Crisi:Lo Stato Predatore

Fonte: keynesiano

Enron, Tyco, WorldCom… e il governo USA? di James K. Galbraith

QUAL E’ LA VERA NATURA del Capitalismo americano odierno?

Fonte: testo articolo altervista.org

E’, come asseriscono politici e libri di testo, una grande avventura nazionale nella quale i mercati forniscono il contesto per una benigna concorrenza, dalla quale scaturisce un gran bene per tante persone? O è il terreno della lotta di classe, addirittura di una “guerra di classe globale”, come pretenderebbe il titolo del nuovo libro di Jeff Faux, nella quale il “partito di Davos” sbaragliarebbe i resti della classe lavoratrice organizzata?

La dottrina del movimento “legge ed economia”, ora montante nei nostri tribunali, afferma che se le persone sono razionali, se i mercati possono essere “contestati”, se la memoria è buona e l’informazione adeguata, allora le aziende aderiranno da sole a regole onorevoli di condotta. Qualsiasi intervento pubblico nell’economia minerebbe tutto questo. Anche un’assicurazione – un’assicurazione sui depositi o la Sicurezza sociale – è perversa perché incoraggia l’assunzione irresponsabile di rischi. Le Banche presterebbero a cattivi clienti, i lavoratori “vivrebbero alla giornata”, le aziende speculerebbero sui loro fondi pensione. Il movimento ha anche affermato che le cinture di sicurezza incentivano la guida spericolata. Le assicurazioni, in altre parole, creano un “azzardo morale” per il quale la “disciplina di mercato” è la cura: tutto lavora per il meglio quando il pensiero e il progetto non interferiscono.

E’ uno strano modo di vedere, e se non fossimo governati da persone come John Roberts1 e Sam Alito2, che fanno finta di crederci, non varrebbe la pena di occuparsene.

L’idea della lotta di classe risale a molto tempo fa. Si tratta forse della “storia di tutte le società esistenti fino ad oggi”, come è ben noto dichiararono Marx ed Engels. Ma se il mondo è dominato da una élite piena di soldi, in quale misura il ceto medio americano fa parte del proletariato globale? Una risposta onesta può solo essere: non molto. Il declino politico della sinistra deriva sicuramente in parte da una retorica che si è ormai allontanata dall’esperienza. Nella gran parte dei casi, gli elettori americani non vivono nel loro margine Malthusiano. Sono i dollari, non le rupie, che comprano i beni del mondo. L’appartenenza all’economia del dollaro fa di ogni lavoratore americano, in qualche misura, un complice della classe capitalista.

Nell’America ad economia mista nella quale sono cresciuto, esisteva un modo di vedere post-capitalista, post-marxiano, riguardo l’identità del ceto medio, che si basava su diritti e risorse condivisi, le cui fondamenta erano costituite dalla scuola pubblica, l’accesso all’Università, una buona casa, il pieno impiego con un reddito sufficiente, il Medicare3 e la Sicurezza sociale4. Questi programmi, finanziati e garantiti con fondi pubblici, hanno arrotondato gli spigoli del capitalismo della Grande Depressione, ricompensando i sacrifici fatti durante la Seconda guerra mondiale. Erano anche, per l’America, una vetrina che mostrava a coloro che vivevano dietro la Cortina di Ferro che il capitalismo regolato è in grado di portare la prosperità ben oltre le possibilità della pianificazione statale (è stato questo, e non la corsa agli armamenti, a fare alla fine crollare l’Impero sovietico). Queste istituzione del ceto medio sopravvivono in America ancora oggi, ma sono infragilite e strapazzate da costanti attacchi. E la differenza tra coloro che sono inclusi e quelli che sono esclusi è grande ed evidente a tutti.

Il segno attuale del moderno capitalismo Americano non è né la benigna concorrenza, né la lotta di classe, né un’utopia complessiva del ceto medio. E’ la predazione invece ad essere diventata la caratteristica dominante; un sistema cioè dove i ricchi banchettano con il sistema, in decadenza, costruito per il ceto medio. La classe predatrice non comprende la totalità dei ricchi, può anzi essere osteggiata da molti di ricchezza equivalente. Essa è tuttavia la forza egemone, che definisce le caratteristiche di funzionamento, e i cui attori controllano completamente il governo sotto il quale viviamo.

