. La società non può ridursi a società di mercato, senza disgregarsi. L’individuo lasciato solo non può fare appello a quelle sue straordinarie capacità creative che non vengono dal semplice scambio economico ma dalla memoria, dall’intelligenza accumulata, dalle speranze e dalle solidarietà umane.

Lo sviluppo umano. Dopotutto non è questo l’obiettivo e il segno identitario del Partito democratico, la sua missione originale?

19 giugno 2011

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Enrico Letta è in sintonia con M.Draghi. Evviva Reagan!

Fonte: keynesiano

Fisco: E. Letta, meno tasse per tutti messaggio fuorviante (CorSera)

ROMA – “Berlusconi ha torto. Il suo messaggio che bisogna allentare i cordoni della borsa e che la riforma del fisco significhi meno tasse per tutti e’ fuorviante”. E’ quanto dichiara il vicesegretario del Pd Enrico Letta, intervistato dal Corriere della Sera, ricordando che il premier “si e’ impegnato con l’Ue a una manovra da 40 miliardi incompatibile con l’allentare i cordoni. Tremonti e’ stato efficace nei ‘no’ riuscendo a tenere a bada il deficit”, riconosce Letta. “Il problema e’ che se non si interviene sulla crescita non si risolvono i problemi dell’occupazione e del debito. I tagli lineari – prosegue – funzionano come il 6 politico a scuola: l’alunno somaro resta tale e quello bravo non viene premiato. Bisogna scegliere”.Letta sottolinea che il Pd non appoggerebbe un governo Tremonti.

“Detto questo, bisogna cambiare l’inquilino di Palazzo Chigi. Decida la maggioranza come, non e’ affar nostro. E poi servono elezioni”. Quanto alle ripercussioni sulla Borsa, “reagirebbe con un ‘toro’ al cambio del premier e con un ‘supertoro’ alle elezioni”.

******

“ La politica che preferisco e di fare prima le cose che debbono essere fatte prima. E’ un impegno che è facile eludere allorché non si indicano con chiarezza , ma si lasciano in una nebbia cinfusa,le cose che,prima o poi si intendono fare.” F.D. Roosevelet 4 Marzo 1933.

Certo al casinò sarebbero contenti dell’attuazione del piano Draghi.

Il solito casinò che ci ha portato alla crisi attuale o meglio il casinò è il problema di tutte le crisi che scoppiano nell’economia finanziaria e che inevitabilmente passano alla cosiddetta economia reale ( la produzione di beni e servizi).

Nelle sue considerazioni finali M.Draghi rilancia l’appello Reganiano alla supply-side economics.

Anche se a sinistra, si evita di ammetterlo,è da eretici accostare un reazionario come Reagan a un banchiere illuminato…

Ma come è possibile che Letta possa affermare che le considerazioni di M.Draghi possono essere prese in toto come programma di governo del PD. PER CASO SIAMO DIVENTATI REGANIANI SENZA SAPERLO?

Secondo Draghi, «per incentivare il ricorso al capitale di rischio andrebbe ridotto (…) il carico fiscale sulla parte dei profitti ascrivibile alla remunerazione del capitale proprio». E questa politica economica si chiama supply-side economics.

Tradotto: economia dal lato dell’offerta. Questa teoria ( fra l’altro non provata empiricamente) è tipicamente neoliberista, perché oppone la libera iniziativa di imprenditori detassati, quali rappresentanti dell’offerta, all’economia della domanda, di origine keynesiana, basata sull’intervento pubblico, teso a far crescere occupazione, welfare e, di riflesso, domanda di consumi. Per i neoliberisti lo Stato deve restare a guardare (politiche dell’offerta), mentre per i welfaristi intervenire (politiche della domanda).

In sintesi: E’ la politica, dell’offerta, di tipo Reaganiano e Thatcheriano che di fatto ci ha regalato la crisi attuale. Devastando la società con esiti dubbi di fatto, diminuì l’inflazione grazie alla politica monetaria di tipo espansivo attuata da A. Greenspan, salì di poco l’occupazione, ma sopratutto aumentarono i poveri.

I Nipotini di Milton Friedman

Che cosa si propone di realizzare Draghi una volta insediato al vertice Bce?

«La Banca Centrale Europea ha come obiettivo primario la stabilità monetaria: né la presenza di rischi sovrani né la dipendenza patologica di alcune banche dal suo finanziamento possono far deflettere da questo obiettivo».

