John Maynard Keynes.Sono un liberale? E altri scritti

“Il nostro sistema economico non ci consente di utilizzare appieno le possibilità di benessere offerteci dallo sviluppo della tecnologia, ma si ferma molto prima di questo limite. (J. M. Keynes)”

Solo se ci apoggiamo sulle spalle dei giganti, si può trovare un nuovo equilibrio economico che si basi sullo sviluppo al fine di creare benessere e equità sociale.

Dopo oltre un ventennio di trionfalismo neoliberale, con la rinnovata cieca fiducia nelle virtù del mercato, i “piccoli chiari ragionamenti” che Keynes avanzava tra le due guerre non hanno perso nulla della loro validità ed efficacia. Anzi, per quel che riguarda il problema centrale della piena occuoazione, la rivoluzione tecnologica cui abbiamo assistito conferma la diagnosi keynesiana e con essa la persuasione che il sistema capitalistico, finalizzato al profitto, non è in grado di autoregolarsi.

Eretico tra gli ecnonomisti per la sua incredulità nelle “leggi dell’economia” e nello stesso tempo estraneo al marxismo, Keynes cerca i possibili “miglioramenti” in un equilibrio tra intervento pubblico e impresa privata ispirato a una filosofia sociale non ridotta al calcolo finanziario ovvero, come dice con non celato disprezzo, a quella sorta di “parodia dell’incubo del contabile” in cui fu trasformata nell’Ottocento ogni manifestazione vitale. L’anticapitalismo aristocratico di Keynes si accompagna a un ottimistica fiducia nella forza delle idee, rispetto agli interessi costituiti.

Concetti sintetici su cui si basa la proposta di Keynes:
1) il reddito e l’occupazione dipendono dagli investimenti;
2) gli investimenti sono tanto più bassi quanto più alto è il tasso d’interesse;
3) il risparmio non dipende dal saggio d’interesse, bensì dal livello di reddito;
4) se il risparmio desiderato è più alto degli investimenti, il reddito si riduce;
5) può risultare impossibile, pur se desiderabile, far calare il saggio d’interesse al livello necessario per ottenere la quantità d’investimenti necessaria per la piena occupazione. Di qui la necessità degli investimenti pubblici.

Come è noto, in Keynes l’intervento dello Stato non deve andare oltre: “… non si vede nessun’altra necessità di un sistema di socialismo di Stato che abbracci la maggior parte della vita economica della collettività.

Non è importante che lo Stato si assuma la proprietà degli strumenti di produzione” (Teoria generale dell’occupazione dell’interesse della moneta, Cap. 24). Piuttosto, Keynes è un sostenitore convinto del sistema capitalistico che, ove ben regolato dai pubblici poteri, garantisce la massima libertà individuale, la possibilità per ognuno di dispiegare al meglio i propri “spiriti animali”.

Vi è un passo della Teoria Generale (Cap. 24), forse poco conosciuto, da cui emerge con chiarezza il pensiero di Keynes riguardo all’importanza dell’individuo: “…l’individualismo, se lo si può mondare dei suoi difetti e dei suoi abusi, è la miglior salvaguardia della libertà personale; nel senso che, in confronto a qualunque altro sistema, esso allarga grandemente il campo dell’esercizio della scelta personale. E’ pure la miglior tutela della varietà della vita, che deriva proprio da questa ampiezza del campo di scelta personale, e la cui perdita è la massima fra tutte le perdite dello stato omogeneo o totalitario. Giacché questa varietà preserva le tradizioni in cui si sostanziano le scelte più sicure e più felici delle generazioni passate; colora il presente con la sua variata fantasia; e, ancella dell’esperimento oltre che della fantasia e della tradizione, è lo strumento più potente per un futuro migliore”.

In sintesi, anche traendo spunto dalle indicazioni di Keynes, dall’attuale crisi finanziaria si deve uscire abbandonando la sbornia finanziaria, concentrandosi sulle attività reali e produttive, assegnando allo Stato compiti ben definiti ma temporanei (ad esempio di sostegno al sistema finanziario e monetario), affidandosi alle forze spontanee di mercato che, però, devono essere soggette ad un insieme di regole certe e definite anche a livello internazionale.
Fondamentale rimane, all’interno di questo scenario, la libertà individuale ma soprattutto il compito di ogni individuo di svolgere con responsabilità il proprio lavoro e di dare il proprio contributo alla crescita sociale e civile della società.

******

Il Libro a cura di Giorgio La Malfa – Anno novembre 2010 , pp. 320 euro 22,00.

Risvolto:

La forma del pamphlet si addiceva a John Maynard Keynes, autore per lo più di interventi brevi e spesso polemici, nei quali combatteva le opinioni prevalenti ed esplorava nuovi punti di vista.

