Archive for the 'Opinioni' Category

Crisi: La piazza e il malessere sociale…

Fonte: keynesiano

La violenza scatenata Sabato a Roma va condannata senza se e senza ma.

La violenza contro le persone e la distruzione di beni pubblici e privati non può mai trovare ascolto in una società democratica.

Detto questo però bisogna riflettere sulla marea umana che Sabato 15 Settembre si è riversata su Roma. Le motivazioni che hanno portato oltre 200 mila persone in piazza non possono essere taciuta a causa di una piccola minoranza di teppisti. Sono ragioni vere e concrete di una generazione di giovani senza futuro e di padri di famiglia che vedono venir meno i loro progetti di vita. Va da se, che la causa di tutto questo è l’attuale classe dirigente che di fatto è prigioniera delle ideologie del 900. Si perché! anche l’anarco liberalismo economico è una ideologia del passato cosi come lo è stato il Marxismo Leninista e i vari fascismi che hanno pervaso per buona parte del 900.

La disoccupazione di massa è il male delle democrazie avanzate, è lo sfruttamento oltre ogni limite è il male dei paesi in via di sviluppo.

Oggi in Italia la disoccupazione effettiva tocca il 10% della forza lavoro, ed è al 29% quella giovanile che va da 15 a 24 anni. La situazione sociale in Italia per il momento ha retto grazie alle famiglie che in passato hanno risparmiato, accumulando buone pensioni un pò di liquidità e la tanto desiderata casa. MA QUESTE FAMIGLIE NON REGGERANNO ANCORA PER MOLTO! I RISPARMI SI SONO ASSOTTIGLIATI E IL COSIDDETTO CETO MEDIO SEMPRE PIU’ FREQUENTEMENTE SI RIVOLGE ALLA CARITAS PER FAR QUADRARE I CONTI.

Se A.Smith, Marx e Keynes fossero vivi prenderebbero a calci in culo l’attuale classe politica e farebbero bene. I punti di vista e le soluzioni proposte dai tre Economisti hanno punti divergenti. Ma i tre grandi economisti del passato hanno entrambi due punti in comune: il primo le loro analisi nascono dall’osservazione della realtà sociale e i loro scritti sono una critica alla società del loro tempo. La seconda per entrambi la politica economica era un mezzo per migliorare le condizioni di vita dei molti che avevano poco o niente. In conclusione,la politica economica era concepita come parte concreta che agiva nella società in base a principi etici. I grandi sono quasi sempre dei progressisti perché hanno visioni non percepite dalla maggioranza dei loro contemporanei.

Nell’attesa che il mondo ci regali un’altro grande economista dobbiamo pur vivere, cercando sempre il miglior equilibrio possibile per vivere nel meglio dei mondi possibili. E proprio al fine di poter vivere nel migliore dei mondi possibili che in Democrazia le forti richieste politiche di equità sociale si manifestano in piazza, un piazza che quando è civile è il cuore della Polis è la sua agorà moderna.

Approfondimenti:
Caritas:in Italia 8,3 milioni di poveri 7% in più del 2010, il 20% è sotto i 35 anni

Crisi:Krugman, agenzie di rating “poco credibili”.

Fonte: keynesiano

L’economista premio Nobel Paul Krugman punta il dito contro le agenzie di rating.
Krugman ha ricevuto il Nobel per i suoi studi sulla globalizzazione che hanno rivoluzionato le teorie classiche sugli scambi commerciali. Insegna economia a Princeton,è anche editorialista del New York Times.

E proprio dalle pagine del NYT che Krugman scrive questo: “agenzie rating poco credibili. Per l’economista S&P dimentica di essere fra cause crisi.”.

Agenzie di rating impudenti e una destra estremista. Sono questi i veri problemi degli Stati Uniti. La decisione attuata venerdì scorso da Standard& Poor’s abbassando la valutazione del debito degli Stati Uniti da Aaa a Aa+, dimostra solo una cosa: l’insolenza e la grandissima faccia tosta. L’articolo è stato tradotto e riportato su Repubblica del 09/08/2011 lo potete leggere qui.

