Keynes, la globalizzazione, l’India

John Maynard Keynes e Lydia Lopokova

Fonte: keynesiano

di David Singh Grewal

[1]Siamo tutti keynesiani ormai. L’eroe della Grande Depressione è stato evocato nel momento del bisogno e ha cominciato ad apparire ovunque: negli editoriali dei giornali finanziari, nei commenti dei settimanali e perfino nelle pagine di quelle riviste economiche e finanziarie americane dove il keynesismo ha sempre ricevuto un’accoglienza tutt’altro che entusiasta. Tuttavia, questa nuova moda keynesiana tende a non rammentare che le politiche economiche keynesiane sono state elaborate in opposizione esplicita a quella che noi ora chiamiamo “globalizzazione”. Keynes avvertì che l’integrazione economica globale produce tensioni che non possono essere risolte dalla tradizionale politica statale, e perciò può mettere in pericolo la pace. In effetti, fare di Keynes un difensore della spesa a debito ignorando allo stesso tempo le sue profezie sull’integrazione economica rischia di far riprodurre quella forma di conflitto internazionale che all’inizio stimolò il suo pensiero.

La globalizzazione degli ultimi decenni non è il primo episodio simile nella storia mondiale, né, sotto molto aspetti, il più profondo.

Il periodo immediatamente precedente alla prima guerra mondiale è stato caratterizzato da una “globalizzazione” finanziaria ed economica senza precedenti, anche se ovviamente non è stato chiamata con questo nome. Era il mondo in cui John Maynard Keynes è cresciuto, ha studiato e ha cominciato a lavorare. È stato il mondo che ha visto crollare. Nonostante tendiamo ad analizzare Keynes per i suoi lavori accademici e istituzionali degli anni 30 e 40, il suo periodo formativo è stato precedente, e ha avuto luogo durante la prima guerra mondiale e i problemi economici che colpirono la Gran Bretagna dopo il suo ritorno alle ristrettezze del gold standard negli anni 20. La causa scatenante delle teorie di Keynes sta proprio nell’essere stato testimone di un conflitto militare e di una crisi economica seguiti a un periodo di pace e integrazione economica. Nel corso della sua esistenza, Keynes cercò di capire perché il mondo in cui era cresciuto – che ha prodotto quella che è stata definita la prima età della globalizzazione – abbia avuto una fine così catastrofica. La prima globalizzazione è stata un movimento guidato dall’impero britannico: dipendeva sull’impegno britannico in ciò che ora definiamo integrazione economica, riassunta nello slogan del “libero commercio”, cioè il libero movimento di capitali, beni e (con differenze importanti rispetto a oggi) persone. Keynes all’inizio era stato un ardente sostenitore del libero commercio, ma, come spiegò in un discorso sulla “Autosufficienza nazionale” nel 1933, le sue idee avevano subito un cambiamento radicale [2]. “Come la maggior parte degli inglesi, sono stato allevato nel rispetto del libero commercio, considerato non soltanto come una dottrina economica, che una persona razionale e istruita non poteva mettere in dubbio, ma anche come parte della legge morale”. Ma l’esperienza della prima guerra mondiale e le agitazioni del periodo tra le due guerre aveva prodotto un insieme di circostanze più rilevanti per le decisioni politiche di tutte le proposizioni analitiche sul libero commercio a cui aveva creduto. Nuove “speranze, paure e preoccupazioni” avevano portato Keynes a “evadere dagli abiti mentali del mondo prebellico dell’Ottocento”, le ideologie della prima globalizzazione che aveva accettato in precedenza.

La giustificazione della prima globalizzazione è stata fornita dai classici sostenitori del libero commercio, che Keynes riteneva “i più idealisti e disinteressati tra gli uomini”. Questi sostenitori del laissez-faire avevano creduto di essere gli unici “a vedere chiaro”. Credevano che il protezionismo fosse “sempre figlio dell’ignoranza, frutto a sua volta di un egoismo cieco”. Erano sicuri di “risolvere il problema della povertà, e di risolverlo per tutto il mondo” nonché “di servire non solo la sopravvivenza di ciò che è più opportuno dal punto di vista economico, bensì la grande causa della libertà”. Soprattutto, questi sostenitori ottocenteschi del libero commercio avevano creduto di “essere gli amici e garanti della pace, della concordia internazionale, della giustizia economica delle nazioni e i propagatori dei benefici del progresso”.