Tradotto: politica dell’offerta e taglio della spesa pubblica. Di fatto l’occupazione, almeno a breve, non crescerà, mentre certamente salirà il numero dei poveri.

ORA SE QUESTO PUO’ ESSERE IL PROGRAMMA DEL PD DITECELO SUBITO!

Bisogna essere preoccupati?

Direi di si visto le previsioni di crescita del FMI.

Di fatto da qui al 2015 l’economia mondiale avrà una crescita media annua del 5%, ma i paesi dell’area Euro cresceranno mediamente dello 0,07% annuo. I paesi del G7 avranno una crescita media annua del 2,7%. L’Italia se è fortunata crescerà dell’1% l’anno.

Ora in considerazione delle disfunzioni internazionali dove i paesi in via di industrializzazione hanno una crescita media annua del 7%, prima che il mondo trovi la sua giusta armonia passerà ancora del tempo; nel frattempo sarebbe il caso di incentivare la domanda interna detassando i redditi più bassi al fine di aumentare i consumi interni.

Inoltre bisogna anche demitizzare le capacità tedesche, loro crescono al 4% annuo grazie all’euro che di fatto ha un valore di cambio inferiore all’ex marco tedesco. Di conseguenza la Germania è l’unica nazione che sfrutta il vantaggio dell’euro come dumbing per le sue esportazioni. La moneta unica che è un bene se l’Europa diventa anche politica,ma di fatto ha lasciato inalterate le varie disfunzioni interne ai paesi membri (le svalutazioni competitive della lira servivano a compensare altri fattori e incentivavano le esportazioni, la Cina ha imparato da noi il rapporto moneta/cambi incentivo e disincentivo alle esportazioni).

Chi scrive ha l’impressione che alcuni rappresentanti di spicco del PD faranno di tutto per rivitalizzare Berlusconi in vista delle politiche del 2013.

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Crisi: I pensierini di Mario Draghi nelle sue conclusioni finali

Terremoto nel Pd pisano

Terremoto nel Pd pisano: 4 assessori e 10 consiglieri comunali sottoscrivono un documento per le primarie.

Prende forma pubblica la divisione nel maggior partito della città. Gli assessori Cerri, Zambito Forte e Serfogli e metà gruppo consiliare del Pd interviene nel dibattito dopo la recente tornata elettorale: “E’ nostra ferma opinione che anche a Pisa, dove si parte dall’opera di buon governo messa in campo, stiano maturando i tempi per nuovi orizzonti politici legati a quelli nazionali. Con altrettanta fermezza pensiamo che in tutte le prossime scadenze elettorali, lo strumento delle primarie di coalizione non debba mai essere escluso a priori, nè per le cariche monocratiche, né per i componenti delle assemblee elettive”

Continua a leggere l’articolo su Pisa notizie.

******

Immediata risposta fatta tramite una nota congiunta.

La maggioranza del Pd fa quadrato con una replica siglata da IdV, Psi e Lista Civica.

Immediata la replica al documento firmato dai 4 assessori e dieci consiglieri comunali del Pd. I quattro segretari: “L’allargamento della coalizione avverrà se ci sarà condivisione sulle cose da fare, a partire dal «Programma di mandato». Questo presuppone un giudizio politico chiaro sull’esperienza dell’amministrazione in carica”. Sulle primarie: “Sarà la coalizione a stabilire collegialmente le sue regole: al momento giusto, una volta definiti con chiarezza programmi, proposte ed alleanze politiche”.

Continua a leggere l’articolo su Pisa notizie.

Elezioni: Se D’Alema parla il PD perde

L’INTERVISTA

“Via Berlusconi e faremo la nostra parte per un nuovo governo di fine legislatura”. L’analisi di D’Alema dopo le elezioni amministrative. “Serve un altro premier se no si va al voto. Senza l’opposizione non si fanno grandi riforme, e quella della giustizia sarebbe spazzata via dal referendum” di Massimo Giannini.

Continua a leggere l’articolo su Repubblica.it

Se D’Alema parla il PD perde. Nell’intervista rilasciata a Repubblica l’oligarca cerca di infiltrarsi nel contesto per portare acqua al suo mulino rilanciando la santa alleanza con L’UDC ( la fissa D’Alemiana).

Ora che sono passate le elezioni,la tremenda verità è che queste elezioni hanno spazzato via l’idea del nuovismo anagrafico ( ma non hanno certo rimesso in campo gli oligarchi), va dato atto alla base del PD e ai dirigenti territoriali come Boeri a Milano che subito dopo le primarie si sono messi subito a lavorare per il candidato prescelto. Oggi le primarie sono viste di buon grado anche dal partiti socialisti di Spagna e Francia. MA IN TUTTO QUESTO CHE COSA CENTRA D’ALEMA?