Come altri commentatori liberal, Krugman accusa S&P di essere poco credibile, e quindi impudente nei suoi giudizi, perché dimentica di essere stata tra i responsabili della crisi. “S&P, insieme con le altre agenzie di rating, ha avuto un ruolo di primo piano nel causare la crisi, dando una valutazione Aaa ad assets basati su ipoteche che si sono rivelate poi spazzatura tossica”, scrive l’economista.Non solo, S&P valutava positivamente anche Lehman Brothers, proprio un mese prima del collasso che scateno’ il panico e la crisi globale. Dopo il fallimento della banca d’affari, S&P si limitò a negare di avere commesso errori. Eppure, come Krugman ricorda, qualche errore e’ stato commesso anche in questi giorni. Venerdì pomeriggio, dopo aver ricevuto una bozza della decisione di S&P, gli esperti Dipartimento del Tesoro Statunitense hanno rilevato un problema di circa 2.000 miliardi di dollari nei conti dell’agenzia. Ma, pur ammettendo di aver commesso qualche strafalcione nei calcolo, S&P ha proceduto comunque ad abbassare la sua valutazione del debito americano.

Il conflitto di interesse e la poco credibilità delle agenzie di rating non è un argomento nuovo. Nel 2008 l’economista Italiano Pierangelo Dacrema  scrive un saggio dal titolo “La Crisi della Fiducia.Le colpe del rating nel crollo della finanza globale”.

Prezzo: € 14,00 – Etas Edizioni – Pagine: 134 – Anno: 2008.

La Premessa del libro la potete leggere qui.

Insomma diamo a Cesare ciò che è di Cesare, oggi anche Krugman dice ciò che altri hanno detto prima di lui.

Ma veniamo al perchè le agenzie di rating non sono più credibili. 

Il mercato si basa sulla fiducia che è un elemento fondamentale nei rapporti economici. In America c’è una esclamazione che chiarisce bene l’idea di fiducia dei rapporti commerciali e si basa su questa domanda ” Voi comprereste un’auto usata da quest’uomo?”

Se il venditore di auto usate ha la nomina di dare fregature la risposta sarà negativa, viceversa vuol dire che è un venditore onesto che rispetta il mercato che è fatto di clienti che accedono alla sua rivendita.

E’ ovvio che le transazioni di mercato sono un equilibrio fra interessi personali e rapporti commerciali, il che comporta inevitabilmente un conflitto di interessi che nel caso specifico dei mercati finanziari, questo conflitto dovrebbe essere tenuto sotto controllo dalle Tre sorelle monopoliste del rating S&P’s, Moody’s e Fitch hanno il 95% del mercato.

Il rating è un giudizio sulla qualità delle emissioni di titoli di debito, tipicamente obbligazioni, o sull’affidabilità dei loro emittenti, formulato da parte di società dotate di notevole esperienza in materia (le cosiddette agenzie di rating).

E’ chiaro che c’è un palese conflitto di interessi se le agenzie svalutano un titolo di stato prima dell’emissione sul mercato di nuove tranche di debito, la domanda che sorge spontanea sopratutto se questo accade alla più grande economia del mondo che detiene la valuta di riferimento per le transazioni commerciali, la dove l’andamento empirico del mercato ci dice che quando il mercato è fumoso e incerto gli investitori si rifugiano al sicuro nei Treasury Bond; Chi si avvantaggia del maggior spread sui tassi di interesse, che inevitabilmente lo stato emittente deve pagare per rassicurare il mercato?, visto che il giudizio delle agenzie di rating fa salire la contropartita che assicura dal rischio di insolvenza l’acquirente professionale (I fondi pensione) i famigerati CDS.

I CDS sono quelle cosucce che Warren Buffett l’oracolo di Omaha ha chiamato ” armi di distruzione di massa”. Di fatto poi è lo stesso Buffett che grida “alzatemi le tasse” lanciando al mercato un chiaro segnale morale dell’integrità dell’uomo nei confronti della società umana (gli attori ipotetici del mercato) , cosa c’è di più pulito di un ricco miliardario filantropo che grida “TASSATE ME CHE POSSO PAGARE”.