Fin dall’Ottocento, alcuni commentatori hanno sostenuto che il libero commercio avrebbe portato la pace, legando tra di loro i destini delle nazioni attraverso l’interdipendenza economica, che è pressappoco lo stesso discorso dei sostenitori odierni della globalizzazione. E’ stata proprio quest’idea che la generazione di Keynes, rifacendosi alle esperienze degli anni 20 e 30, considerava ingenua e pericolosa, dato che avevano vissuto l’esatto contrario. Invece di alimentare la pace mondiale, le nazioni interdipendenti d’Europa si erano distrutte a vicenda.

Il parallelo tra questi dogmi del mondo prebellico novecentesco e la retorica del neoliberalismo del mondo dopo la guerra fredda è notevole, sebbene Keynes sarebbe stato l’ultimo a sospettare che la visione ottocentesca del capitalismo sarebbe tornata con una simile forza. “C’è ancora gente fedele alle vecchie idee” scrisse nel 1932, “ma in nessun paese del mondo può essere oggi considerata una parte cospicua”. La richiesta politica degli anni 30 era quella di diventare “padroni di noi stessi”, piuttosto che “alla mercé di forze internazionali che realizzano, o cercano di realizzare, un genere di equilibrio uniforme ai principi ideali, se li si può chiamare così, del capitalismo del laissez-faire”. Domare queste “forze internazionali” richiedeva la costruzione di un nuovo ordine mondiale, a cui Keynes lavorò in quelli che furono letteralmente i suoi ultimi giorni.

L’aspetto internazionale dell’agenda di Keynes è stato costituito in modo parziale, se non imperfetto, nel sistema di Bretton Woods, che metteva insieme lo sviluppo e gli aiuti per la ricostruzione con un nuovo ordine finanziario mondiale di valute nazionali e “liberalismo imbrigliato” [3]. Sotto il sistema di Bretton Woods, tutte le valute erano legate al dollaro statunitense, e il dollaro era ancorato all’oro; i valori di scambio tra le valute erano fissi, e soggetti a una continua negoziazione internazionale. Lo scopo era quello di rendere la produzione economica compatibile con la regolazione economica nazionale permettendo allo stesso tempo il commercio internazionale. Questo scopo era maggiormente visibile nella finanza, come dimostra la proposta di Keynes di un passaggio dal gold standard a un sistema di valute nazionali interconnesse attraverso la negoziazione internazionale.

Secondo la politica monetaria keynesiana, le valute nazionali sono elementi politici della regolamentazione del ciclo economico, ma in modo da evitare l’isolamento, deve esserci un modo di legare le economie tra di loro all’interno dell’ambito della regolamentazione statale piuttosto che oltre di essa. Keynes non stava proponendo una forma di autarchia. Stava piuttosto cercando un rimedio per i problemi che erano nati in un’economia globale priva di governo politico. Il suo scopo era quello di allineare la produzione e la politica nell’ambito nazionale, che dal suo punto vista significava portare il commercio internazionale nell’ambito della diplomazia internazionale, istituendo forme di regolamentazione internazionale che si affiancassero alla vigilanza domestica dei mercati. Come si è visto, le “vecchie idee” sono tornate in una nuova forma, ma soltanto dopo che l’ordine keynesiano del dopoguerra – un ordine costruito espressamente in risposta al fallimento della prima globalizzazione – è stato sistematicamente smantellato. L’inizio dell’attuale ondata della globalizzazione – che possiamo definire la “seconda globalizzazione” – si riporta in genere alla metà degli anni 70, precisamente quando quest’ordine keynesiano del dopoguerra cominciò a dissolversi. La fine del sistema di Bretton Woods inaugurò un nuovo ordine mondiale, che emerse propriamente solo alla fine della guerra fredda. L’idea neoliberale di un “mondo senza barriere” (nelle parole dell’ex direttore dell’Organizzazione del Commercio Internazionale, Mike Moore[4]) si pone direttamente in contrasto col regime di Bretton Woods.

