L’On. Gianni Cuperlo,riflette sulla questione morale.

SULLA QUESTIONE MORALE

Pubblicato il 2 agosto 2011 POLITICA

La questione morale, di questo si torna a discutere e giustamente. Nuove inchieste investono partiti diversi compreso il nostro, ma una volta scorsi il merito delle accuse e la qualità delle reazioni solo la faziosità può precipitare tutti nello stesso pastone. Per noi parlano i fatti: fiducia nei giudici, garantismo, rispetto della Costituzione con norme trasparenti per i bilanci dei partiti e rigore del ceto politico chiamato a difendersi sempre “nel” processo come qualsiasi altro cittadino. Cose assolutamente necessarie. La domanda è se siano anche sufficienti. Se sono in grado di accorciare la distanza tra il paese e chi lo rappresenta. Su questo ho un dubbio.

Penso che la nostra reazione abbia riempito la metà del bicchiere, il che è molto più di quanto fanno gli altri. Ma per colmarlo del tutto va compreso il giudizio maturato in questi anni su istituzioni e partiti. Insomma, se la domanda di rigenerazione è anche di tipo simbolico, la risposta non può essere solo procedurale. Aspetto questo rilevante perché l’unico in grado di incidere il bubbone, ma che non esaurisce la premessa sull’utilità e agibilità della politica, a cosa serve e chi è in grado di entrarvi. Il nodo non riguarda solo l’Italia anche se qui assume profili esasperati. Se accade è soprattutto perché più di ieri paghiamo l’identificazione dei partiti con le istituzioni.

Problema antico se già trent’anni fa vi era chi lo denunciava, e purtroppo aggravato a causa di partiti via via “statalizzati”, dunque sempre meno piantati nel paese e sempre più assimilati al governo. La tendenza si spiega anche col peso delle leadership nella competizione elettorale a tutti i livelli, dai sindaci al premier. Essendo quella la dimensione dove si concentrano energie e risorse, i soggetti organizzati finiscono col sovrapporsi all’arena istituzionale per due ragioni almeno. La prima è che lì si misura il potere effettivo mentre fuori da lì si riducono i legami culturali e la spinta a una militanza di parte nel senso di un’impresa collettiva proiettata oltre il conteggio dei voti. L’altra è figlia di un sottogoverno dilatato, una specie di boscaglia che andrebbe drasticamente sfoltita. Parlo delle 3.600 aziende partecipate dal pubblico, dei 23mila consiglieri d’amministrazione, delle 12mila poltrone nei collegi sindacali e dei circa 3mila incarichi apicali. Un esercito. E neppure efficiente se è vero che oltre il 60% di queste società chiudono il bilancio in deficit.

Dati conosciuti che rendono più difficile smontare la percezione delle forze politiche per come è stata introiettata da milioni di persone. E questo nonostante la grandissima parte degli amministratori, nostri e non solo, gestiscano il bene pubblico con onestà, intelligenza e rigore. Ma il punto rimane ed è nel bisogno di separare le due sfere: i partiti e il governo. Cosa non facile se noi stessi indichiamo nelle amministrazioni il luogo privilegiato, se non esclusivo, dal quale attingere la nostra classe dirigente. Ma è anche questo un modo per convalidare quella fusione e condizionare le “carriere”, soprattutto nella costruzione di un consenso in grado di promuovere singoli o correnti verso quel solo traguardo. Se vogliamo dirci la verità, una parte dei costi impennati della politica viene da qui. Da quanto “si paga” oggi diventare consigliere comunale, provinciale o regionale (ai parlamentari, si sa, provvede una legge impresentabile). Da quanto costa in termini di autonomia e denaro. La domanda allora è se nella selezione del personale politico vive oramai l’intreccio tra la fedeltà a un Capo e un accesso di nuovo patrimoniale alle cariche pubbliche. Perché se questo legame esiste, anch’esso fa parte di quel clima che definiamo antipolitica, ma al fondo per molti è solo la presa di distanza da un’impostazione sulla quale noi per primi dobbiamo riflettere.