L’America è un grande paese, ma spesso i grandi uomini americani sono degli emeriti ipocriti. E’ chiaro che il giudizio di ipocrisia è dato dal mio punto di vista. Loro probabilmente non si considerano tali, in quanto fra i simpatici proverbi americani uno è emblematico e chiarisce bene l’idea “è il mercato bellezza” questa è la risposta che danno a chi rimane con il cerino in mano quando una bolla o un bidone si sgonfia facendo accumulare perdite in denaro.

E’ tutto normale?

Lo sarebbe se il mercato fosse l’insieme di una moltitudine di persone che liberamente e senza influenze effettuano  transazioni. Insomma se il mercato finanziario fosse come il mercato rionale sotto casa dove acquisti un prodotto previo controllo visivo e transazione libera all’ora ognuno rimarrebbe con il cerino in mano in base alle proprie capacità di valutazione. Ma il mercato finanziario non è il “libero mercato” asse portante “dell’economia di mercato” (Il Capitalismo), è qualcosa di completamente opposto e come afferma l’economista Giorgio Lunghini “non esiste il mercato, esistono gli speculatori”.

Vediamo perché.

Fonte in estratto Corriere della Sera

Gli azionisti delle tre sorelle del rating: il più noto è il «guru» miliardario Warren Buffett che attraverso la sua Berkshire Hathaway è il primo investitore singolo in Moody’ s con una quota del 12,47%.

Ma i veri signori del rating a ben guardare sono i grandi fondi Usa: Capital World Investors, Blackrock, State Street, Vanguard Group e T Rowe Price Associates tutte insieme controllano il 29,69% di McGraw Hill, la società che possiede S&P’ s, e il 31,2% di Moody’ s. Sommare le quote non è formalmente corretto visto che non ci sono patti di sindacato. Ma le battaglie per la trasparenza nei dati delle grandi società Usa di Poor, un avvocato che diventò anche editorialista del New York Times , di Blake e di John Moody sembrano lontane.

La minore delle tre sorelle, Fitch, non è invece quotata e pur essendo stata fondata a New York è controllata per il 60% dal gruppo francese Fimalac e per il resto dalla Hearst Corporation, il gruppo editoriale fondato dal mitico magnate Hearst alla cui figura si ispirò Orson Wells per girare Citizen Kane (Quarto potere) nel ‘ 41.

È solo nel Dopoguerra che i rating nati nel ‘ 22 quando Poor’ s iniziò a giudicare i corporate Bond americani e Standard le municipalizzate  si sono insinuati nel delicato meccanismo della crescita mondiale mentre tra economia reale e finanziaria il rapporto passava a pendere irreversibilmente verso la seconda.

Ma l’ origine dell’ oligopolio risale comunque ai primi anni. Nel 1914 Roy W. Porter che aveva acquistato dal cugino Babson la The Babson Stock & Bond Card System, un’ altra società che passava al radar i conti la cedette a sua volta a Blake. Poi acquistò Moody’ s e iniziò a corteggiare la Poor’ s che però prima andò in bancarotta e dopo essere stata rilevata da Babson venne fusa con la Standard nel ‘ 41. Tutte le altre agenzie più piccole chiusero o vennero rilevate. Ora imperi finanziari, industrie e stati dipendono da «tre sorelle».

E come affermava il leader indiscusso del liberalismo Americano Milton Friedman nel suo articolo sul New York Times Magazine del 13 settembre 1970 ” I Manager devono fare gli interessi degli azionisti,che consiste nel fare profitti”.

In conclusione: le agenzie di rating fanno gli interessi di chi li paga,W.Buffet fa beneficenza con i soldi che guadagna dal surplus generato dal monopolio delle informazioni economiche e speculando in borsa (ora non mi dite che Buffet è cassettista e non è G.Soros, perchè  non centra niente l’approccio al mercato), di conseguenza per la beneficenza spende i soldi di quel gregge di pecore che crede ancora negli “oracoli” e nel mito del libero mercato.

Approfondimenti:

Tesi di Laurea:Le agenzie di rating e la crisi finanziaria

Quaderni Consob:L’IMPATTO SUI PREZZI AZIONARI DELLE REVISIONI DEI GIUDIZI DELLE AGENZIE DI RATING.EVIDENZA PER IL CASO ITALIANO.

