Archive for the 'Memoria' Category

“Ricordare sempre”

Primo Levi “Se questo è un uomo”
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e i visi amici:

considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna
senza capelli e senza nome,
senza più forza di ricordare,
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore,
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca
i vostri nati torcano il viso da voi.

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Il club degli incorreggibili ottimisti

Il club degli incorreggibili ottimisti “Quello che per loro contava nella Terra promessa non era la terra. Era la promessa“.

Editore: Salani
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: 18,60 euro
Pagine: 708

L’Autore: Jean-Michel Guenassia, sessant’anni, avvocato e occasionalmente sceneggiatore televisivo, per dedicarsi completamente a questo romanzo ha abbandonato la professione. Il libro è stato selezionato per il Prix Goncourt, vincitore del Goncourt de Lycéens, finalista al Prix de Libraires e ha ottenuto il primo premio dei lettori, con oltre un milione di voti, della rivista Notre Temps.

Li vide insieme, Sartre e Kessel, che era ancora bambino. Era il 1959: sedevano a un bistrò di DenfertRochereau; ridevano, i due grandi miti della passata stagione; Guenassia non ha più dimenticato. Da grande, è stato avvocato del lavoro, un mestiere che rende attenti alle sventure e alle disavventure dei lavoratori. Ma pensava sempre a Sartre e Kessel in quel bistrò semiperiferico; gli avevano detto che aiutavano i rifugiati dell’ est, offrendo qualche lavoretto, o piccoli prestiti, a perdere. Un giorno Guenassia ha deciso di scrivere il romanzo che aveva in testa, e ha riorganizzato a questo scopo la sua vita; ci ha messo sei anni e mezzo, passati perlopiù a tagliare il testo, per renderlo veloce; è venuto un romanzo di settecento pagine che volano. Eppure la costruzione è complessa, con molte storie implicate, e il personaggio principale che compare a pagina 479; e non ci si perde mai.

Quello di Guenassia ha il respiro dei grandi romanzi, dove le vicende del protagonista sono il filo rosso che tiene insieme tante storie individuali, per comporre il ritratto appassionante di un’epoca di transizione.

Il Libro.

Parigi, 1959. De Gaulle è tornato al potere per risolvere il problema algerino.

Nel retro di un bistrò, il Balto, profughi dei paesi dell’ est (ungheresi, polacchi iugoslavi, tedeschi orientali, rumeni, russi, pardon, sovietici) giocano a scacchi, fumano moltissimo, raccontano barzellette su Stalin, e le loro storie rocambolesche; credono ancora nel comunismo (donde il cartello di cartone all’ entrata della saletta, “Club degli incorreggibili ottimisti”).

Michel Marini, 12 anni, campione di calcio balilla, scopre al Balto questi sradicati in attesa di permesso di soggiorno. Igor è stato medico, e fa il tassista. Tibor Balazs, attore ungherese, Piotr, Pavel, Tomasz e gli altri si dividono le provviste che Vladimir – ex-ambasciatore in Bulgaria, ora fa i conti per negozi di alimentari che lo pagano in natura – espone la sera sui tavoli rotondi del Balto: le vende o le regala, al bisogno (“ci ringiovanisce” dice Igor: “sembra di essere tornati ai tempi della NEP”). Leonid legge la Pravda, che compera ogni giorno in un chiosco di rue La Fayette; è stato generale dell’ aviazione sovietica con 27 medaglie a coprirgli tutto il petto sinistro e due stelle d’ oro di eroe dell’ Urss; è diverso da tutti perché è fuggito in Occidente per amore, e non rinnega nulla della cortina di ferro. Per Michel Marini, tra il ‘ 59 e il ‘ 64 – da dodici a sedici anni – è una straordinaria educazione sentimentale e politica. Una sera il ragazzino vede Sartre e Kessel che ridono; li ha visti alla tv, è sbalordito; intanto scopre il rock’ n’ roll, la Leika, i flipper, e trascorrono Gagarin, la morte di Camus, la rivoluzione cinese: in casa, non si può parlare di politica a tavola perché l’ Algeria spacca in due la famiglia,il padre figlio di immigrati italiani, la madre di ricchi pieds-noirs.

Mentre l’ affresco si compone, tutti i fili della trama convergono verso una sorpresa che ne lega i punti più disparati, e rivela il disegno.