Era sostanzialmente un lungo pamphlet “Le conseguenze economiche della pace“, il libro con cui nel 1919 aveva preso le distanze dalla “follia” del Trattato di Versailles, sostenendo profeticamente che avrebbe provocato una nuova guerra “a confronto della quale sarebbero apparsi trascurabili gli orrori di quella appena finita”.

E sarebbe stato un lungo pamphlet la stessa “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, con cui nel 1936 avrebbe rovesciato le dottrine invalse e trasformato per sempre la teoria economica.

Per questo i saggi qui radunati propongono Keynes nella sua forma migliore e più stimolante. Scritti fra il 1923 e il 1942, nascono dall’insofferenza di un uomo di genio per le idee correnti, dalla sua ricerca di vie non ancora battute, e costituiscono insieme lo sfondo culturale e la premessa della rivoluzione che si attuerà con la “Teoria generale”. Keynes vi affronta le contraddizioni di fondo del capitalismo, che per ‘funzionare’ deve magnificare uno dei grandi vizi dell’uomo, l”auri sacra fames’, l’avidità di denaro’ riferisce ciò che ha visto nella Russia comunista, di cui analizza con precisione la forza e le debolezze; coglie il tramonto del laissez-faire.

Approfondimenti:

Keynes: La fine del laissez-faire (1926)

Keynes: Prospettive per i nostri nipoti (1930)

Keynes: Autarchia economica (1933)

Giorgio Lunghini: Sviluppo tecnologico, disoccupazione e bisogni sociali

D. Fiorillo: Il Capitale Sociale nel pensiero di John Maynard Keynes

Rosaria Rita Canale : Stato e mercato nell’alternativa tedesca al liberalismo

******

Karl Polanyi ” La Grande Trasformazione”

Che cosa c’è di mistificato nella teoria del mercato autoregolato?

La risposta di Polanyi è limpida e inequivocabile: “Il punto cruciale è questo: lavoro, terra e moneta sono elementi essenziali dell’industria; anch’essi debbono essere organizzati in mercati poiché formano una parte assolutamente vitale del sistema economico; tuttavia essi non sono ovviamente delle merci, e il postulato per cui tutto ciò che è comprato e venduto deve essere stato prodotto per la vendita è per questi manifestamente falso. Il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa la quale a sua volta non è prodotta per essere venduta ma per ragioni del tutto diverse… La terra è soltanto un altro nome per la natura che non è prodotta dall’uomo. La moneta infine è soltanto un simbolo del potere d’acquisto che di regola non è affatto prodotto ma si sviluppa attraverso il meccanismo della banca o della finanza di stato. Nessuno di questi elementi è prodotto per la vendita. La descrizione, quindi, del lavoro, della terra e della moneta come merci è interamente fittizia. E’ nondimeno con il contributo di questa finzione che sono organizzati i mercati del lavoro, della terra e della moneta… La finzione della merce fornisce un principio di organizzazione vitale per tutta la società, il quale influisce su quasi tutte le sue istituzioni nel modo più vario: si tratta cioè del principio secondo il quale non si dovrebbe permettere l’esistenza di nessun’organizzazione o comportamento che impedisca l’effettivo funzionamento del meccanismo di mercato sulla linea della finzione della merce. Tuttavia per quanto riguarda lavoro, terra e moneta questo postulato non può essere sostenuto; permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione la società.

La presunta merce “forza-lavoro” non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva d’impiego, senza influire nche sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. Nel disporre della forza-lavoro di un uomo, il sistema disporrebbe tra l’altro dell’entità fisica, psicologica e morale “uomo” che si collega a quest’etichetta… La natura verrebbe ridotta ai suoi elementi, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi inquinati, la capcità di produrre cibo e materie prime distrutta…

Indubbiamente i mercati del lavoro, della terra e della moneta sono essenziali per un’economia di mercato, ma nessuna società potrebbe sopportare gli effetti di un simile sistema di rozze finzioni neanche per il più breve periodo di tempo a meno che la sua sostanza umana e naturale, oltre che la sua organizzazione commerciale, fossero protette dalle distruzioni arrecate da questo diabolico meccanismo” (pp. 93-95).

Una volta messo in moto dai processi sociali, vale a dire dalla spietata avidità dei capitalisti, avallato dalle forze politiche che rappresentavano i loro interessi e teorizzato dagli utilitaristi e dagli economisti classici, il meccanismo diabolico produce di fatto, nel corso dell’800, i suoi effetti: la crescita prodigiosa della ricchezza è pagata al prezzo di un enorme aumento della miseria e della degradazione umana.

Questo è un paradosso reale.