Articoli: Agenzie di rating troppo influenti.Un monopolio che va limitato.

Università di Trieste: Credit Rating ed il ruolo delle ECAI nell’approccio standar


L’On. Gianni Cuperlo,riflette sulla questione morale.

SULLA QUESTIONE MORALE

Pubblicato il 2 agosto 2011 POLITICA

La questione morale, di questo si torna a discutere e giustamente. Nuove inchieste investono partiti diversi compreso il nostro, ma una volta scorsi il merito delle accuse e la qualità delle reazioni solo la faziosità può precipitare tutti nello stesso pastone. Per noi parlano i fatti: fiducia nei giudici, garantismo, rispetto della Costituzione con norme trasparenti per i bilanci dei partiti e rigore del ceto politico chiamato a difendersi sempre “nel” processo come qualsiasi altro cittadino. Cose assolutamente necessarie. La domanda è se siano anche sufficienti. Se sono in grado di accorciare la distanza tra il paese e chi lo rappresenta. Su questo ho un dubbio.

Penso che la nostra reazione abbia riempito la metà del bicchiere, il che è molto più di quanto fanno gli altri. Ma per colmarlo del tutto va compreso il giudizio maturato in questi anni su istituzioni e partiti. Insomma, se la domanda di rigenerazione è anche di tipo simbolico, la risposta non può essere solo procedurale. Aspetto questo rilevante perché l’unico in grado di incidere il bubbone, ma che non esaurisce la premessa sull’utilità e agibilità della politica, a cosa serve e chi è in grado di entrarvi. Il nodo non riguarda solo l’Italia anche se qui assume profili esasperati. Se accade è soprattutto perché più di ieri paghiamo l’identificazione dei partiti con le istituzioni.

Problema antico se già trent’anni fa vi era chi lo denunciava, e purtroppo aggravato a causa di partiti via via “statalizzati”, dunque sempre meno piantati nel paese e sempre più assimilati al governo. La tendenza si spiega anche col peso delle leadership nella competizione elettorale a tutti i livelli, dai sindaci al premier. Essendo quella la dimensione dove si concentrano energie e risorse, i soggetti organizzati finiscono col sovrapporsi all’arena istituzionale per due ragioni almeno. La prima è che lì si misura il potere effettivo mentre fuori da lì si riducono i legami culturali e la spinta a una militanza di parte nel senso di un’impresa collettiva proiettata oltre il conteggio dei voti. L’altra è figlia di un sottogoverno dilatato, una specie di boscaglia che andrebbe drasticamente sfoltita. Parlo delle 3.600 aziende partecipate dal pubblico, dei 23mila consiglieri d’amministrazione, delle 12mila poltrone nei collegi sindacali e dei circa 3mila incarichi apicali. Un esercito. E neppure efficiente se è vero che oltre il 60% di queste società chiudono il bilancio in deficit.

Dati conosciuti che rendono più difficile smontare la percezione delle forze politiche per come è stata introiettata da milioni di persone. E questo nonostante la grandissima parte degli amministratori, nostri e non solo, gestiscano il bene pubblico con onestà, intelligenza e rigore. Ma il punto rimane ed è nel bisogno di separare le due sfere: i partiti e il governo. Cosa non facile se noi stessi indichiamo nelle amministrazioni il luogo privilegiato, se non esclusivo, dal quale attingere la nostra classe dirigente. Ma è anche questo un modo per convalidare quella fusione e condizionare le “carriere”, soprattutto nella costruzione di un consenso in grado di promuovere singoli o correnti verso quel solo traguardo. Se vogliamo dirci la verità, una parte dei costi impennati della politica viene da qui. Da quanto “si paga” oggi diventare consigliere comunale, provinciale o regionale (ai parlamentari, si sa, provvede una legge impresentabile). Da quanto costa in termini di autonomia e denaro. La domanda allora è se nella selezione del personale politico vive oramai l’intreccio tra la fedeltà a un Capo e un accesso di nuovo patrimoniale alle cariche pubbliche. Perché se questo legame esiste, anch’esso fa parte di quel clima che definiamo antipolitica, ma al fondo per molti è solo la presa di distanza da un’impostazione sulla quale noi per primi dobbiamo riflettere.

