Un partito nuovo il partito democratico di Alfredo Reichlin

Fonte:L’Unità.it

Sul significato di questa valanga di voti per i referendum si sono già dette molte cose. Conviene rifletterci bene perché le novità sono grandi: dopotutto è una nuova generazione che sta prendendo la parola. Non è poco. Non credo che si tratti solo di una condanna politica di Berlusconi. Certo, anche, ed è fondamentale. Ma nel voto di quei 25 milioni di italiani (ben oltre i confini della sinistra) c’è, io credo, un fenomeno più profondo: il bisogno della gente di riappropriarsi della propria vita.

Bersani parla di una riscossa civica. È vero, ma rispetto a che cosa? Non solo alle vergogne del “bunga-bunga” ma anche (non nascondiamocelo) al degrado della politica: la politica senza finalità, senza analisi né programmi, alla ricerca di un consenso a breve, subalterna al potere economico. Mi ha colpito l’indignazione di qualcuno per il “semplicismo” del quesito sull’acqua e sul nucleare. Sì, era semplicistico ma ciò che non si è capito è il sentimento che finalmente si rivela con tanta forza dopo anni e anni in cui si è fatta solo l’esaltazione dell’individuo negato come persona perché la “società non esiste”.

È il bisogno di “beni comuni” e di qualità della vita che si è rivelato. Emerge, finalmente, un enorme bisogno di giustizia che ho sentito nel grido di una donna semplice: ci avete tolto il lavoro, ci avete reso precari, vi siete arricchiti scandalosamente, voglio almeno impedirvi di prendervi quel più semplice dei beni comuni che è l’acqua. Una ingenuità, certo ma la sinistra se è intelligente deve capire che c’è un enorme bisogno di relazioni sociali, di senso delle cose, di significati della vita, di regole. Io parto da qui. Ed è per questa ragione (sta mutando qualcosa nel rapporto tra politica, economica e società) che sento il bisogno di un partito nuovo. Non più la somma di vecchie storie. Il partito democratico. Un soggetto politico che vuole mettere in campo un movimento riformatore molto vasto, il quale sia sorretto da una cultura in grado di rileggere i problemi italiani alla luce del rapporto sempre più intrinseco tra l’Italia e il mondo.

Ma voi che analisi fate – mi ha chiesto un vecchio amico – se non tenete conto di come il super potere finanziario sta cambiando ovunque le mappe sociali e il rapporto tra il denaro e la ricchezza reale? Vi rendete conto di che cosa comporta questo tipo di austerità imposta dalla destra europea? Non avrete mai lo sviluppo, e finirete col fare la fine della Grecia.
In effetti è questa la grande tragedia che incombe, per fronteggiare la quale è vitale sgombrare il campo da questo governo che non governa. È a fronte di questo rischio mortale che il dovere del Partito democratico è mettere in campo un nuovo progetto dell’Italia.

Ma non basterà agire “dall’alto”: bisognerà risvegliare le risorse più profonde e vitali del Paese. Ecco la grande impresa in cui si è messo il Pd. È quella di restituire alla democrazia il potere di decidere, il che al fondo consiste nel rovesciare il rapporto di subalternità della politica rispetto all’economia. La democrazia non solo come procedura ma come la libertà delle persone, le quali attraverso un nuovo potere politico vengono messe in condizione di decidere del proprio destino. È qui che si fonda la ragione della riunificazione delle forze riformiste e la novità del profilo di una forza che assume la missione di restituire al “principe” (cioè alla gente) l’enorme potenziale creativo degli italiani, la loro libertà di scegliere, di intraprendere, di realizzarsi.

È in questo orizzonte che io vedo la necessità di rialzare la bandiera del lavoro. Un lavoro che non è solo il lavoro operaio ma, certamente, anche dell’imprenditore, del produttore, dell’intellettuale, dell’artigiano. Una cosa diversa rispetto al lavoro dei tempi di Di Vittorio. Ma una cosa altrettanto forte. Si tratta di una idea di giustizia e di solidarietà, capace di coinvolgere i ceti più moderni e creativi riconoscendo i meriti oltre che i bisogni, e dando la parola a una nuova generazione che è insofferente delle vecchie bordature.

Sono sempre stato convinto che non si possa formare un grande partito senza una visione di lungo periodo. Ma in cosa consiste oggi questa visione se non nel pensare il processo di emancipazione sociale come un fenomeno che non cancella i contrasti di classe ma non si riduce a questi? Tutta la storia umana è andata avanti grazie al progressivo affrancamento dell’individuo dalle vecchie barriere in cui si era andata via via organizzando la società: dai vincoli feudali al ruolo dei sessi, fino alle contrapposizioni sociali su basi ideologiche. Ed è per questo che non sono accettabili le logiche di una oligarchia finanziaria che tende a invadere – anche attraverso il controllo dell’informazione e degli strumenti che producono il “senso comune” – tutti gli ambiti della vita. La società non può ridursi a società di mercato, senza disgregarsi. L’individuo lasciato solo non può fare appello a quelle sue straordinarie capacità creative che non vengono dal semplice scambio economico ma dalla memoria, dall’intelligenza accumulata, dalle speranze e dalle solidarietà umane.

Lo sviluppo umano. Dopotutto non è questo l’obiettivo e il segno identitario del Partito democratico, la sua missione originale?

19 giugno 2011

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