Crisi dell’euro e l’export Italiano

Fonte: Centro Studi BNL – Focus Economico n.22 del 11/06/2010

La debolezza dell’euro può aiutare la ripresa dell’export italiano, specie se al rafforzamento dei cambi del dollaro continuerà ad associarsi un analogo recupero delle quotazioni contro euro della divisa cinese.

Ma, al di là degli sviluppi dei mercati valutari, conterà un riposizionamento delle vendite oltre confine dell’Italia su mercati di sbocco caratterizzati da migliori prospettive di crescita economica. Tra questi c’è l’area del Nord Africa e Medio Oriente, che già oggi pesa oltre il 9% dell’export italiano e mostra tassi di crescita economica superiori al 4 per cento.
Nel primo trimestre del 2010 le esportazioni italiane hanno fatturato 79 miliardi di euro, sei in più di quanto incassato nello stesso periodo del 2009.

Mancano ancora 18 miliardi all’appello per ritornare a quello che fu il valore dell’export italiano due anni fa, nel primo trimestre del 2008.

Oltre all’export, c’è l’import. Pur lento, l’avvio di una ripresa si traduce in una ripartenza degli acquisti dall’estero. Nel primo trimestre del 2010 le importazioni risalgono a 84 miliardi di euro rispetto ai 76 del periodo gennaio-marzo del 2009. Ne mancano quindici per ritornare al livello del primo trimestre del 2008.

L’interscambio si rimette in moto. Oltre alla ripresa, ci sono fattori di prezzo. A spingere la risalita dell’import c’è sicuramente l’aumento del prezzo del petrolio, salito dai 44 dollari il barile del primo trimestre 2009 ai 77 dollari del gennaio-marzo 2010. Dal lato dell’export, invece, le vendite extra-Ue non hanno beneficiato dell’andamento del cambio tra euro e dollaro, che nel primo trimestre di quest’anno denunciava ancora un apprezzamento della divisa europea rispetto ai valori di un anno prima. La situazione del cambio è cambiata però in aprile, quando il “fallout” della crisi greca ha abbassato la quotazione dell’euro in termini di dollari giù verso quota 1,20.

Ma non facciamoci troppe illusioni. Quando la lira si svalutava, ciò accadeva contro tutte le altre divise. Quantunque temporaneo, il tonico per l’export valeva soprattutto nel ridurre il gap di competitività verso i concorrenti maggiori del made in Italy, i tedeschi e i francesi. Ora il deprezzamento dell’euro non ci può certo aiutare da quel versante. La moneta è comune. Semmai, nella misura in cui le autorità cinesi mantenessero il “peg” sul dollaro, l’indebolimento dell’euro verso il biglietto verde potrebbe tradursi in uno stabile deprezzamento della moneta europea rispetto allo yuan. Già oggi occorrono otto yuan e mezzo per comprare un euro. Qualche tempo fa ce ne volevano dieci. Un cambio dello yuan più forte verso l’euro potrebbe essere d’aiuto per l’export europeo verso il colosso asiatico, soprattutto per quei settori dove la domanda è più sensibile al prezzo. Per l’export italiano, come sottolinea la recente Relazione annuale della Banca d’Italia, è il caso di comparti quali il tessile e i gioielli.
La combinazione tra effetti statistici e vera crescita appare ancor più evidente quando i dati aggregati dell’export si aprono per paesi di destinazione delle merci italiane. I casi di riprese “statistiche” sono soprattutto quelli dei rapporti con alcune economie europee. Le esportazioni italiane verso il Regno Unito risalgono nel primo trimestre del 23%, ma dopo essere calate di oltre venti punti nell’arco del 2009. Ancora più evidente il discorso nei confronti della Spagna, dove il più 20% dell’export italiano nel primo trimestre 2010 segue il meno 30% del risultato annuo del 2009. Il caso emblematico di un’autentica progressione è invece quello delle vendite di merci italiane in Cina che avevano continuato a crescere nel 2009 e che nel primo trimestre del 2010 si espandono ulteriormente. Nel 2009 l’aumento era stato del 3,2%. Nei primi tre mesi di quest’anno la progressione sale intorno al 25%. I conti tornano anche sui valori assoluti che vedono le esportazioni italiane in Cina andare nel primo trimestre circa 400 milioni di euro sopra il risultato dell’analogo periodo del 2009. L’aumento dell’export è doppio di quello dell’import, che sale di soli 200 milioni di euro. Ma rimane il fatto che per ogni euro di export dell’Italia in Cina ci sono tre euro di importazioni dell’Italia dalla Cina.
Nel complesso, ciò che la dinamica dei primi mesi del 2010 mette in evidenza è il relativo disallineamento della distribuzione del nostro export rispetto a quello che è l’asse centrale della crescita economica mondiale, ovvero Cina, India, e Brasile. Aumentiamo le vendite verso questi paesi, ma partendo da una base piccola. Se incrociamo in un grafico il peso che i vari paesi hanno sull’export dell’Italia con i tassi di crescita delle stesse economie attesi per il 2010, il risultato che otteniamo è una nuvola di dati disposti ad “L”. In alto a sinistra ci sono i mercati che si espandono di più, ma che per noi contano ancora troppo poco: Cina, India, Brasile e altri quali l’ASEAN, che è un gruppo di paesi del Sud-est asiatico comprendente il Vietnam. In basso a destra ci sono i nostri tradizionali maggiori clienti – Germania, Francia, Spagna, Svizzera e Regno Unito – la cui crescita rimane debole quanto la nostra o risulta addirittura inferiore. Occorre accrescere la quota di made in Italy indirizzato verso le nuove locomotive della crescita mondiale. Non è facile, perché Cina, India e Brasile sono fisicamente lontani e gli esportatori italiani, come bene illustra una recente analisi dell’Istat, sono in gran parte un popolo di micro-operatori, il cui 44% dirige le proprie vendite verso un solo mercato di sbocco.

Che fare per allungare la gittata e ampliare il ventaglio della nostra offerta?

Magari accorgersi che, senza fare i 5.000 chilometri che ci separano da Asia e America Latina, molto più vicino a noi c’è un’area che già oggi conta per il 9 per cento del nostro export ed ha una crescita economica dell’ordine del 4 per cento. Parliamo di Nord Africa e Medio Oriente. Anche ai tempi di Marco Polo la via della seta partiva dal Mediterraneo.

Giovanni Ajassa


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