Crisi: Il Wojtyla economista che sdoganò il profitto

Fonte: keynesiano

Il Wojtyla economista che sdoganò il profitto

Ettore Gotti Tedeschi, economista e banchiere di lungo corso in molte istituzioni finanziarie private e pubbliche, dall’ottobre 2009 è presidente dello Ior, Istituto per le Opere di Religione, la “banca vaticana”.
Giovanni Paolo II e l’economia: il Santo Padre ha segnato una svolta nel rapporto della Chiesa con il denaro.
Durante il suo pontificato papa Wojtyla scrisse due encicliche fondamentali per il pensiero cattolico, la Sollicitudo Rei Socialis del 1987 e la Centesimus Annus del 1991. Hanno tracciato un solco straordinario e vanno lette insieme.
Soprattutto con la seconda enciclica si arriva a un punto importante: la Chiesa sdogana il capitalismo.
La Chiesa ha sempre condannato la corruzione del denaro, ma non ha mai avversato il capitalismo, anzi, ne ha tracciato le fondamenta già dal XII secolo. Casomai Giovanni Paolo II lo riscopre. Furono i monaci francescani a dare forma alla legge della domanda e dell’offerta, princìpi che furono rilanciati dopo la scoperta dell’America dalla scuola di Salamanca. I protestanti e Max Weber, tanto per intederci, arrivarono ben dopo.
Ma allora cosa fa Wojtyla?

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Essere banchiere dello IOR non da la patente interpretativa del pensiero di Papa Wojyla!

Sopratutto se l’interprete è un banchiere anarcoliberista che nel 2007 scriveva “Spiriti animali “La concorrenza giusta”

Nel suo saggio Gotti Tedeschi vede L’Antitrust come un orpello che lega le briglie ai capaci che operano nel mercato ( gli spiriti animali). Il saggio fra l’altro si fregia della prefazione di A. Profumo (altro Banchiere confuso fra etica, capitalismo e libero mercato).

Un Passaggio del libro “Spiriti Animali. La concorrenza giusta” dal sito dell’editore.

“La superiore efficienza del sistema di mercato sembra trovare sempre maggiori consensi. Ma il mercato – si sostiene spesso – deve essere emendato e corretto: bisogna mettere le briglie agli spiriti animali del capitalismo “selvaggio”. Questo libro prende una direzione molto diversa. Proprio l’economia di mercato, al suo massimo grado di libertà, può assicurare benessere e crescita. In particolare, i tentativi di proteggere la concorrenza da se stessa – attraverso l’operato delle autorità antitrust – sono pretestuosi e controproducenti. La tesi forte degli autori è che solo una concorrenza affrancata da ogni vincolo, e proprio per questo non selvaggia bensì giusta, è capace di garantire gli interessi di tutti più di qualsiasi intervento moderatore.”

Gotti Tedeschi, è intervenuto nel dibattito sul capitalismo dalle pagine del sole24ore con un articolo dal titolo “La cicogna non fa aumentare il Pil”, dove afferma che  la causa della crisi è da ricercare nella bassa natalità che non sarebbe sufficiente ad alimentare il giusto consumo, di qui la necessità di indebitarsi per alimentare la domanda aggregata di consumo.

MA GUARDA UN PO’ IL BANCHIERE CHE VA IN CHIESA OGNI MATTINA PRIMA DI ANDARE IN UFFICIO, E CHE AFFERMA NEL SUO SAGGIO CHE LA POVERTA’ E’ UN MALE DA ACETTARE COME RIPORTA IL VANGELO ( sono andato a memoria ma il succo è quello).

Oggi,non solo non si fa carico delle truffe messe in atto da alcuni esponenti della sua categoria professionale che come afferma Luciano Gallino hanno fatto i soldi rischiando quelli degli altri. Oggi il mondo è in ginocchio grazie a questi spiriti animali le cui capacità sono sotto gli occhi di tutti che ne pagano le conseguenze.

Il problema caro Gotti Tedeschi è un altro, ed è quello che nel mondo ci sono milioni di figlioli adottivi che non si possono permettere di pagare il cibo al prezzo che noi imponiamo per essere mantenuti nel’opulenza. Muoiono di fame anche quando i granai sono pieni, muoiono di fame perché noi dobbiamo speculare sul prezzo del riso.

