Crisi: Ma come ragionano i Manager?

Fonte: Keynesiano

Gli economisti classici trovano nel costo del fattore lavoro l’unico elemento che differenzia i mercati per il resto considerati omogenei per definizione, si che la produttività di ciascun paese non è altro che il frutto della comparazione statica dei costi di produzione per unità di lavoro.

Le strategie competitive di base secondo Michael Porter.

L’economista Statunitense Michael Porter ha introdotto una concezione dinamica della competizione ,collegandola a quella di strategia in cui vi è un uso ampio e selettivo dell’innovazione quale fonte creatrice ma anche distruttrice.

La competizione vuol dire possedere elementi di superiorità difendibili nel tempo e come tali non rilevabili mediante semplici indicatori di performance i quali non potranno non riguardare che situazioni passate o presenti ma non future, ossia manifesteranno la presenza attuale di vantaggi competitivi ma non la loro sostenibilità nel tempo, in altre parole il “potenziale competitivo” inteso come capacità rigenerativa nel tempo delle fonti proprie del vantaggio competitivo stesso.

Possiamo considerare il vantaggio competitivo in termini di singola impresa o di sistema paese.

Nel primo caso si dovranno considerare tre strategie diverse :

1. leadership di costo, in cui l’impresa punta ad ottenere il più basso costo nel settore in cui opera;

2. differenziazione, in cui l’impresa cerca di creare una propria immagine spendibile che la differenzi dai concorrenti, eventualmente limitandola ai soli suoi prodotti;

3. focalizzazione , l’impresa cerca un segmento di mercato compatibile alla propria organizzazione produttiva e di vendita.

Tradizionalmente si individuano due tipologie di vantaggi competitivi la prima propria dell’impresa , la seconda collegata ad una specifica localizzazione , tali vantaggi possono essere variamente combinati fra loro a seconda che il vantaggio si basi esclusivamente su elementi propri dell’export o anche sulla localizzazione, se non esclusivamente su questa.

In un’epoca storica di crescente globalizzazione le scelte di delocalizzazione e di dispersione geografica sono destinate ad accrescersi, creando maggiori interazioni tra vantaggi competitivi e vantaggi per delocalizzazione.

La delocalizzazione è legata alla valutazione di due aspetti:

· i vantaggi acquisibili con l’insediamento in un determinato ambito territoriale ;

· la trasferibilità di tali elementi alle varie unità dell’impresa localizzate in altri territori.

In realtà i due fattori non sono isolabili ma interagiscono fra loro ed il problema per l’impresa non è solo la ricerca di una maggiore efficienza, quanto la definizione di una strategia competitiva, che tenendo conto dei vari fattori legati al vantaggio competitivo, riconfiguri una propria catena del valore .

Il paradigma strategico (Porter, 1980)

Se quanto finora detto è riferibile esclusivamente a livello di impresa, questa vive in un contesto paese si che il discorso sul vantaggio competitivo dovrà forzatamente allargarsi all’intero sistema paese e pertanto alle sue leggi e alle sue scelte di politica economica che potranno esaltare o erodere qualsiasi vantaggio acquisito, basti pensare a riguardo alle vicissitudini dei nostri distretti industriali.

Mentre l’impresa si posiziona strategicamente nell’ambiente economico in funzione delle valutazioni da lei effettuate, in quanto l’ambiente è strumentale all’economicità aziendale, l’ente pubblico è parte di un “sistema di aziende pubbliche” condizionato da vincoli istituzionali, l’insieme delle cui azioni dovrebbe tutelare l’interesse collettivo. Questo comporta la nascita di esigenze di sistema per una efficace economicità, in altre parole cresce la necessità che vi sia un gioco di squadra in cui il risultato positivo del sistema pubblico non può essere dato da alcuna azienda pubblica singolarmente ma dall’ordinato agire di tutti gli istituti.

Ecco emerge le necessità di un corretto assetto istituzionale, in particolare sulla distribuzione dei poteri decisionali relativi alle fonti di finanziamento al fine di sviluppare il binomio autonomia responsabilità nell’agire collettivo.

Come nella teoria del caos, un errore iniziale può metastatizzarsi in un errore di sistema a livello di risultato finale, tale da ridurre significativamente la qualità del risultato distruggendo qualsiasi capacità di sistema nel sostenere o creare un vantaggio competitivo a livello di paese, emerge chiaramente l’interazione tra paese e imprese nell’acquisizione di un effettivo e difendibile vantaggio competitivo e il relativo rischio per politiche esclusivamente settoriali che non siano parte di una strategia più ampia e complessiva, frutto di una visione globale.

La strategia di delocalizzazione. Quali vantaggi?

Con il termine delocalizzazione si intende quella pratica, seguita ormai da moltissime imprese, che consiste nel far fabbricare parti di prodotti o prodotti completi in un Paese straniero che presenta particolari vantaggi competitivi rispetto al Paese di origine del committente; il fenomeno secondo le stime attuali è destinato ad espandersi in maniera esponenziale nei prossimi anni. Il primo (e principale) vantaggio ricercato è di tipo economico ( leaderschip di costo); l’azienda punta ad una immediata riduzione dei costi di produzione del bene/servizio che produce.

Per avere un’idea delle differenze di costo esistenti tra diversi paesi si ponga attenzione alle Tavole 1 e 2. I dati per il costo della manodopera salariata sono stati presi dal Business Atlas 2008 la guida agli affari in 48 paesi del mondo a cura delle Camere di Commercio Italiane all’Estero. Le tabelle fornivano un minimo e un massimo per operai qualificati e un minimo e un massimo per operai specializzati, il risultato è la media dei quattro valori.

Fatto 100 il salario Italiano, quanta forza lavoro acquisisco in un altro paese?

Se la capacità produttiva singola è uguale, avrò una maggiore produzione o una minore incidenza della componente manodopera,a fattori produttivi invariati, si ha un vantaggio competitivo che potrà essere tramutato come fattore penetrante per acquisire quote di mercato, o pure si può trasformare in maggior profitto.

Tavola 1 – Le differenze di costo BRIC

Tavola 2 – Le differenze di costo Est Europa

Ci sono poi altri fattori di vantaggio competitivo non legati al dumpig sociale, ma a fattori strutturali, ambientali e burocratici. Nella produzione industriale incidono i costi dell’energia, dei prodotti petroliferi,l’imposizione fiscale, gli adempimenti burocratici,la dotazione di infrastrutture.

La comparazione dei costi riportati con quelli corrispondenti ad un Paese europeo come l’Italia non lascia adito a dubbi, quanto alla convenienza strettamente economica dell’operazione della delocalizzazione.

Obiettivo principale di un’azienda che voglia accrescere la propria competitività e i propri profitti , è, l’ottimizzazione dei propri processi produttivi, posizionandosi nel contempo sulla leaderschip di costo.

In conclusione: La massimizzazione del profitto viene spesso perseguita anche a costo della violazione dei diritti dei lavoratori. Grandi imprese, che in Occidente sarebbero costrette a osservare leggi severissime, spesso spostano le loro fabbriche in Paesi dove le leggi o i controlli sono più lassi; dove possono utilizzare il lavoro minorile, dare bassi salari, fornire condizioni di lavoro precarie in materia di salute e sicurezza. Migliaia di persone si spostano d alle zone rurali, con la speranza di un lavoro nell’industria, con gravi conseguenze sociali, in Cina sta avvenendo uno strano fenomeno, sono aumentati i suicidi nelle fabbriche, a causa delle condizioni di lavoro che noi non esiteremo a definire al limite della schiavitù.


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