Lo dico perché, dietro quel sentimento, c’è anche la disponibilità verso una forza come il Pd capace di ripensare se stessa come faremo in autunno con un’assemblea tutta centrata su questi argomenti. In altre parole, il tema che nessuna procura può risolvere è come cambiano senso e funzione della politica. Ora, poiché l’interrogativo investe il modello di democrazia prima che il codice penale, ad esso non potranno rispondere i giudici. Devono rispondere i partiti, ovviamente se trovano il coraggio di rifondare se stessi nella collettività e non solo nei “palazzi”. Letta così la “nostra” questione morale non riguarda tanto il settimo comandamento, premessa scontata e che comunque ci impone, come stiamo facendo, di accelerare ogni misura di prevenzione e contrasto della corruzione. La radice del problema, almeno per noi, è tutta nel vuoto di risposte all’impoverimento etico dei partiti e alla crisi del loro ruolo. Insomma il tema del “chi” rappresenta “chi”, in nome di quali valori e per fare “che cosa”.

La destra questo divorzio tra società e politica lo ha incentivato in tutta coscienza, perché se per decenni idolatri economia e mercati a scapito del resto, l’esito sarà una separazione tra le ragioni della morale e i contenuti del pubblico percepiti come una variabile marginale o da affidare ai tecnici. Ne sono discese “democrazie oligarchiche” e partiti poco autonomi. A quel punto la stessa retorica sul rinnovamento, anche nel nostro campo, ha scelto di concentrarsi sulle persone riempiendo i giornali di volti nuovi, biografie e certificati anagrafici, mentre il ricambio delle idee svaniva all’orizzonte. Ma è questa abiura interiore la radice del problema. La realtà, non felicissima, è che oggi l’antipolitica alberga in primo luogo nella politica. In un’idea impoverita dell’impegno soggettivo troppo centrato sulla conquista dell’istituzione. Come se “farsi partito” potesse coincidere col “farsi governo”. Ma i partiti non possono ridursi a quello. La loro natura è occupare uno spazio più ampio, e direi anche più suggestivo, della sola dimensione istituzionale. Da sempre le culture politiche (perché dove non ci sono culture politiche non vi sono neppure partiti) filtrano interessi conflittuali della società, dell’economia, dei saperi.

Delegare questa mediazione interamente al governo o all’amministrare prima che sbagliato è pericoloso perché rimuove ogni zona intermedia tra il consenso, quando c’è, e la frattura, quando esplode, spesso in forme insanabili. Anche per questo rinchiudere i partiti nella rappresentanza è funzionale al modello dell’uomo solo al comando. Perché concentra le aspettative sul potere e riduce ogni altro strumento della partecipazione. Se conta solo la decisione conterà solo chi decide. Ma la forza di partiti e movimenti è stata soprattutto nel “processo” che ha condotto a soluzioni mediate, condivise, convissute. Non è poco. Dietro quella funzione c’è un pezzo della nostra storia. Ci sono le passioni forti e tragiche del Novecento. C’è la scoperta della politica accessibile alle masse e partiti in grado di ricostruire una nazione. Ci sono piazze popoli bandiere. E inni e simboli. C’è un’idea del mondo e delle leve capaci di scuoterlo, come accade tuttora. So benissimo che la strada non è tornare a un passato remoto, ma forse, se depurata dai riti, in quella sostanza c’era del buono. E quel buono era anche un ceto politico impastato di umiltà e una forza che gli venivano dall’ascolto e dalla relazione col fuori.