Il Pensiero di Karl Polanyi (Estratto da Wikipedia)

La tesi fondamentale di Polanyi riguarda la negazione della “naturalità” della società di mercato, ritenuta piuttosto un’anomalia nella storia della società umana (che lo porta a rifiutare l’identificazione dell’economia umana con la sua forma mercantile) e il concetto normativo di embeddedness. L’economia non è avulsa dalla società, ma non può che essere embedded, vale a dire integrata, radicata proprio all’interno della società. Esistono infatti tre forme di integrazione dell’economia nella società: la reciprocità, la redistribuzione e lo scambio di mercato. Il concetto di reciprocità, in Polanyi deriva da quello studiato da Marcel Mauss, in quanto essa si basa sulla logica del dono. Negli scambi regolati dalla reciprocità, infatti, assumono decisamente più valore gli individui e soprattutto le relazioni, i legami che derivano dallo scambio rispetto all’effettivo bene oggetto di dono. La seconda forma di integrazione è la redistribuzione: in questo caso si presuppone l’esistenza di un organo centrale da cui dipende un sistema di distribuzione collettiva. In altre parole, si producono beni e servizi che vengono poi trasferiti a questo centro, e successivamente distribuiti alla collettività. La terza forma di integrazione, che è anche oggetto delle critiche più radicali da parte dell’economista, è lo scambio di mercato. Si tratta di un sistema complesso nel quale tutto tende ad essere scambiato e quindi tutto subisce continua fluttuazioni e regole mutevoli. La “società di mercato” (la società in cui “tutto è mercato”), contraddistinta dalla presenza di una Alta Finanza, consiste proprio nella riduzione di tutto – natura, lavoro, denaro – a merce, di modo che la dimensione mercantile, che in altre epoche e società era solo una componente spesso marginale dell’attività economica, diventa predominante, fino al punto di piegare tutte le attività sociali, la forma stessa della società, alle esigenze dei mercati. La predominanza degli scambi commerciali a distanza, e dunque la predominanza della dimensione finanziaria che tali tipi di scambi richiedono, può essere considerata la sua definizione del Capitalismo. Polanyi contrappone alle aride logiche di mercato, una logica di distribuzione di beni basata sulla reciprocità, che si fonda sullo scambio dei beni basato sull’aspettativa di ricevere altri beni in modi stabiliti. Questa forma di economia si osserva in molte società “semplici”. A differenza della maggior parte degli economisti che lo hanno preceduto, Karl Polanyi non considera la reciprocità, la redistribuzione e lo scambio di mercato come susseguentisi a livello temporale, vale a dire che in epoca più antica vigeva la reciprocità e via via le altre forme, ma le tre modalità di scambio economico possono coesistere. Polanyi ha anche elaborato una sua interpretazione originale della connessione fra la crisi del 1929 e i rapporti socio-economici, che portarno allo scoppio della seconda guerra mondiale.


dicembre: 2010
L M M G V S D
« Ott   Gen »
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Contattaci

Circolo Bientina

  • Primarie 2009

Varie Bientina

Siti di area PD

  • Area Dem

Dossier Crisi

Dossier Encicliche Sociali

    Articoli Encicliche - Eletti PD

Dossier Articoli Crisi Economica

  • Pulsante keynesiano
  • Lezioni per il futuro

Documenti Crisi Economia Circolo

  • Crisi Globale
  • Focus Economia

Festa Nazionale PD

Link Iniziative

Web TV

RSS New Wikio

  • Si è verificato un errore; probabilmente il feed non è attivo. Riprovare più tardi.

Libreria Circolo

Le Riviste Disponibili Nel Circolo

Libri Disponibili Nel Circolo

Documenti Vari

Documenti Esterni

  • Rapporti

Workig Papers

Link PD

Sito Nazionale

Gruppi Parlamentari

Unione Provinciale

Unione Regionale

Gruppi Regionali

Iniziative Locali

Link Vari Area PD

    Eletti In Toscana

Programmi

Programma PD

New Agenzie

  • New Google Birmania
      • Rasegna stampa pd
      • ANSA IT
      • ANSA Live UE
    • news google

    Sondaggi e Ricerche

    • ipr marketing

    citizen journal

    Link Vari

    Associazioni

      Osservatori

    Democratici Nel Mondo

    • Logo Democratic
    • Sito Barack Obama
    • Sito Hillary Clinton

    Iniziative Umanitarie



    Organismi – Istituti E Commissioni Di Ricerca

    • Unione Europea
    • censis
    • cnel
    • cnel commissione lavoro
    •  glocus logo
    • ISAE
    • ICE
    • Unicamere
    • logo Airi
    • Eurispes
    • Logo APAT
    • FMI
    • WTO
    • Banca Mondiale

      Commissioni

        • Logo Cefass

    Categorie

    Archivio Per Mese