La liquidazione del sistema keynesiano è stata una vittoria conseguita con diversi decenni di sforzi da Wall Street e dalla City, affiancati nell’impresa da numerosi think tank neoliberali. Tale vittoria ha trovato la sua formula definitiva nel “Washington Consensus”, che ha portato le organizzazioni governative e intergovernative verso la privatizzazione, la deregolamentazione e l’imitazione del mercato. Secondo l’ideologia di questa seconda globalizzazione, la politica doveva essere espulsa dai processi di produzione. Contro il keynesismo del dopoguerra, i sostenitori del Washington Consensus hanno cercato di creare uno spazio economico libero dall’interferenza politica, in particolare nei paesi in via di sviluppo. Il mercato poteva garantire il successo. Gli stati dovevano inchinarsi alla “magia del mercato”, così definita dal commentatore finanziario Martin Wolf [5].

La prima globalizzazione giunse oltre l’ambito degli stati nazionali perché non esistevano istituzioni internazionali in grado di regolamentare i soggetti del commercio internazionale, perlomeno fuori dai vasti imperi europei. Al contrario, l’emergere della seconda globalizzazione richiese uno smantellamento deliberato del sistema di vigilanza governativa costituito su basi keynesiane, all’indomani delle guerre mondiali. La seconda globalizzazione, tuttavia, non portò a un mondo disordinato. Dopo che gli Stati Uniti si sganciarono dal gold standard nel 1971, il dollaro continuò a funzionare come valuta mondiale di riserva – anche quando le altre valute oscillarono liberamente contro di esso. In questo nuovo contesto, molti paesi asiatici mantennero legami informali col dollaro, allo scopo di mantenere un contesto di scambio stabile per uno sviluppo basato sulle esportazioni.

Questo nuovo regime permise una crescita economica rapida nell’Est Asiatico – che include, più di recente, la Cina costiera, ma prima di essa il Giappone e le “tigri” dell’Est asiatico – attraverso la vendita di beni di consumo agli Stati Uniti in cambio di somme sempre più cospicue di debito in dollari. Questo processo permise anche agli Stati Uniti di spendere sotto deficit attraverso bolle speculative, puntando sugli acquisti esteri del debito stesso, sfruttando la centralità del dollaro nel sistema finanziario mondiale. Perciò gli Stati Uniti divennero prestatori – e consumatori – di ultima istanza: prestavano all’estero per consumare nel mercato domestico, in un ciclo che sembrava impossibile da fermare.

Questo nuovo regime rappresenta l’evoluzione distorta del keynesismo del dopoguerra. Sotto sia un vero e proprio gold standard o sotto uno standard comunque legato all’oro, i livelli del debito degli Stati Uniti si sarebbero rivelati insostenibili decenni fa: l’oro necessario per salvare il debito non poteva esserci in banca. Allo stesso modo, sotto un sistema di valute oscillanti prive di una valuta di riserva, il valore del dollaro sarebbe stato legato direttamente alla domanda estera per i beni e i servizi americani. È soltanto nella seconda globalizzazione seguita al collasso del sistema di Bretton Woods che assistiamo all’inedita combinazione della finanza globalizzata e di una valuta mondiale di riserva che può essere inflazionata a piacimento.

L’erogazione di debito americano è aumentata notevolmente nell’attuale crisi finanziaria, ed è in questo contesto che Keynes è stato riabilitato come il profeta della spesa pubblica finanziata a debito. Il punto, tuttavia, è che il denaro che viene speso non è un denaro che gli americani stanno prendendo in prestito da loro stessi, e che un giorno ripagheranno (o non riusciranno a pagare) a generazioni future di americani. Piuttosto, la spesa a deficit a cui assistiamo ora – portata avanti su surrogati binari keynesiani – dipende sproporzionatamente dal denaro che gli americani stanno prendendo in prestito dall’estero, e che un giorno ripagheranno (o non riusciranno a pagare) a future generazioni di cittadini stranieri, soprattutto cinesi.

