La “vista corta” della politica di Vincenzo Visco

La “vista corta” della politica di Vincenzo Visco.

L’intera economia mondiale è tuttora ostaggio degli effetti della grande crisi finanziaria iniziata a fine 2007. Dopo una ripresa nel 2010, il 2011 ha riproposto problemi irrisolti vecchi e nuovi, e il 2012 si prospetta molto problematico: è ormai certa una recessione nella zona euro, la cui entità e durata è difficile da valutare; per gli Stati Uniti si prevede una crescita moderata, ma gli effetti (negativi) della crisi europea e della svalutazione dell’euro si faranno sentire; anche l’Inghilterra è di nuovo in recessione, e il Giappone difficilmente riuscirà e crescere.

Molti osservatori, inoltre, prevedono una riduzione della crescita della Cina e alcuni sottolineano anche il rischio dello scoppio della bolla immobiliare che è andata crescendo in quel Paese negli ultimi tempi. La caduta della domanda in Europa, Stati Uniti e Giappone rende più difficile sia le esportazioni di beni di consumo (Cina) sia quelle materie prime; la crisi politica nei Paesi arabi contribuisce tuttavia a mantenere elevati i prezzi dell’energia. In sintesi siamo ancora lontani dalla soluzione sia dei problemi che hanno generato la crisi, sia di quelli creati dalla crisi stessa, al contrario essi sembrano aggravarsi, dal momento che i Paesi in surplus rifiutano misure economiche espansive o la rivalutazione delle loro monete e quelli in deficit sono costretti a politiche deflazionistiche e recessive, col rischio di gravi tensioni sociali, mentre i bilanci pubblici di tutti i Paesi sono oberati da deficit e disavanzi di dimensioni inusitate e crescenti, e quindi dispongono di margini di manovra limitati o assenti.

Mancano leadership politiche forti in grado di proporre, far accettare, ed attuare le politiche coordinate tra i Paesi che sarebbero necessarie. Nessuno è in grado di proporre alle proprie opinioni pubbliche soluzioni valide per il futuro e a coinvolgerle su progetti di una nuova e più sostenibile fase di crescita basata sulla cooperazione internazionale, ma ciascuno è indotto a assecondare le reazioni di chiusura e la radicalizzazione delle posizioni dettate dalla paura.

Ci troviamo quindi in una situazione di stallo e di transizione da cui non è chiaro se e come saremo in grado di uscire. La latitanza della politica rende più difficili e contraddittorie le misure tecniche che vengono adottate e tolgono dal tappeto gli argomenti più delicati (e importanti): come la riforma del sistema monetario internazionale evocata in passato da Sarkozy.

L’unica esperienza paragonabile con la crisi del 2007-2008 è quella della grande crisi del 1929-33. I due eventi sono molto simili e purtroppo anche l’evoluzione dei comportamenti politici nei due periodi appare ora pericolosamente analoga; nonostante gli insegnamenti della storia e il fatto che, consapevoli dei rischi, i governi abbiano adottato nel 2008-09 una corretta strategia coordinata che ha evitato che la recessione si trasformasse in depressine dopo il fallimento di Lehmen Br. Subito dopo però lo spirito cooperativo si è affievolito e si sono manifestati conflitti, incomprensioni, diagnosi divergenti e terapie difficilmente conciliabili. Più precisamente gli
Stati Uniti , nonostante le notevoli pressioni esercitate, non sono riusciti a convincere l’Europa (e soprattutto la signora Merkel) a considerare come rilevante il tema della crescita accanto a quello del risanamento. E non è un caso che gli
Stati Uniti accusino l’Europa e la Germania di rischiare di provocare il collasso dell’intera economia mondiale, e che il FMI internazionale abbia paventato il rischio di una nuova depressione provocata dalla possibile crisi dell’euro. Al tempo stesso, tuttavia, Obama, condizionato dalla propria opinione pubblica, dai repubblicani e dalla scadenza elettorale, sostiene che l’Europa deve cavarsela con i suoi mezzi e rifiuta di far partecipare gli Stati Uniti al progettato aumento delle dotazioni anticrisi del FMI. Dal canto suo Cameron, invece di sollecitare e aiutare l’Europa a cambiare politica, si tira indietro e si arrocca al di là del canale, seguendo le pulsioni isolazioniste e nazionaliste prevalenti nel suo Paese.