Ecco, forse è tempo di invertire il senso di marcia. Per riuscirci si deve ripiantare e coltivare come un bene indisponibile la distinzione tra partiti e istituzioni. Chiamiamola pure una riscoperta dell’autonomia della politica rispetto allo Stato. Ma è la sola via per ridare influenza alle classi dirigenti: abbassando la soglia dei costi o dei privilegi quando ci sono, e insieme elevando il discorso pubblico. In fondo è quello che ci è stato chiesto nell’ultima fase e che ci ha spinto al successo nel voto per i sindaci e per i referendum. Cos’erano quelle folle, quelle piazze, se non un attestato di volontà e un segno di rottura? Sarebbe da irresponsabili liquidare un patrimonio del genere arruolandolo tout court nel campo dell’impolitica. Dopo gli anni bui della destra quei mondi, di donne lavoratori movimenti, sono la condizione per aprire una fase costituente che ponga al centro la qualità della nostra democrazia, il bene più prezioso che c’è. Seppure in un passaggio che non è privo di apprensioni chi se non i democratici e una sinistra più larga è in grado di farlo?

Buone cose

Elezioni in tempo di crisi

CAPPOTTO!!!!!

Fonte: Keynesiano

Milano C.S. Pisapia 55,1% C.D Moratti. 44,9% – Napoli C.S. De Magistris 65.4% C.D. Lettieri 34,6%. Trieste e Cagliari sono sullo stesso TREND. A Torino Fassino vince al primo turno.

Ora votiamo quattro bei SI ai referendum e cosi facciamo un bel Poker di assi.

Una bella soddisfazione! In politica non si va tanto per il sottile si vince o si perde non ci sono mezze misure, e il CS ha vinto.

MA ATTENZIONE! CI SONO TROPPI DINOSAURI CHE RILASCIANO INTERVISTE E SALGONO SUI PALCHI DEL PD DA VINCITORI.

L’ANALISI DEL VOTO DELL’ISTITUTO CATTANEO ANDREBBE LETTA ATTENTAMENTE.

Le analisi dell’ente di ricerca sul voto delle amministrative

LE ELEZIONI IN TEMPO DI CRISI.

Fincantieri licenzia 2.551 lavoratori E NESSUNO SI SCANDALIZZA!

Marchionne impone la legge del mercato anarco-liberista e tutto tace…….

Ecco il berlusconismo penetrato nella dirigenza politica Italiana, nessuno è più capace di fare una sana critica all’economia gira e rigira è sempre il pensiero unico che guida l’agire economico-sociale.

Gli Indignatos hanno fatto cadere Zapatero, eppure Zapatero guida un paese che cresce più dell’Italia e ha distribuito diritti civili e ricchezza prodotta anche ai giovani, noi li chiamavamo bamboccioni e la Spagna gli dava 300 euro al mese di sussidio se vivevano fuori casa. Certo la Spagna paga uno sviluppo basato sul solo modello dell’incentivo all’edilizia, e LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE È AL 40%, MA LA CRISI E’ COLPA DI ZAPATERO?

LA GERMANIA DI A.MERCHEL CRESCE PIU’ DELLA CINA, LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE E’ ALL’8% EPPURE ANCHE LEI PERDE VOTI.

In Italia l’analisi dell’istituto Cattaneo evidenzia che se Berlusconi perde il PD non ride. Io aggiungo se il Caimano perde non e’ per l’acume politico del PD MA PER I MORSI DELLA CRISI che colpisce un giovane su tre e ha ridotto i consumi alimentari e i risparmi delle famiglie.

STA QUI LA POLITICA E FUORI DI QUI IL POPULISMO.

Crisi:Cig 2010, la stangata in busta paga,ogni lavoratore ha perso 8mila euro.

Cig 2010, la stangata in busta paga:ogni lavoratore ha perso 8mila euro.

Fonte: keynesiano

Dati Cgil : sono state 1,2 miliardi le ore autorizzate. È il risultato peggiore di sempre. Le regioni più colpite Lombardia e Piemonte. In totale, coinvolti 580mila dipendenti

Il rapporto Cgil denuncia «una situazione economica e sociale sempre più insostenibile per milioni di lavoratori che ricevono coperture economiche inconsistenti e irrisorie mentre molti continuano invece a restare senza sostegni.