La Cina adesso è il maggiore proprietario di buoni del tesoro americani: almeno 768 miliardi di dollari a marzo del 2009, anche se secondo alcune stime l’insieme dei suoi asset in dollari corrisponde al doppio. Insieme, la Cina e il Giappone sono i maggiori investitori stranieri nel debito pubblico americano, metà del quale è posseduto fuori dagli Stati Uniti. Durante questa crisi, l’America dipende dai suoi creditori non solo per mantenere il suo attuale debito in dollari, ma anche per assorbire i nuovi buoni del tesoro stampati a Washington. A giugno, il Segretario del Tesoro Timothy Geithner ha visitato Pechino per assicurare il governo cinese che i suoi investimenti in dollari restano sicuri nonostante i nuovi prestiti degli Stati Uniti. Dopo il suo discorso inaugurale all’Università di Pechino, Geithner rispose a una domanda sulla salute del dollaro americano dichiarando che “gli investimenti cinesi sono al sicuro”. Il commento suscitò grasse risate tra gli studenti, i quali sapevano perfettamente che il valore delle cambiali americane che erediteranno è estremamente incerto.

L’idea che l’interdipendenza economica possa condurre alla pace internazionale è sempre stata popolare, dai philosophes dell’Ottocento come Montesquieu, fino ai giornalisti del ventesimo secolo come Thomas Friedman o Martin Wolf. Purtroppo, è un’idea che non combacia coi fatti storici. Keynes ha sostenuto l’esatto opposto, basandosi sulla sua esperienza della prima guerra mondiale:

Non sembra logico che la salvaguardia e la garanzia della pace internazionale siano rappresentate da una grande concentrazione degli sforzi nazionali per conquistare i mercati esteri, dalla penetrazione, da parte delle risorse e dell’influenza di capitali stranieri, nella struttura economica di un paese e dalla stretta dipendenza della nostra vita economica dalle fluttuazioni delle politiche economiche di paesi stranieri. Alla luce dell’esperienza e della prudenza, è più facile sostenere proprio il contrario.

Un celebre commentatore dell’epoca, Sir Norman Angell, aveva sostenuto appena prima dell’inizio della prima guerra mondiale che la Germania non avrebbe mai attaccato la Gran Bretagna, per via dei rapporti tra le loro due economie (la Germania era il secondo partner commerciale della Gran Bretagna). La guerra era diventata impossibile tra le nazioni commerciali moderne, sostenne Angell: coloro che pensavano fosse ancora possibile si trovavano sotto una “grande illusione”, perché “il potere militare e politico non conferisce alle nazioni vantaggi commerciali” ed “è impossibile economicamente per una nazione appropriarsi della ricchezza di un’altra, o arricchirsi soggiogandola” [6].

In retrospettiva, Keynes fu in grado di identificare la vera “grande illusione”: la fantasia che la globalizzazione economica avrebbe portato la pace. Questa fantasia poggiava sull’idea che nazioni rivali possano mettere per forza la ricchezza economica sopra tutti gli altri valori, come l’onore nazionale o complesse dinamiche geopolitiche. La prima guerra mondiale rivelò il contrario: le nazioni interdipendenti economicamente non erano immuni dalla violenza e, anzi, potevano esservi particolarmente portate. Inoltre, anche se Keynes citò diversi motivi per limitare la globalizzazione economica, tra cui la preservazione di quello che oggi definiamo lo “spazio politico” dei governi per l’intervento nell’economia, la sua preoccupazione principale era la pace internazionale. Siccome la globalizzazione permette che i rapporti economici vadano oltre lo stato, non esiste una facile soluzione quando le cose vanno di traverso (come è possibile prevedere) e si debbono affrontare complesse catene di produzione e investimenti che vanno oltre i confini nazionali.