Direi nulla anzi meno di niente, a Torino a vinto Fassino grazie al buon lavoro di Chiamparino e alla  reputazione personale del nuovo sindaco che non è stata intaccata dallo scivolamento sui furbetti del quartierino unica macchia nella sua carriera politica.

Ma D’Alema sono anni che non ne azzecca più una politicamente, era entusiasta della Terza Via Clintoniana e di Blair l’idea di una “Big Society” filantropica in una ipotetica società dove i banchieri morali fanno gli interessi dei bisognosi ( naturalmente dopo averli depredati), durante le primarie Americane D’Alema tifava per la famiglia Clinton. Il solitoBill Clinton responsabile della crisi attuale. Di fatto: nel 1999 i repubblicani presentarono il cosiddetto Gramm-Leach-Biliey Act ,che fu sostenuto dall’amministrazione di Bill Clinton. Con tale provvedimento si intendeva emendare il Glass-Steagall Act, adottato nel 1933 per separare le banche d’affari da quelle commerciali e per proibire alle banche commerciali di fare affari con le aziende impegnate nella sicurezza, nonché per evitare che le banche fossero affiliate ad imprese il cui core business fosse in quel campo. Con il provvedimento del 1999 venne modificata quest’ultima parte della norma del 1933, consentendo alle banche e alle società impegnate nell’industria della sicurezza di essere collegate all’interno di una stessa holding. In questo modo, J.P. Morgan ha potuto acquisire Bear Stearns e Bank of America potrebbe acquisire Merrill Lynch. Il resto è storia e lo stiamo subendo tutti. L’ex inquilino della Casa Bianca si è detto dispiaciuto per aver sbagliato ad ascoltare i consigli dei suoi segretari al Tesoro, Robert Rubin e Larry Summers. Questi, infatti, sostenevano che il mercato degli strumenti finanziari complessi, ovvero i “derivati”, dovesse rimanere per sua stessa natura non regolamentato. “Sui derivati, devo ammetterlo, avevano torto. Ed io ho sbagliato a dargli retta” ha asserito Clinton ai microfoni di This Week, un programma della tv Abc.

D’Alema da presidente del Consiglio,porto Guido Rossa ad affermare “hanno aperto una merchant bank a Palazzo Chigi, l´unica dove non si parla inglese”. E da li per la prima volta un ex PCI sponsorizza pubblicamente i Capitani coraggiosi della scalata Telecom ( sappiamo tutto come è finita).

E’ sempre D’Alema che viene pizzicato in affitto di favore in una casa INPS anche se le casse dell’ente sono in rosso (certo non è l’unico, ma non è una giustificazione eticamente plausibile) si difenderà affermando che non c’è niente di irregolare è tutto secondo legge. Lascerà comunque l’appartamento in affitto e gli va dato atto che è stato uno dei pochi politici a farlo.

D’Alema non contento del passato, si troverà coinvolto anche nello scandalo dei “furbetti del quartierino” dando retta al compagno Consorte AD di Unipol, anche qui oggi sappiamo come è andata Consorte & Co sono stati condannati in primo grado.

D’Alema si spende per le primarie contro Vendola in Puglia, e anche li prende una bella sonata.

E’ sempre D’Alema e il gruppo dei dalemiani di ferro ex PCI come Ugo Sposetti che convincono alcuni “peones” Parlamentari ad appoggiare la proposta di legge sul raddoppio dei finanziamenti ai partiti, affermando che in democrazia devono essere finanziate anche le associazioni culturali di riferimento del partito ( che ci siano problemi finanziari a Italianieruropei?).

IN CONCLUSIONE:

SE VOGLIAMO VINCERE LE ELEZIONI, FATE TACERE D’ALEMA, NON E’ CERTO LA SUA LUNGIMIRANZA POLITICA CHE PORTA LE PERSONE A VOTARE IL PD.

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Elezioni in tempo di crisi

CAPPOTTO!!!!!

Fonte: Keynesiano

Milano C.S. Pisapia 55,1% C.D Moratti. 44,9% – Napoli C.S. De Magistris 65.4% C.D. Lettieri 34,6%. Trieste e Cagliari sono sullo stesso TREND. A Torino Fassino vince al primo turno.

