Crisi: Il declino dei governi di Berlusconi

Fonte: Keynesiano

Supplemento di Repubblica del 15/03/2009

«Grazie alle misure che il governo di centrodestra adotterà, nel caso di vittoria elettorale, in materia fiscale e di incentivi, il Pil crescerà oltre il 4 per cento».

Come dimenticare la promessa che Berlusconi fece all’assemblea della Confcommercio del 2001, pochi giorni prima di vincere quelle elezioni che avrebbero inaugurato il suo “decennio” di governo, inframezzzato solo dai due anni del governo Prodi?

Certo, non sempre le promesse si possono mantenere in toto, e spesso succedono cose imprevedibili. Tuttavia Berlusconi ha sempre fatto del “nuovo miracolo economico italiano” un cavallo di battaglia. A distanza di quasi dieci anni, il bilancio degli esecutivi del Cavaliere è però decisamente magro.

Non soltanto il promesso miracolo non c’è stato, ma quello che ha sperimentato il paese è proprio il suo esatto contrario. Nel primo decennio del nuovo secolo, infatti, abbiamo ininterrottamente assistito a un declino relativo dell’Italia rispetto alle altre economie europee, a cominciare dai paesi più simili a noi come Francia, Germania e Gran Bretagna, e senza considerare la Spagna, che ha avuto un exploit decisamente eccezionale. Non solo, ma l’economia italiana, dati alla mano, è quella che ha resistito meno alla crisi economica mondiale.
A queste conclusioni si arriva guardando i dati di crescita del prodotto interno lordo. Ci si accorge, infatti, che per tutti gli anni 2000, l’Italia ha perso posizione su posizione, registrando un tasso sempre inferiore a quello degli altri paesi. Questa circostanza emerge, per esempio, confrontando il tasso dell’Italia con la media (semplice) dei tassi di Francia, Germania e Gran Bretagna. Ebbene, se nel 2001 (anno da dividere con il governo di centro sinistra guidato da D’Alema) la differenza a nostro sfavore era appena di 0,07 punti, negli anni successivi il differenziale di crescita è stato costantemente più pronunciato: 0,53 punti nel 2002, 1,23 nel 2003, 0,73 nel 2004, 0,93 nel 2005, 0,77 nel 2006 (anno da dividere con il governo Prodi), 0,87 nel 2007 (tutto del governo Prodi).


Ma ciò che colpisce di più è che negli ultimi due anni, il 2008 e il 2009, lo svantaggio dell’Italia si è aggravato ulteriormente: rispettivamente 1,73 punti e 0,93.
Insomma, i dati contraddicono la propaganda del governo, trasmessa dai telegiornali, secondo cui “le cose non vanno bene, ma negli altri paesi vanno peggio”. È evidente che ormai le opinioni politiche sono del tutto svincolate dalla realtà dei fatti.
Dunque, né il volto sorridente di Berlusconi, che dovrebbe da solo infondere fiducia negli imprenditori secondo le sue intenzioni, né l’azione di politica economica del suo esecutivo, né gli sforzi del ministro Tremonti, sono riusciti ad avere la meglio su un processo che sembra inarrestabile, quello del declino economico dell’Italia.
Naturalmente va riconosciuto a onor del vero che il “declino” relativo dell’Italia rispetto agli altri paesi europei viene da lontano, e c’era ancor prima che sulla scena politica irrompesse Berlusconi. E infatti, una delle ragioni per cui molti italiani avevano votato l’attuale presidente del Consiglio è stata la speranza di un miglioramento del proprio benessere, come prometteva il famoso “contratto con gli italiani”, firmato davanti alle telecamere di Porta a Porta nel 2001, con Vespa nei panni del notaio. D’altronde quattro misure su cinque del “contratto” erano centrate sullo stimolo alla crescita economica: l’abbattimento della pressione fiscale, l’aumento delle pensioni minime, il dimezzamento della disoccupazione, e l’apertura dei cantieri. Insomma un nuovo “miracolo economico” dopo quello degli anni Cinquanta e Sessanta.
Che le cose non siano andate come promesso è fin troppo chiaro. Vi sono infatti anche altre cifre a fotografare una situazione che non ammette controdeduzioni. Ad esempio, mentre nel 2000 il Pil procapite italiano era più alto di quello medio comunitario (Ue a 27) del 16,9% (numero indice 116,9, essendo 100 la media comunitaria a 27 paesi), in questi anni di regno berlusconiano il vantaggio dell’Italia si è ridotto nel 2008 ad un livello minimo del 2% sopra la media Ue.
Se dunque l’Italia, nel 2000, prima dell’avvento del Cavaliere, poteva vantare di avere un Pil pro capite superiore a quello francese (116,9 contro 115,4), e molto vicino a quello tedesco (118,5) ed inglese (119,0), e di gran lunga superiore a quello spagnolo (97,3), nel 2008 il nostro paese si è trovato ad essere il fanalino di coda dei 5 paesi principali dell’Ue, e con significativi distacchi da Germania (13,6 punti percentuali) e Gran Bretagna (14,3), e comunque sotto a Francia (6), e Spagna (0,6).Un’ultima conferma del ruolo sempre più marginale dell’economia italiana nell’ambito di quella europea viene dai dati del Pil nominale (ossia a prezzi di mercato). Per esempio, mentre nel 2000 il Pil italiano era quasi il doppio del Pil spagnolo, oggi è solo del 50% più alto. Ugualmente, mentre nel 2001 la differenza del Pil italiano con quello francese era di 250 miliardi di euro, oggi è di 450 miliardi. Soltanto con la Germania le distanze non sono cambiate: nel 2000 vi era una differenza di circa 850 miliardi di euro, ed altrettanto vi è nel 2009, mentre con la Gran Bretagna la differenza si è quasi annullata, sebbene questo sia addebitabile principalmente alla perdita di valore della sterlina.
Se si trasformano questi dati assoluti in percentuali riferite al Pil dell’Ue a 27 paesi, i risultati non cambiano granché. Si ha la conferma che il ruolo del nostro paese nell’economia europea non è cresciuto: era il 13% nei primi anni 2000, siamo oggi sotto al 12,9%. È cresciuta invece la presenza francese e spagnola: il Pil francese sfiora ormai il 16,5% del Pil comunitario (era del 15,7% nel 2000), mentre quello spagnolo ha fatto passi da gigante: dal 6,8% del 2000 all’8,9% del 2009. Si è ridimensionata invece l’economia tedesca, passata dal 22,4% al 20,4% del 2009, così come quella inglese (dal 17,4% al 13,3%), che sconta però soprattutto la svalutazione della sterlina, particolarmente accentuata negli ultimi due anni.
In conclusione, uno dei cavalli di battaglia del berlusconismo – quello di un nuovo miracolo economico, o per lo meno di riportare l’Italia a livelli di crescita almeno eguali a quelli del resto dell’area Ue – è definitivamente azzoppato. Per l’intero decennio non soltanto il tenore di vita degli italiani non è migliorato, ma è addirittura peggiorato, in termini relativi, cioè in confronto a quanto hanno fatto gli altri.