Keynes sostenne che “La separazione tra proprietà ed effettiva responsabilità della conduzione di un’impresa è già preoccupante all’interno di un paese quando, come risultato del capitale azionario, la proprietà è spezzata tra innumerevoli individui, che comprano la loro quota oggi e la rivendono domani e che mancano, nell’insieme, sia della conoscenza che della responsabilità nei confronti di ciò che essi momentaneamente posseggono”. Queste sono le circostanze che hanno portato all’attuale crisi finanziaria: la mancanza di “conoscenza e responsabilità” per investimenti che sono posseduti soltanto “momentaneamente” – debiti tossici cartolarizzati, scambiati e usati come leva per l’acquisto speculativo di altri asset. È uno scenario che Keynes avrebbe trovato del tutto familiare, a parte ovviamente i complessi strumenti finanziari che hanno aiutato la bolla. Ma la separazione tra “proprietà” ed “effettiva responsabilità” diventa un problema ancora più acuto quando la globalizzazione separa proprietà e controllo tra diverse nazioni, senza che vi sia uno spazio politico in cui i conflitti possono essere amministrati:

Quando lo stesso principio [della separazione tra proprietà e responsabilità] è applicato su scala internazionale esso è, in periodi di difficoltà, intollerabile: io non sono responsabile di ciò che posseggo e coloro che gestiscono la mia proprietà non sono responsabili nei miei confronti. Vi può essere un qualche calcolo finanziario che mostra i vantaggi di investire i miei risparmi in qualche parte della Terra,, mettendo in evidenza la più elevata efficienza marginale del capitale o il più elevato saggio d’interesse che posso ricavarne. Ma l’esperienza mostra sempre più che quando si considerino le relazioni tra gli uomini, il distacco tra proprietà e gestione è un male, e che esso quasi sicuramente, nel lungo periodo, provocherà tensioni e antagonismi, facendo fallire il calcolo finanziario.

La globalizzazione divide le diverse parti del processo produttivo (e i diversi guadagni) tra cittadini di diverse nazioni, ai tempi di Keynes e ai nostri. Nel fare questo, può aumentare il benessere complessivo, e questo senz’altro aiuta gli investitori e quelli che sono meglio attrezzati per fare profitti in un mercato globalizzato. Ma ha anche la conseguenza di posizionare il mercato al di là della politica, spostando le decisioni sulla produzione a un campo in cui possono essere prese secondo un “calcolo finanziario” e per cui non c’è nessun rimedio politico quando le cose vanno in crisi. Proprio riflettendo su questo fatto Keynes espresse cautela sull’integrazione economica: “Sono perciò più d’accordo con quelli che vorrebbero ridurre l’intreccio economico tra le nazioni che con quelli che lo estenderebbero”.

Ciò non vuol dire che Keynes fosse anti-cosmopolita o illiberale. Anzi, espresse chiaramente le sue convinzioni liberali e cosmopolite: “Idee, conoscenza, arte, ospitalità, viaggi: queste sono le cose che per loro natura dovrebbero essere internazionali”. Condividere queste cose, secondo Keynes, non avrebbe invischiato persone di diverse nazionalità in un conflitto irrisolvibile. La faccenda cambia, tuttavia, per quanto riguarda la produzione di beni e, soprattutto, la finanza: “cerchiamo di far sì che i beni vengano prodotti al proprio interno quanto più ragionevolmente e convenientemente è possibile”, suggeriva Keynes, “e, soprattutto, che la finanza sia essenzialmente nazionale”. L’autosufficienza potrebbe essere o non essere la migliore politica, ma deve comunque essere portata avanti per la pace. Come Keynes ha osservato in un drammatico understatement: “l’età dell’internazionalismo economico non ha avuto un particolare successo nell’evitare la guerra”.

La seconda globalizzazione odierna rappresenta un enorme fallimento dell’autosufficienza nazionale, e soprattutto dell’idea che la finanza debba poggiare su basi nazionali. Se il debito americano, che è stato uno dei motori di questa globalizzazione, fosse stato mantenuto entro i confini nazionali, come suggeriva Keynes, ciò avrebbe portato a una resa dei conti tra differenti generazioni o diverse classi di americani – tra coloro che possiedono il debito e coloro che lo devono. I meccanismi politici degli Stati Uniti sarebbero probabilmente in grado di contenere questo processo: fin dall’antichità, la storia dell’autogoverno democratico ha visto numerosi episodi di rimessa del debito per ragioni di riconciliazione nazionale. Ma l’americano medio ormai non è indebitato soltanto con altri americani più ricchi – il che può essere superato politicamente attraverso lo sgravio del debito o la redistribuzione – ma anche con le masse di altri paesi che sono in genere molto più povere di loro.