Una perdita di 4,6 miliardi di euro in busta paga, circa 8mila euro per ogni lavoratore. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio cig della Cgil su dati Inps, è questo l’effetto nel 2010 dell’utilizzo della cassa integrazione che ha registrato in totale 1,2 miliardi di ore autorizzate, più di un quarto delle quali in deroga, coinvolgendo circa 580mila lavoratori. Le regioni in cui si è registrato il ricorso più alto alla cig nel corso del 2010 sono quelle del nord. Dal rapporto Cgil al primo posto (per ore di cig autorizzate), c’è la Lombardia con 314 milioni 277 mila e 391 ore da inizio anno a novembre scorso, che corrispondono a 150.516 lavoratori. Segue il Piemonte con 185 milioni e 742mila ore per 88.957 lavoratori e il Veneto con quasi 125 milioni di ore per 59.779 lavoratori. Prima nel sud, la Puglia con 71 milioni di ore che coinvolgono oltre 34mila lavoratori. Nel Lazio, sono state autorizzate 68 milioni di ore per 32.625 lavoratori.

Nel dettaglio la cassa integrazione ordinaria (cigo) ha segnato nel corso dello scorso anno una battuta d’arresto rispetto al 2009, totalizzando 341 milioni e 810mila ore con un calo del 40,7% sull’anno precedente. La cassa integrazione straordinaria (cigs) tra gennaio e dicembre 2010 ha registrato un consistente aumento sul 2009, +126,4%, per un volume di 488 milioni 790mila di cigs. Infine, per quanto riguarda la cig in deroga (cigd) il 2010 si contraddistingue come l’anno record con 373 milioni 37mila ore autorizzate, con un incremento del 206,5% sull’anno precedente, e il coinvolgimento di circa 180mila lavoratori. Proprio per quest’ultima si pone ora il problema del rifinanziamento.

INATTIVITA’ FORZATA Il rapporto traccia il bilancio del 2010. In termini di ricorso alla cassa integrazione l’anno fa registrare, secondo il segretario confederale Cgil Vincenzo Scudiere, «il risultato peggiore di sempre, andandooltre il punto più basso della crisi produttiva toccato nel corso del 2009, e che va letto in parallelo al tonfo degli ordinativi nell’industria registrato dall’Istat». Da gennaio dello scorso anno a dicembre, nell’arco dei 12mesi, l’aumento complessivo delle ore di cig è stato del 31,7% sul 2009 per un totale di oltre 1,2 miliardi di ore. Il numero di lavoratori in cig delinea un’ampia area di «forzata inattività produttiva» che può essere calcolata all’interno della platea dei disoccupati. Senza un autorevole intervento del governo sulla politica fiscale, a vantaggio dei redditi medio bassi, e scelte politiche per la ripresa industriale, il paese non uscirà dalla attuale situazione, dove ormai sta aumentando la componente strutturale della crisi».

Ma le ore di CIG a quanti lavoratori completamente inattivi per 12 mesi corrispondono?

Il dato si può estrapolare dal monte ore della CIG che viene diviso per le ore mensili e successivamente per le ore giornaliere. Il risultato ci dice: che sono 874.737 i lavoratori che sono inattivi per un anno intero.

L’aggiornamento delle stime mensili relativamente al terzo trimestre 2010,dati provvisori destagionalizzati, relativi a ottobre 2010, mostrano un tasso di disoccupazione pari 8,7% ( Fonte ISTAT).

In che percentuale la CIG attenua il tasso di disoccupazione?

Come abbiamo visto soprail monte ore della CIG corrisponde a 874.737 i lavoratori che sono inattivi per un anno intero, la forza lavoro in Italia ammonta 24.653 000 di conseguenza la CIG attenua il tasso di disoccupazione dell’ 3,55% che sommato al tasso di disoccupazione rilevato dall’Istat nel mese di ottobre 2010 porta il tasso di disoccupazione effettiva all’ 12,20%.

A quanto ammonta la perdità del PIL causata dalla CIG?

Il PIl corrente nel 2009 è stato di 1.520.347.000.000 e deve essere diviso per la forza lavoro effettivamente impiegata che ammonta a 22.785.000 unità. Il PIL diviso per la forza lavoro ci dice che la media di PIL prodotta da ogni lavoratore Italiano nel 2009 è di 66.725,78, quest’ultimo dato deve essere moltiplicato per 874.737 unità ( il numero dei lavoratori in CIG per dodici mesi ), a questo punto il risultato ottenuto è di 58.367.519.206 che è di fatto la perdita di PIL per mancata produzione dovuta alla CIG, ed è pari al 3,84 %. del PIL corrente prodotto nel 2009.