Certo, a sua parziale consolazione Berlusconi può dire che il declino c’era anche prima che lui arrivasse, in particolare negli anni del centro sinistra dal 1996 al 2001. È giusto dunque andare a esaminare quel periodo. Ebbene, anche in quegli anni c’è stata una differenza negativa tra la crescita del Pil italiano e quello degli altri paesi: meno 1 punto rispetto alla media di Germania, Francia e Gran Bretagna nel 1996, 1,13 nel 1997, 1,30 nel 1998, 0,83 nel 1999. Insomma, il gap c’era, ed in alcuni anni era anche più rilevante di quello del 2009, ma mai si era arrivati ad una differenza di 1,73 punti, senza contare poi che nel 2000 l’Italia era riuscita a crescere di più (seppur di poco) della media dei tre paesi considerati: +0,03. Un risultato più o meno confermato anche nel 2001 (da dividere con il secondo Governo Berlusconi), visto che la crescita era quasi in linea con quella dei tre paesi: 0,07 punti.
Dunque, è vero da una parte che anche durante i governi di centro sinistra c’era un gap di crescita del Pil italiano rispetto ai tre paesi considerati. Ma bisogna tornare con la mente a quel periodo in cui l’Italia affrontava una sfida epocale per l’ingresso nell’euro e per riportare sotto controllo i conti pubblici, obiettivi entrambi centrati. Inoltre, guardando proprio la serie storica dei gap di crescita vediamo che la differenza è andata via via calando dopo il 1998 fino all’anno record del 2000. Si è cioè avuta l’impressione di un trend virtuoso, di uno sforzo coronato dal successo.
Poi però è arrivato Berlusconi: con quali deludenti risultati di crescita del Pil nel decennio che lo ha caratterizzato si è visto. «Non attribuirei certo la bassa crescita dell’Italia rispetto ai paesi europei, cominciata molto tempo fa, ai governi Berlusconi commenta l’economista Alessandro Penati . Tuttavia è fuori discussione che Berlusconi non ha fatto nulla per invertire la deriva, gettando al vento un’occasione irripetibile come quella dell’apertura dei capitali con l’euro e di un decennio di crescita economica globale (fino al 2008) e bassa inflazione come non se ve vedevano dalla prima parte degli anni Sessanta».
Per l’economista Mario Baldassarri, attualmente presidente della VI Commissione del Senato, «la Francia cresce più dell’Italia perché ha una pubblica amministrazione efficiente, mentre la Germania ha sempre puntato su ricerca, innovazione e tecnologia. Il vero problema dell’Italia è che nessun governo è mai riuscito a tagliare la spesa pubblica improduttiva: ci sono almeno 60\70 miliardi di spesa, su un totale di 812, che sono collegati agli sprechi. Ad esempio, la spesa per l’acquisto di beni e servizi nella sanità è aumentata del 50% negli ultimi 5 anni. Occorrerebbe un programma a 3\4 anni che tagli progressivamente queste voci e trasformi i soldi recuperati in meno tasse sulle famiglie, incentivi alla ricerca, maggiori investimenti infrastrutturali. Ma la verità politica è che c’è una convergenza di interessi trasversali che finora ha protetto questi sprechi».
Se il paese non è andato avanti nel “decennio berlusconiano”, ciò non significa che tutti ci abbiano perso. «In un paese stagnante dice Giacomo Vaciago, docente di Economia politica all’Università Cattolica di Milano ci sono ceti che guadagnano a spese degli altri. In Italia hanno sicuramente guadagnato in questi anni gli evasori fiscali, i corrotti e tutti coloro che stanno nell’economia nera. Tutti gli altri, gli operai, i dipendenti, i pensionati non hanno di certo fatto soldi. Comunque, l’elettorato di Berlusconi è in fondo lo stesso elettorato delle altre destre. L’unica differenza è che altrove i Reagan e le Thatcher hanno tagliato la spesa pubblica, abbassando anche le tasse. In Italia, invece ciò non è mai accaduto».


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