L’economista Paul Krugman, vincitore del premio Nobel, ha scherzosamente descritto il rapporto degli Stati Uniti con la Cina negli ultimi decenni come lo scambio di debito tossico per giocattoli tossici: “Ci vendono giocattoli difettosi e pesce andato a male; noi vendiamo loro azioni contraffatte” [7]. Il senso di tutto questo, al di là delle battute, è che grandi masse di contadini cinesi (che adesso lavorano in fabbrica) hanno passato le loro vite a produrre beni per i consumi americani in cambio di cambiali di dubbio valore. Non sarebbe saggio né essere troppo precipitosi su questa situazione, né assumere che la resa dei conti tra le parti sarà esclusivamente economica, come avrebbe pensato Norman Angell, non Keynes. Se oggi vogliamo evocare il fantasma di Keynes, perciò, non dev’essere per confortarci mentre gli americani che pagano le tasse ripianano i fallimenti di Citibank prendendo in prestito altro denaro dall’estero.

Secondo alcuni, l’eredità di Nehru in India va incolpata per quello che viene considerato un basso tasso di crescita economica nei decenni successivi all’indipendenza. Una narrazione convenzionale ritiene che l’India non è riuscita a raggiungere una crescita paragonabile a quella dei vicini dell’est asiatico perché ha portato avanti con eccessiva devozione quella “autosufficienza nazionale” che i keynesiani (compreso Nehru) sostenevano. Secondo questa prospettiva, la recente accelerazione indiana va attribuita alla liberalizzazione dell’inizio degli anni 90, cominciata con l’intervento del Fondo Monetario Internazionale nel 1991.

Questa ricostruzione rimane controversa, ed è inaccurata per diversi aspetti: la crescita degli anni 90 cominciò prima, con riforme comparativamente minori negli anni 80, quando la cosiddetta “licenza raj” [8] era ancora in vigore, e se la crescita dell’India fino al 1990 non è stata spettacolare, è stata senz’altro “normale” rispetto a simili nazioni in via di sviluppo [9]. Inoltre, giudicare la liberalizzazione economica dell’India in genere richiede l’individuazione di un benchmark con cui paragonare i risultati di diverse politiche, e un senso più preciso di come la crescita economica complessiva sia connessa ad immediate problematiche di diminuzione della povertà e della disuguaglianza. Il dibattito sulle riforme economiche andrà avanti, ma sembra sia giunta l’ora di giudicare una questione differente: come lo sviluppo dell’India sia (o meno) dipeso dalle complesse dinamiche della “seconda globalizzazione”.

Mentre scrivo, l’India sembra trovarsi invidiabilmente al riparo nell’attuale crisi finanziaria. Il suo vasto mercato domestico continua a crescere, senza essere colpito dalla recessione dei paesi ricchi. Il relativo isolamento della sua economia, soprattutto nell’ambito finanziario, e una relativa mancanza di dipendenza dalla crescita legata alle esportazioni sembra essere meno un residuo osteggiato dello statalismo di Nehru che un’importante protezione da un’economia mondiale in difficoltà. Avere la memoria corta – o, almeno un orizzonte di profitto schiacciato sul breve termine – vuol dire dimenticare che ciò che in un dato momento sembra un ostacolo può rivelarsi un vantaggio importante sotto circostanze differenti. Difatti, l’India non spalancò le sue porte nella metà degli anni 90, anche se la natura della sua pianificazione è cambiata, in modo da permettere una maggiore apertura all’economia di mercato [10] Ma su questioni decisive di integrazione economica internazionale, come i controlli del capitale e l’orientamento sulle esportazioni delle sue politiche di sviluppo, l’India rimase comparativamente gelosa delle sue prerogative nazionali.