La perdità del PIL non solo a portato i lavoratori a una defalcazione del loro reddito di circa 8.000 euro l’anno pari al 35% del loro reddito lordo, ma produrrà anche una diminuzione del gettito fiscale in un momento in cui le spese per l’attenuazione degli effetti della crisi richiedono maggiori risorse di finanziamento.

Insomma ci stiamo avvitando in una spirale pericolosa! i lavoratori perdono reddito con conseguenze sociali devastanti e macroeconomiche negative per i minori consumi. Lo Stato avrebbe bisogno di maggiori entrate fiscali per far fronte alle esigenze sociali, ma di fatto incasserà meno perchè il gettito fiscale rispecchia in gran parte il depauperamento dei salari che corrispondono a minori consumi.

In conclusione: lo studio fatto nel 1945 dell’economista Democratico Henry Agard Wallace vice di F. D. RooseveltIl sul costo della disoccupazione è ancora attuale per misurare l’inefficenza della politica-economica di chi non si preoccupa di attuare misure che favoriscano la piena occupazione.

Del resto: se per una serata libertina al suono del BUNGA BUNGA una escort prende circa 7 mila euro è evidente che il valore del denaro assume aspetti diversi, la solita cifra diventa devastante per una famiglia di operai ma la stessa cifra è insignificante per un milliardario eletto a furor di popolo ma che di fatto a quel popolo non guarda, in quanto non ha nulla che lo unisce socialmente ad esso.

«Se un senatore dice cose da sinistra», di Luciano Gallino

«Se un senatore dice cose da sinistra», di Luciano Gallino

Finalmente. Un senatore ha tenuto un discorso in aula dicendo cose di sinistra. Ha descritto in modo severo la situazione in cui versa il paese, ma sono stati tali e tanti i temi affrontati che un partito consapevole che la destra sta portando tutti al disastro potrebbe ricavarne un programma completo per le prossime elezioni. In questa prospettiva merita soffermarsi sui punti salienti del suo discorso, disponibile nella trascrizione fatta in Senato.

Continua a leggere l’articolo.

Maltempo:Bravo Rossi,la Toscana deve chiedere i danni

Maltempo/Toscana: Rossi, Interventi Anas e Autostrade Inadeguati

Odissea sulla FIPILI.

Fonte:keynesiano

Tutto nella vita potevo pensare tranne che per pochi centimetri di neve la FIPILI diventasse una trappola.

Ieri ho imboccato La FIPILI a Livorno alle ore 14,30 e sono uscito a Pontedera/Ponsacco alle 21,30.

Si camminava su una lastra di ghiaccio, all’uscita per Pisa le auto rimanevano bloccate a causa dell’affossamento sulla neve.

E’ palese che sulla FIPILI non è passato nemmeno un mezzo spazza neve per liberare almeno una parte della carreggiata, e non è stato sparso il sale cosa che ha permesso alla neve di gelare formando una enorme lastra di ghiaccio.

Per tutto il tragitto ho visto solo due pattuglie della polizia che poi hanno intrrotto il traffico all’uscita di Pontedera /Ponsacco e un mezzo della protezione civile.

Ora si può capire che piccoli paesi di provincia sopratutto in zone dove non nevica abitualmente non siano atrezzati per tali emergenze sporadiche, e questo può accadere in comuni come Livorno o Pisa, ma è intollerabile che l’ente gestore di una arteria importante come la FIPILI non sia attrezzato per garantire un transito accettabile e sicuro per gli automobilisti.

Uscita FIPILI Pontedera – Ponsacco

I contratti di Gobal Service devono essere controllati e sanzionati, non si può fare utili a rischio dell’incolumità delle persone. Non si può danneggire l’immagine di una intera Regione a causa di amministratori che gestiscono le utenze che sono incapaci di fare il proprio lavoro.

Giusta presa di posizione da parte di  Enrico a tutela dei cittadini utenti e dell’immagine negativa che è ricaduta sulla Regione Toscana.


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