Ora votiamo quattro bei SI ai referendum e cosi facciamo un bel Poker di assi.

Una bella soddisfazione! In politica non si va tanto per il sottile si vince o si perde non ci sono mezze misure, e il CS ha vinto.

MA ATTENZIONE! CI SONO TROPPI DINOSAURI CHE RILASCIANO INTERVISTE E SALGONO SUI PALCHI DEL PD DA VINCITORI.

L’ANALISI DEL VOTO DELL’ISTITUTO CATTANEO ANDREBBE LETTA ATTENTAMENTE.

Le analisi dell’ente di ricerca sul voto delle amministrative

LE ELEZIONI IN TEMPO DI CRISI.

Fincantieri licenzia 2.551 lavoratori E NESSUNO SI SCANDALIZZA!

Marchionne impone la legge del mercato anarco-liberista e tutto tace…….

Ecco il berlusconismo penetrato nella dirigenza politica Italiana, nessuno è più capace di fare una sana critica all’economia gira e rigira è sempre il pensiero unico che guida l’agire economico-sociale.

Gli Indignatos hanno fatto cadere Zapatero, eppure Zapatero guida un paese che cresce più dell’Italia e ha distribuito diritti civili e ricchezza prodotta anche ai giovani, noi li chiamavamo bamboccioni e la Spagna gli dava 300 euro al mese di sussidio se vivevano fuori casa. Certo la Spagna paga uno sviluppo basato sul solo modello dell’incentivo all’edilizia, e LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE È AL 40%, MA LA CRISI E’ COLPA DI ZAPATERO?

LA GERMANIA DI A.MERCHEL CRESCE PIU’ DELLA CINA, LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE E’ ALL’8% EPPURE ANCHE LEI PERDE VOTI.

In Italia l’analisi dell’istituto Cattaneo evidenzia che se Berlusconi perde il PD non ride. Io aggiungo se il Caimano perde non e’ per l’acume politico del PD MA PER I MORSI DELLA CRISI che colpisce un giovane su tre e ha ridotto i consumi alimentari e i risparmi delle famiglie.

STA QUI LA POLITICA E FUORI DI QUI IL POPULISMO.

Libri:Per una buona ragione di Pier Luigi Bersani

«La crisi del sistema democratico è oggi il terreno della battaglia politica. La nostra buona ragione risiede in una visione umanistica, capace di tenere insieme il concetto di democrazia con quello di uguaglianza».

Pier Luigi Bersani parla per la prima volta in un libro dell’Italia e del Partito Democratico nel tempo della crisi economica e dei grandi mutamenti indotti dal mercato globale. Affronta gli errori del centrosinistra, l’involuzione plebiscitaria della Seconda Repubblica e gli squilibri sociali del Paese. E soprattutto approfondisce i temi che sono al cuore del suo progetto riformatore: il patrimonio vivo rappresentato dalla Costituzione, il valore dell’unità nazionale, la costruzione di un nuovo patto sociale per il lavoro, la questione ambientale, il rilancio di una seria politica industriale, la centralità dell’Europa, il rapporto con le fedi nell’ambito pubblico, la sfida dell’integrazione tra diritti e doveri per evitare derive xenofobe, la scuola, l’università e la ricerca scientifica.

Le forze progressiste – sottolinea Bersani – devono fare tesoro del loro radicamento nella storia nazionale e costruire un rinnovato orizzonte ideale, filosofico, di senso, capace di legare voglia di fare e speranze. Per promuovere una nuova crescita e un impegno costituente propone l’«unità delle forze della ricostruzione».

Il libro, in uscita il 14 aprile, è il manifesto politico, culturale e civile del leader del Pd. Pier Luigi Bersani, tra i protagonisti della nascita del Partito Democratico, ne è stato eletto segretario nazionale nel novembre 2009 vincendo le primarie con oltre un milione e mezzo di voti. Presidente della Regione Emilia-Romagna negli anni 1993-1996, ministro dei governi Prodi, D’Alema e Amato, è stato artefice delle liberalizzazioni, dal mercato elettrico alle ferrovie, dalla riforma del commercio alle misure per la tutela dei consumatori.

A cura di Miguel Gotor, docente di Storia moderna presso l’Università di Torino e Claudio Sardo, giornalista politico del quotidiano “Il Messaggero”, Per una buona ragione è in libreria dal 14 aprile per i tipi di Laterza Editore

Approfondimenti:

Bersani: «Antipolitica? Populismo» di M. Gotor e C. Sardo (L’Unità)


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