C’ è una pagina da manuale in cui Michel si lamenta con gli amici perché la sua ragazzina parte per Israele, e il padre comunque non vuole per lei un fidanzato non ebreo: uno dopo l’ altro, tutti quegli apolidi gli dicono che il padre ha ragione, intrecciando il parere con le conversazioni che procedono svagate per il loro corso, lontano dalla disperazione di Michel, e dal suo sbalordimento (“ma la religione non era l’ oppio dei popoli?”, “il sionismo non è una religione”). Quasi tutti i suoi amici sono ebrei, scopre Michel, e questo spiega forse le continue, preziose barzellette d’ epoca (“che differenza c’ è tra un dollaro e un rublo?”: “un dollaro”).

Nella Parigi del1959. Sono anni vertiginosi: la Seconda guerra mondiale è finita da troppo poco tempo per essere Storia, la guerra d’Algeria segna le vite dei francesi d’oltremare. Michel Marini, undici anni, figlio esce dall’infanzia e si affaccia a un’adolescenza inquieta e piena di emozioni. Vagabonda per il quartiere, si ritrova con gli amici a giocare a calcio balilla; un giorno entra in un bistrò, il Balto. E’ attratto da una stanza sul retro dove si ritrova un gruppo di uomini, che parlano un francese a volte approssimativo e portano dentro di sé storie e passioni sconosciute. Sono profughi dei Paesi dell’Est, uomini traditi dalla Storia, ma visionari che ancora credono nel comunismo. Incorreggibili ottimisti. Frequentare il Balto vuol dire scoprire il mondo. Michel cresce con Igor, Leonid, Imré, Pavel, Tibor, Saga impara a conoscere l’amicizia, l’amore, la complessità degli ideali. Nel retro di un bistrò si litiga, si beve, si gioca a scacchi, si raccontano barzellette su Stalin, si offre se stessi e le proprie storie, storie terribili di esilio che si intrecciano sullo sfondo di un decennio epocale, tra filosofia e rock’n’roll, Sartre e Kessel, la conquista dello spazio e l’inizio della Guerra fredda. (E’ l’affresco indimenticabile di un’epoca).

Intorno a quel bistrò parigino, il Balto, in quella fumosa saletta sul retro si riunivano tra interminabili discussioni e partite a scacchi esuli in fuga dai Paesi dell’Est comunista e intellettuali come Sartre e Kessel. E lì che il protagonista, la voce narrante Michel, impara a conoscere il mondo e viene iniziato alla vita, in anni tumultuosi. Non solo per la guerra in Algeria, dove andrà a combattere volontario il fratello maggiore del tredicenne protagonista, ma anche perché gli anni ‘50 segnarono l’inizio della società dei consumi e dell’era del benessere, con i primi grandi negozi come quello della turbolenta famiglia di Michel, figlio di un italiano e di una benestante donna francese.

Tra i tavolini del Balto non si incrociano solo le vicende di profughi rumeni, ungheresi, russi, intellettuali e professionisti costretti ai mestieri più umili nella nuova patria francese. Da lì passa il respiro della grande storia, con il suo carico di tragedie, dittatura e deportazioni. I dolori mai dimenticati, gli amori lontani, odi mai sopiti che sfociano in tremende vendette, anche a molti anni e chilometri di distanza. E qui arriva, dopo quasi 400 pagine, il vero protagonista del romanzo: l’esule russo Sasa, impiegato in un laboratorio fotografico e odiato dagli avventori del Balto.
Sasa trasmette a Michel la passione per la fotografia e gli insegna splendide poesie che ricorda a memoria e che Michel racconta alla sua ragazza.
Sasa è il grande eroe del romanzo: un uomo carico di misteri, la cui redenzione arriverà troppo tardi, in un finale che non lava via le colpe ma lascia spazio al perdono.

Ma “Il Club degli incorreggibili ottimisti” è anche una storia sulla trasmissione della memoria: quella dei volti dei dissidenti, che nei regimi comunisti venivano cancellati dalle foto, o delle poesie proibite, imparate a memoria perché non andassero perdute. Un segno di vita, oltre la censura e la morte, che accomuna tutti gli esuli del Balto, che, incorreggibili ottimisti, ancora sperano di poter cambiare il mondo. Come scrive più volte Guenassia: “Quello che per loro contava nella Terra promessa non era la terra. Era la promessa“.

In conclusione.

“Preferisco vivere da ottimista e sbagliarmi, che vivere da pessimista e avere sempre ragione.”