Certo la cosa non è nuova sono secoli che è cosi, li abbiamo fatti schiavi, li abbiamo depredati e ora li lasciamo morire di fame, salvo lavarsi la coscienza con bilanci etici e donazioni fatte sempre con i soldi degli altri.

INOLTRE CARO GIOTTO, TIRARE IN BALLO UN PAPA APPENA PROCLAMATO BEATO PER AVVALORARE LA SUPREMAZIA DELLE TUE IDEE NON E’ DA SCIENZIATI MA DA IPOCRITI. IN MERITO RILEGGITI UN PASSAGGIO DI RERUM NOVARUM DI LEONE XIII SCRITTA NEL 1891 VENTIQUATTRO ANNI DOPO LA PUBBLICAZIONE DEL PRIMO LIBRO DEL “IL CAPITALE” DI K.MARX.

Non mi sembra che sia un atto di giustizia Cristiana sottopagare chi lavora e non dare un sussidio di disoccupazione a chi è involontariamente e momentaneamente estromesso dal mondo del lavoro a causa di aggiustamenti fra la domanda e l’offerta sul mercato.

NON E’ L’UOMO CARO GIOTTO AL SERVIZIO DEL MERCATO MA VICEVERSA. IL PROFITTO E’ SOLO UNA UNITA’ DI MISURA PER VERIFICARE L’EFFICIENZA DEL SISTEMA A LIVELLO UNITA’ MICROECONOMICA (AZIENDALE).

3) la questione del salario ( estratto enciclica Rerum Novarum)

34. Tocchiamo ora un punto di grande importanza, e che va inteso bene per non cadere in uno dei due estremi opposti. La quantità del salario, si dice, la determina il libero consenso delle parti: sicché il padrone, pagata la mercede, ha fatto la sua parte, né sembra sia debitore di altro. Si commette ingiustizia solo quando o il padrone non paga l’intera mercede o l’operaio non presta tutta l’opera pattuita; e solo a tutela di questi diritti, e non per altre ragioni, è lecito l’intervento dello Stato. A questo ragionamento, un giusto estimatore delle cose non può consentire né facilmente né in tutto; perché esso non guarda la cosa sotto ogni aspetto; vi mancano alcune considerazioni di grande importanza. Il lavoro è l’attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita, e specialmente alla conservazione: Tu mangerai pane nel sudore della tua fronte (32). Ha dunque il lavoro dell’uomo come due caratteri impressigli da natura, cioè di essere personale, perché la forza attiva è inerente alla persona, e del tutto proprio di chi la esercita e al cui vantaggio fu data; poi di essere necessario, perché il frutto del lavoro è necessario all’uomo per il mantenimento della vita, mantenimento che è un dovere imprescindibile imposto dalla natura. Ora, se si guarda solo l’aspetto della personalità, non v’è dubbio che può l’operaio pattuire una mercede inferiore al giusto, poiché siccome egli offre volontariamente l’opera, così può, volendo, contentarsi di un tenue salario o rinunziarvi del tutto. Ben diversa è la cosa se con la personalità si considera la necessità: due cose logicamente distinte, ma realmente inseparabili. Infatti, conservarsi in vita è dovere, a cui nessuno può mancare senza colpa. Di qui nasce, come necessaria conseguenza, il diritto di procurarsi i mezzi di sostentamento, che nella povera gente sí riducono al salario del proprio lavoro. L’operaio e il padrone allora formino pure di comune consenso il patto e nominatamente la quantità della mercede; vi entra però sempre un elemento di giustizia naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti, ed è che il quantitativo della mercede non deve essere inferiore al sostentamento dell’operaio, frugale si intende, e di retti costumi. Se costui, costretto dalla necessità o per timore di peggio, accetta patti più duri i quali, perché imposti dal proprietario o dall’imprenditore, volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza, contro la quale la giustizia protesta. Del resto, in queste ed altre simili cose, quali sono l’orario di lavoro, le cautele da prendere, per garantire nelle officine la vita dell’operaio, affinché l’autorità non s’ingerisca indebitamente, specie in tanta varietà di cose, di tempi e di luoghi, sarà più opportuno riservare la decisione ai collegi di cui parleremo più avanti, o usare altri mezzi che salvino, secondo giustizia, le ragioni degli operai, limitandosi lo Stato ad aggiungervi, quando il caso lo richiede, tutela ed appoggi.


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