Chiamparino «Il Pd è fallito, serve altro»

Sergio Chiamparino

Fonte: Il Riformista

«Il Pd è fallito, serve altro» di Tommaso Labate. Chiamparino lancia il cantiere del nuovo Ulivo

«Ormai è chiaro: il progetto del Pd è fallito. Per evitare il disastro totale bisogna aprire dopo le regionali il cantiere di una nuova coalizione. Una nuova Cosa». Sergio Chiamparino affida al Riformista il de produnfis del Pd. E lancia il cantiere del «nuovo Ulivo».

Chiamparino, parlando di «fallimento» del Pd lei sta mandando un avviso di sfratto alla leadership di Bersani?
Il problema è ben diverso. E guardi che non è un caso se all’ultimo congresso ho scelto di votare scheda bianca. La questione di fondo non riguarda la leadership ma, appunto, il «fallimento» del progetto stesso. Anche dopo l’arrivo di Bersani, il Pd ha continuato a essere un partito prigioniero di gruppi e gruppetti. A livello nazionale ci sono correnti e sottocorrenti che, anche senza avere una vera consistenza politica, continuano tenerlo sotto scacco. A livello locale ci sono altri tipi di interesse ma la sostanza, purtroppo, è sempre la stessa. Siamo avvitati su noi stessi, a volte sembriamo i polli di Renzo.

È un’analisi severa, la sua.
Guardiamo al 2007, alle radici del Pd: da un lato c’era il «comitato promotore dei 45», costruito tra le correnti di Ds e Margherita col bilancino del farmacista; dall’altro c’erano i quattro milioni di cittadini delle primarie. Tra le due tendenze, ahinoi, è stata la prima ad avere la meglio.

Quindi? Che cosa suggerisce?
Bisogna superare il Pd, prendere atto che i suoi vizi d’origine hanno avuto il sopravvento. Abbiamo sperimentato tre leadership ma la musica non è cambiata. E se Bersani vuole salvarsi, deve prendere atto che così non va. Serve una «Cosa» nuova. Per rendersene conto basta guardare al percorso accidentato con cui ci stiamo avvicinando alle regionali.

Si riferisce alla Puglia?
Vede, nonostante ci fossimo lasciati alle spalle le nostre vicissitudini congressuali, in alcune regioni ci siamo messi nei guai da soli. In Puglia, ad esempio: alla scelta di Vendola potevamo arrivarci anche prima, evitando le strade del politicismo, dell’alchimia politica e degli accordi di corridoio che inevitabilmente ci fanno perdere voti. Non s’è capito nemmeno se, secondo il Pd, Vendola ha governato bene o male. Perché se ha governato bene, non si capisce perché l’Udc non potesse sostenerlo; se invece ha governato male, non è chiaro perché abbiamo fatto le primarie con lui. Poi c’è il Lazio, dove forse siamo arrivati al candidato migliore (Bonino, ndr), anche se ce lo siamo fatti imporre da altri…

In Piemonte c’è la Bresso.
Perché qui da noi abbiamo aggirato i veti iniziali dell’Udc e siamo riusciti a costruire una coalizione su un candidato presidente che ha governato bene e che non c’era motivo di non confermare.

Prevede una disfatta del Pd alle Regionali?
Non sono così pessimista. Spero in un risultato equilibrato. Se riusciamo a tenere Piemonte e Liguria, ci confermiamo al Centro e prendiamo qualche regione al Sud, subito dopo le regionali dobbiamo aprire il cantiere di una nuova «casa». È l’unica speranza per evitare di continuare a raschiare pericolosamente il fondo del barile.

Sta pensando al «dopo Pd»?
È la nostra ancora di salvezza per lanciare la sfida a Berlusconi. Nel 2013 o quando sarà.

I confini?
Se volessimo fissare dei paletti, potremmo pensare a un’aggregazione che va da Casini a Vendola e che inizi a lavorare da dopo le Regionali, magari con una convention. Attenzione, però: servono paletti, non palizzate. Vede, alla manifestazione a favore della Tav ha partecipato un sacco di gente che non votava per il centrosinistra. È la prova che dobbiamo guardare a pezzi di società che oggi stanno dall’altra parte. E lo stesso discorso, naturalmente, deve valere anche a sinistra. L’importante è non partire all’insegna dell’ennesimo accordo di vertice, che ci riporterebbe immediatamente nella spirale dell’Unione. Concentriamoci su programmi e proposte, iniziamo un percorso con la consapevolezza che potrà essere lungo e doloroso.

E la scelta della leadership?
Quella, naturalmente, arriverebbe dopo. Sapendo sin da subito, però, che il leader della «nuova casa» non dovrà essere per forza il segretario del Pd, o Di Pietro, o Casini e via dicendo. Ogni forza politica, a cominciare da noi, dovrà fare delle grandi rinunce. Ma questa strada, ripeto, è la nostra unica via d’uscita.

Se dovessimo dare un nome al progetto?
Penso a un «Nuovo Ulivo». Anche perché è una formula che in passato ha avuto una grande capacità di attrazione, che ci ha fatto vincere.

Lei è rimasto ai margini del congresso del Pd. Che cosa farà nei prossimi mesi?
Se apriremo questo cantiere, credo di poter dare una mano.


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