Un romanzo di formazione e di disincanto: per effetto della crudeltà dei tempi, o semplicemente del tempo, tutti tradiscono. Anche noi lettori: che, persi in questo tenero “come eravamo” della guerra fredda, concordiamo di colpo con Vladimir quando compare, per il tempo di una pagina, negli anni Ottanta, ai funerali di Sartre: «era una carogna, sapeva tutto».

Memoria: Per non dimenticare

Se questo è un uomo

« Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi. »

Primo Levi

Se comprendere è impossibile,conoscere è necessario,perché ciò che è accaduto può ritornare,le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. (Primo Levi)

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Il Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 Gennaio come giornata per commemorare le vittime del nazionalsocialismo e dell’Olocausto. Il testo dell’articolo 1 della legge così definisce le finalità del Giorno della Memoria:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

La scelta della data ricorda il 27 Gennaio 1945 quando le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim (nota con il nome tedesco di Auschwitz), scoprendo il suo tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti.

Memoria: Alexander Dubček e Jan Palach

« La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni. » (A. Dubček).

Napolitano: «Ideologie alle spalle. Riconoscersi in valori comuni»

«Il fatto che ci ritroviamo insieme dimostra come antiche contrapposizioni ideologiche siano state superate e davvero ci siano le basi affinchè in Italia ci si riconosca in un insieme di valori comuni, quelli in cui si è riconosciuto a suo tempo anche Alexander Dubcek», ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al termine della cerimonia di scopertura del busto del premier cecoslovacco Alexander Dubcek, il padre del ”socialismo dal volto umano”, il protagonista della ”Primavera di Praga” che fu repressa nel 1968 con i carri armati del Patto di Varsavia.
La cerimonia si è svolta in uno slargo nei pressi del piazzale della Farnesina che da oggi si chiama largo Bratislava, in omaggio alla capitale della Slovacchia, patria di Alexander Dubcek. «E’ importante che i rappresentanti della Repubblica slovacca e della Repubblica italiana, per la quale hanno parlato il sindaco di Roma Gianni Alemanno ed il ministro degli Esteri Franco Frattini, si siano ritrovati – ha detto Napolitano prima di lasciare il luogo della cerimonia – in un giudizio che valorizza, come è giusto, la personalità di Dubcek, che è stato davvero un campione degli ideali di libertà ed anche di autonomia e di indipendenza nazionale. Ho avuto la possibilità di conoscerlo e di stabilire con lui un rapporto in momenti difficili».

20 gennaio 2011

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“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana.  Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zprav (giornale delle forze di occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”.

Firmato: la torcia numero uno. Jan Palac

Jan Palach era uno studente di Praga che si diede fuoco in piazza San Venceslao.

Morì dopo 3 giorni di agonia. Aveva 21 anni. Da cinque mesi, le truppe del Patto di Varsavia occupavano la Cecoslovacchia, il paese della Primavera di Praga.

Anche la biografia di Jan Palach offriva qualche sorpresa. Aveva studiato per sei mesi in Unione Sovietica, intendeva laurearsi in filosofia con una tesi su Marx e la Terza Internazionale. Il gruppo politico clandestino di cui faceva parte non era “anticomunista”, non chiedeva nemmeno il ritiro delle truppe del Patto di Varsavia.

Chiedeva la fine della censura sulla stampa e il divieto di pubblicazione per il giornale dell’esercito occupante. Anche per questo, quel suicidio è divenuto il simbolo di un popolo umiliato, eppure capace di non rassegnarsi. Il carattere della Resistenza fu a volte segnato dalla disperazione, più spesso ironico, tramite forme di lotta non violente come lo sciopero della fame e tattiche di guerriglia pacifica: qualcuno ricorderà le immagini dei cartelli segnaletici che venivano tolti dalle strade, per confondere i carri armati.

Enrico Berlinguer ,un maestro di vita per la mia generazione

Berlinguer

Enrico Berlinguer (Sassari, 25 maggio 1922 – Padova, 11 giugno 1984)

Enrico Berlinguer ,un maestro di vita per la mia generazione.

La foto ritrae Enrico Berlinguer in visita lo stabilimento FIAT di Mirafiori il 26 settembre 1980.

Nel corso dei 35 giorni di blocco ai cancelli FIAT, durante la visita a Mirafiori di Enrico Berlinguer, segretario del PCI, ai lavoratori in lotta, un delegato FIM, Liberato Norcia gli chiede cos’è disposto a fare il partito comunista se i lavoratori occupano la fabbrica?