La Cina vorrebbe ( e avrebbe interesse ad ) aiutare l’Europa, ma chiede in cambio condizioni di favore e trattati commerciali privilegiati difficilmente accettabili. Dal canto loro Merkel e Sarkozy sono riusciti in un vero e proprio capolavoro: pur essendo infatti, le condizioni complessive della zona euro nettamente migliori di quelle di U.S.A., Giappone e Gran Bretagna, le errate decisioni adottate a partire dalla crisi greca hanno fatto sì che oggi sia la moneta unita ad essere posta sotto attacco e in gravi difficoltà. Sarebbe stato sufficiente un anno e mezzo fa garantire integralmente il modesto debito pubblico greco (300 md., il 4% del PIL europeo) imponendo al tempo stesso obblighi di risanamento cogenti al Paese, per evitare ogni rischio di contagio. Così non è stato, al contrario la terapia greca è stata imposta anche a Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia, senza tener conto della diversa natura e origine delle difficoltà di ciascun Paese, e soprattutto ignorando il dato di fatto che l’aumento dei disavanzi e dei debiti nei Paesi europei, e in tutto il mondo, è stato una conseguenza della crisi finanziaria e non la sua causa. Inoltre si è rafforzata la tendenza a chiusure nazionalistiche da parte di tutti i Paesi affermando che ognuno di loro doveva fare i “compiti a casa“, ignorando e non capendo, che questo è invece il momento della massima cooperazione.

Al tempo stesso la Germania rifiuta di fare i propri compiti a casa, vale a dire espandere la propria economia evitando di precipitare l’intero continente in recessione.
Durante la crisi del ’29 fu proprio la cattiva interpretazione della sua origine e delle terapie necessarie, e la mancanza di cooperazione internazionale, a farla precipitare in depressione, a porre fine alla prima globalizzazione, e sollecitare nazionalismi e protezionismi, a provocare sconvolgimenti sociali e conflitti che portarono al potere o rafforzarono il fascismo e i movimenti comunisti e provocarono infine la 2ª guerra mondiale.

Vi è inoltre un altro problema che dovrà essere affrontato da tutti i Paesi e che appare di difficile soluzione senza una cooperazione e un accordo molto stretto. Si tratta dello smaltimento degli eccessi di debito che si sono accumulati per via della crisi nei bilanci pubblici di tutti gli Stati e che rischiano di paralizzare le possibilità di ripresa. Ciò significa che una qualche forma di ristrutturazione dei debiti sovrani dovrà prima o poi essere prevista e concordata; il che implica una gestione dei rapporti tra creditori e debitori come elemento essenziale della conclusione e superamento della grande crisi.
Questi sono i principali problemi che la politica dovrà affrontare nei prossimo anni. Non sarà facile.

Il fatto è che la razionalità non è una caratteristica propria né della politica né dei mercati: ambedue soffrono di “veduta corta”, ma a differenza dei mercati la politica ha il compito di garantire non il profitto a breve, bensì la sicurezza a lungo termine della popolazione. Si tratta quindi di porre fine a conflitti e rivalse, di esorcizzare paure e irrazionalità e di far comprendere alle opinioni pubbliche i loro veri interessi di lungo termine. Se questo non avverrà le conseguenza non solo saranno drammatiche per l’economia e le condizioni di vita della popolazione, ma anche per gli assetti democratici dei Paesi, e le stesse libertà economiche.


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