Lo dico perché, dietro quel sentimento, c’è anche la disponibilità verso una forza come il Pd capace di ripensare se stessa come faremo in autunno con un’assemblea tutta centrata su questi argomenti. In altre parole, il tema che nessuna procura può risolvere è come cambiano senso e funzione della politica. Ora, poiché l’interrogativo investe il modello di democrazia prima che il codice penale, ad esso non potranno rispondere i giudici. Devono rispondere i partiti, ovviamente se trovano il coraggio di rifondare se stessi nella collettività e non solo nei “palazzi”. Letta così la “nostra” questione morale non riguarda tanto il settimo comandamento, premessa scontata e che comunque ci impone, come stiamo facendo, di accelerare ogni misura di prevenzione e contrasto della corruzione. La radice del problema, almeno per noi, è tutta nel vuoto di risposte all’impoverimento etico dei partiti e alla crisi del loro ruolo. Insomma il tema del “chi” rappresenta “chi”, in nome di quali valori e per fare “che cosa”.

La destra questo divorzio tra società e politica lo ha incentivato in tutta coscienza, perché se per decenni idolatri economia e mercati a scapito del resto, l’esito sarà una separazione tra le ragioni della morale e i contenuti del pubblico percepiti come una variabile marginale o da affidare ai tecnici. Ne sono discese “democrazie oligarchiche” e partiti poco autonomi. A quel punto la stessa retorica sul rinnovamento, anche nel nostro campo, ha scelto di concentrarsi sulle persone riempiendo i giornali di volti nuovi, biografie e certificati anagrafici, mentre il ricambio delle idee svaniva all’orizzonte. Ma è questa abiura interiore la radice del problema. La realtà, non felicissima, è che oggi l’antipolitica alberga in primo luogo nella politica. In un’idea impoverita dell’impegno soggettivo troppo centrato sulla conquista dell’istituzione. Come se “farsi partito” potesse coincidere col “farsi governo”. Ma i partiti non possono ridursi a quello. La loro natura è occupare uno spazio più ampio, e direi anche più suggestivo, della sola dimensione istituzionale. Da sempre le culture politiche (perché dove non ci sono culture politiche non vi sono neppure partiti) filtrano interessi conflittuali della società, dell’economia, dei saperi.

Delegare questa mediazione interamente al governo o all’amministrare prima che sbagliato è pericoloso perché rimuove ogni zona intermedia tra il consenso, quando c’è, e la frattura, quando esplode, spesso in forme insanabili. Anche per questo rinchiudere i partiti nella rappresentanza è funzionale al modello dell’uomo solo al comando. Perché concentra le aspettative sul potere e riduce ogni altro strumento della partecipazione. Se conta solo la decisione conterà solo chi decide. Ma la forza di partiti e movimenti è stata soprattutto nel “processo” che ha condotto a soluzioni mediate, condivise, convissute. Non è poco. Dietro quella funzione c’è un pezzo della nostra storia. Ci sono le passioni forti e tragiche del Novecento. C’è la scoperta della politica accessibile alle masse e partiti in grado di ricostruire una nazione. Ci sono piazze popoli bandiere. E inni e simboli. C’è un’idea del mondo e delle leve capaci di scuoterlo, come accade tuttora. So benissimo che la strada non è tornare a un passato remoto, ma forse, se depurata dai riti, in quella sostanza c’era del buono. E quel buono era anche un ceto politico impastato di umiltà e una forza che gli venivano dall’ascolto e dalla relazione col fuori.

Ecco, forse è tempo di invertire il senso di marcia. Per riuscirci si deve ripiantare e coltivare come un bene indisponibile la distinzione tra partiti e istituzioni. Chiamiamola pure una riscoperta dell’autonomia della politica rispetto allo Stato. Ma è la sola via per ridare influenza alle classi dirigenti: abbassando la soglia dei costi o dei privilegi quando ci sono, e insieme elevando il discorso pubblico. In fondo è quello che ci è stato chiesto nell’ultima fase e che ci ha spinto al successo nel voto per i sindaci e per i referendum. Cos’erano quelle folle, quelle piazze, se non un attestato di volontà e un segno di rottura? Sarebbe da irresponsabili liquidare un patrimonio del genere arruolandolo tout court nel campo dell’impolitica. Dopo gli anni bui della destra quei mondi, di donne lavoratori movimenti, sono la condizione per aprire una fase costituente che ponga al centro la qualità della nostra democrazia, il bene più prezioso che c’è. Seppure in un passaggio che non è privo di apprensioni chi se non i democratici e una sinistra più larga è in grado di farlo?

Buone cose


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