«Berlinguer disse: che se gli operai occupavano la fabbrica il suo posto era accanto a loro»

E DOVE DOVEVA STARE IL PARTITO DEI LAVORATORI?

Da li a poco ci sarebbe stata la marcia dei quarantamila.

Continua a leggere ‘Enrico Berlinguer ,un maestro di vita per la mia generazione’

Ti ricordi di Jan Palac

“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo.

Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa.
Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana.

Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zprav (giornale delle forze di occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”.

Firmato: la torcia numero uno. Jan Palac

“La storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita…”

Di solito ogni dieci anni ci si ricorda di Jan Palach. E’ la truffa degli anniversari, delle commemorazioni, è l’occasione per rifare i conti col passato facendolo aderire, se possibile, alle convenienze del presente.

Jan Palach era uno studente di Praga che si diede fuoco in piazza San Venceslao.

Morì dopo 3 giorni di agonia. Aveva 21 anni. Da cinque mesi, le truppe del Patto di Varsavia occupavano la Cecoslovacchia, il paese della Primavera di Praga.

Anche la biografia di Jan Palach offriva qualche sorpresa. Aveva studiato per sei mesi in Unione Sovietica, intendeva laurearsi in filosofia con una tesi su Marx e la Terza Internazionale. Il gruppo politico clandestino di cui faceva parte non era “anticomunista”, non chiedeva nemmeno il ritiro delle truppe del Patto di Varsavia.

Chiedeva la fine della censura sulla stampa e il divieto di pubblicazione per il giornale dell’esercito occupante. Anche per questo, quel suicidio è divenuto il simbolo di un popolo umiliato, eppure capace di non rassegnarsi. Il carattere della Resistenza fu a volte segnato dalla disperazione, più spesso ironico, tramite forme di lotta non violente come lo sciopero della fame e tattiche di guerriglia pacifica: qualcuno ricorderà le immagini dei cartelli segnaletici che venivano tolti dalle strade, per confondere i carri armati.

Come fosse vissuta quella Primavera, lo ha scritto Milan Kundera nell’Insostenibile leggerezza dell’essere:

una “vertigine” umana e politica, un soffio di libertà, la sensazione di ebbrezza derivata da grandi cambiamenti politici il Socialismo dal volto umano – che coinvolgevano tanti giovani.

Senza quella vertigine non si può spiegare il senso del gesto di Jan Palach, la disperazione sua e di tanti altri, l’invincibile spinta a diventare simbolo.

Io sono nato il 22/01/1959 avevo 10 anni quando Jan Palac si diede fuoco,non ricordo molto di allora,ma ricordo che negli anni succesivi il suo nome era spesso menzionato nelle riunioni del circolo che frequentavo all’ora….

Approfondimenti:

Speciale L’Unità

Praga, 40 anni dopo quella Primavera

Il giorno della memoria , per non dimenticare

Se questo è un uomo

« Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi. »

Primo Levi

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Se comprendere è impossibile,conoscere è necessario,perché ciò che è accaduto può ritornare,le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.

Primo Levi

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Anonimo dal Web:

Scuole medie G. Marconi di Livorno 1971. Incontro con Il Comandante Giotto Ciardi, medaglia d’oro della Resistenza Italiana:

Dopo una breve introduzione sull’azione condotta dai partigiani durante la resistenza e che per la verità non ricordo molto bene in quale luogo si svolse, il Comandante Ciardi si rivolse a noi dicendoci:

– voi ragazzi avete libertà di stampa – noi non l’avevamo

– voi ragazzi avete libertà di riunione – noi non l’avevamo

– voi ragazzi avete libertà di pensiero e di parola – noi non l’avevamo

– voi ragazzi avete la pluralità di voto – noi non l’avevamo

– Nella speranza che nessuna generazione futura possa conoscere l’orrore delle leggi razziali che noi abbiamo subito

– Voi siete uomini Liberi all’interno di una società Democratica – noi non lo eravamo

Ragazzi se voi ricorderete queste cose durante tutto l’arco della vostra vita, allora vorrà dire che il sacrificio mio e dei miei compagni non sarà stato un sacrificio vano.

******

Non occorre aggiungere altro, basta riflettere di cosa è capace l’essere umano. Per questo è importante avere la memoria e tramandare la storia di quel che realmente è stato.

Noi siamo ciò che siamo e non quello che idealmente vorremmo essere.

******


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