I nostri dominatori elargiscono favori ai loro clienti. Questi vanno dagli operatori dei casinò dei Nativi Americani, alle compagnie del carbone degli Appalachi, agli operatori delle fabbriche-galera di Saipan5, fino ai cosiddetti operatori dei campi petroliferi dell’Iraq. Oltre ai misantropi che hanno fatto una campagna per abolire la tassa di successione, a Charles Swab, che ha suggerito il taglio alle tasse sui dividendi del 2003, alle compagnie alla “Benedict Arnold”6 che spostano offshore7 i loro imponibili, a quelle istituzioni finanziarie che sono cadute sotto i rigori della legge dello scorso anno sulla bancarotta. Dovunque guardiate, le decisioni pubbliche portano danaro a specifiche entità private.

Questo perché, in un regime predatorio, non si fa nulla per il bene pubblico. La persona in carica non riconosce nemmeno l’esistenza di “un bene pubblico”. Hanno amici e nemici, e il resto, noi, siamo prede. L’Uragano Katrina lo illustra perfettamente, con la Halliburton che ha avuto contratti e con Bush che riduce all’impotenza Kathleen Blanco, il governatore Democratico della Louisiana. La popolazione di New Orleans era, al più, un retropensiero: una volta dispersa, è stata rapidamente dimenticata.

Il modello predatore-preda spiega alcune cose che altri modelli non riescono a spiegare: in particolare i cicli di prosperità e depressione. La crescita delle prede stimola la predazione. Le due popolazioni crescono all’inizio tutte e due, ma quando il rapporto di forze si sposta a favore dei predatori (attraverso tassi di interesse, prezzi del petrolio, affitti crescenti e peculato), entrambe possono crollare rapidamente. Quando succede, serve molto tempo per entrambi per risalire la china.

Il modello predatorio ci può anche aiutare a capire perché molti ricchi sono arrivati ad odiare l’amministrazione Bush: perché la predazione è nemica degli affari puliti. In un mondo nel quale i vincitori sono tutti connessi, non è solo la preda a perdere, ma capita a chiunque non si assoggetti adeguatamente. I regimi predatori sono come i racket di protezione: potenti e temuti, ma mai amati né rispettati. Non godono di una vasta base di consenso politico.

In un’economia predatoria, le regole immaginate dalla legge e dall’economia non si applicano. Non c’è nessuna disciplina di mercato. I predatori competono non seguendo le regole, ma violandole. Assumono sulla legge il punto di vista delle business-school: le regole non sono state fatte per guidare i comportamenti, ma per definire i limiti di una condotta che possa restare impunita. Una volta avvicinatisi al confine, oltrepassarlo è facile. Un’economia predatoria è criminogena: incentiva e premia comportamenti criminali.

Perché i mercati non forniscono una disciplina? Perché gli “effetti sulla reputazione” non portano a comportamenti corretti? Gli economisti sono stati lenti nel rispondere a queste domande, ma adesso abbiamo una teoria completamente sviluppata in un libro del mio collega William K. Black, The Best Way to Rob a Bank Is to Own One [“Il modo migliore per rapinare una banca è possederla”, NdT]. Black è stato l’avvocato rivela-scandali dei casi delle “Savings and Loan”8 e dei “Keating Five”9. Successivamente si è laureato in criminologia. La sua teoria sulla “frode del controllo” si occupa della situazione in cui un leader di un’organizzazione usa la sua azienda come una “arma” di frode e “schermo” contro eventuali perseguimenti legali, situazione che la “legge ed economia” non è in grado di affrontare.