Quest’isolamento relativo dalla globalizzazione è stato molto criticato, forse soprattutto da economisti indiani che avevano studiato negli Stati Uniti, ai quali veniva insegnato che c’era un miracolo dell’Est asiatico ad attendere l’India se solo si fosse tuffata senza rete nell’integrazione economica. È difficile dire se questa visione fosse semplicemente sbagliata – non possiamo certo riprodurre la storia a nostro piacimento – ma ora sembra meno convincente di quanto sembrasse in passato. Il punto non è solo che l’India ha goduto di una rapida crescita economica senza abbracciare completamente l’integrazione internazionale; la replica indimostrabile argomenterebbe che l’India poteva crescere a un ritmo ancor più sostenuto – 12% l’anno, per esempio, invece che 10% – se solo avesse fatto galoppare i mercati. Il punto dev’essere, piuttosto, che, al di là dei calcoli sulle strade non prese, l’India ha goduto di una crescita rapida senza essere intrappolata in una rete di finanza internazionale che può essere dannosa dal punto di vista politico.

L’India possiede pochi buoni del tesoro americani – soltanto 38 miliardi di dollari ad aprile 2009, sebbene sia quasi il quadruplo del dato dell’anno precedente – e anche se questo può sembrare il momento giusto per puntare al mercato domestico piuttosto che al debito americano, la questione non è semplicemente economica. Come ci ricorda Keynes, le questioni della globalizzazione sono essenzialmente politiche – e l’India può preferire restare alleata degli Stati Uniti piuttosto che sua creditrice. Le due democrazie più importanti del mondo possono essere riuscire a restare buone amiche mantenendo una prudente distanza economica. Questo è un punto che l’India dovrebbe considerare, mentre continuerà a crescere rapidamente accanto a degli Stati Uniti sempre più indebitati e ansiosi. Per il momento, sono solo gli studenti cinesi a ridere delle assicurazioni del Segretario del Tesoro americano; forse i loro coetanei indiani dovrebbero essere contenti di essere dispensati da questo privilegio.

Note:

[1] [Il testo originale, “What Keynes warned about globalization” è apparso nel numero di settembre 2009 della rivista indiana Seminar. Si ringraziano sia David Singh Grewal che Harsh Sethi di Seminar per aver acconsentito alla traduzione. Una versione online del pezzo può essere consultata qui (Alessandro Aresu)].

[2] Si veda John Maynard Keynes, ‘National Self-Sufficiency’, Yale Review 22(4), 1933, 755-769 (prima lezione Finlay Lecture presso lo University College di Dublino, del 19 Aprile 1933). [In questa traduzione si citerà di seguito, con leggere modifiche, dalla traduzione italiana “Autosufficienza nazionale”, in John Maynard Keynes, Come uscire dalla crisi, Laterza, Roma-Bari, 2004, 93-106. Il testo di Keynes viene discusso anche nell’apparato di note del libro di Grewal Network Power (Yale University Press, New Haven, 2008)]

[3] John Gerard Ruggie, “International Regimes, Transactions, and Change: Embedded Liberalism in the Postwar Economic Order”, International Organization 36(2), Spring 1982, 379-415.

[4] Mike Moore, A World Without Walls: Freedom, Development, Free Trade and Global Governance, Cambridge University Press, New York, 2003.

[5] Martin Wolf, Why Globalization Works, Capitolo 4, Yale University Press, New Haven, 2004.

[6] Norman Angell, The Great Illusion: A Study of the Relation of Military Power in Nations to Their Economic and Social Advantage, G.P. Putnam, New York, 1911, p. vii.

[7] Paul Krugman, ‘China’s Dollar Trap’, The New York Times, 3 Aprile 2009, p. A29.

[8] [La cosiddetta “licenza raj” si riferisce alle licenze e alle regolamentazioni richieste per le attività commerciali in India, che, prima delle riforme portate avanti da Manmohan Singh come ministro delle finanze, inserivano nell’economia indiana un forte elemento di pianificazione e supervisione statale].

[9] Si veda Brad DeLong, ‘India Since Independence’, in Dani Rodrik (ed.), In Search of Prosperity: Analytic Narratives on Economic Growth, Princeton University Press, Princeton, 2003, pp. 184-204.

[10] Si veda Montek Singh Ahluwalia, ‘Planning Then and Now’, Seminar 589, September 2008.

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