Per esempio, “legge ed economia” ritiene che le aziende più importanti di certificazione contabile, scoprendo le frodi dei loro clienti, salvaguarderebbero la loro reputazione . Come nei casi Enron, Tyco, WorldCom, tuttavia, in ogni controllo importante delle S&L le frodi sono state protette da ispezioni “addomesticate” dei controllori di contabilità più importanti: paghi l’azienda migliore per avere un giudizio “addomesticato”. La teoria del “moral hazard” attribuisce la responsabilità del collasso finanziario sugli incentivi impliciti nell’assicurazione, ma Black mostra che le grandi frodi sono state quasi tutte commesse in istituzioni create appositamente da reti criminali, spesso da grandi protagonisti come Charles Keating, Michael Milken e Don Dixon.

C’è inoltre un’altra questione a proposito delle istituzioni predatorie: alla fine falliscono sempre. Falliscono perché sono fatte per fallire. I predatori succhiano il sangue dai business che gestiscono, celando il fatto il più a lungo possibile dietro una contabilità fraudolenta e transazioni enormemente complesse, e in questo consiste la razzia.

Una politica gestita da gente radicata in questa cultura è anch’essa predatoria, e non deve sorprendere, e i legami tra George H.W. Bush, che ha voluto la deregolamentazione delle S&L, suo figlio Neil, che gestiva una S&L corrotta, e il fratello di Neil, George, per il quale Ken Lay ha inviato quei teppisti in Florida secondo i piani della Enron, non potrebbero essere più stretti. Ma a parte qualche sporadico riferimento alla “cleptocrazia” in altri paesi, l’opinione pubblica degli economisti è stata lenta ad accorgersene. A volere proprio pensare bene, possiamo ritenere che il governo volesse fare bene, e la sua incapacità di farlo sia stata questione di incompetenza.

Se il governo è però un predatore, allora fallirà: non solo politicamente, ma anche in un modo sostanziale. Il governo non può affrontare il riscaldamento globale, l’Uragano Katrina, o l’Iraq, non perché è incompetente ma perché è volontariamente indifferente al problema della competenza.

La questione è: in qual modo il fallimento colpirà la popolazione? E quale meccanismo sopravvivrà in grado di chiedere conto ai predatori? Ai più alti livelli non si può sfortunatamente fare affidamento sul sistema giudiziario, grazie al meccanismo del perdono. E’ null’altro che politica riconoscere che in un mondo di predatori tutte le parti in gioco sono parzialmente corrotte.

Come può dunque il sistema politico riformare sé stesso?

Come possiamo ristabilire controlli e bilanciamenti e contropoteri, e il senso di bene pubblico?

Come si può rimettere sotto controllo la moderna predazione economica, ristabilendo le possibilità non solo per una azione sociale progressista ma anche, ancora più importante, per le oneste attività economiche private?

Fino a che non saremo capaci di rispondere a queste domande, i predatori domineranno.

Note:

1 Attualmente (2009) “Chief Justice” [Presidente] della Corte Suprema degli Stati Uniti [NdT].
2 Attualmente (2009) “Associated Justice” [Membro] della Corte Suprema degli Stati Uniti [NdT].
3 “Medicare” negli USA è il sistema di sicurezza sociale che copre la sanità per le persone al di sopra dei 65 anni o appartenenti a categorie particolari [NdT].
4 Con questo termine (Social Security) si designa negli USA un sistema di assistenza generalizzato che incorpora diversi servizi, quali l’assistenza ai disabili, alla disoccupazione, l’assistenza temporanea alle famiglie bisognose, il Medicare e il Medicaid, l’assicurazione sanitaria per i bambini, ecc. [NdT]
5 Isola degli USA sede di fabbriche con turni infernali a bassi salari, teatri di conflitti giudiziari in materia di lavoro [NdT].
6 Nome di un Generale americano del ‘700 prima considerato un eroe, ma che tradì in favore degli Inglesi [NdT].
7 Paradisi fiscali che non trasmettono informazioni bancarie agli altri stati, consentendo l’evasione fiscale [NdT].
8 La crisi delle “Savings and Loans” (S&L), società di concessione di mutui è avvenuta negli anni ’80 e ’90 con il fallimento di 745 compagnie, e con un costo stimato di 160 miliardi di USD, dei quali 125 erogati direttamente dallo Stato federale [NdT].
9 Caso di corruzione di cinque senatori USA nel 1989, nel quadro della crisi delle S&L [NdT].


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