Crisi: Anche Paul Krugman sdogana i dazi contro le esportazioni cinesi.

CHE FARE?

I dazi non sono un atto di egoismo verso altri esseri umani. sono una difesa di quella emancipazione democratica che noi chiamiamo Welfare State” (P. Druker).

La rassegna stampa di ieri su Affari & Finanza di Repubblica non lascia dubbi ( leggi articoli sotto).

Ora anche Paul Krugman che al Festiva dell’economia di Trento affermava «Sorry,il mercato può esistere anche senza democrazia»,tempi in cui scriveva la “La coscienza di un liberal”. Ma oggi sembra non avere dubbi sul fatto che  è giunto il momento di mette i dazi sulle importazioni cinesi se Pechino non cambierà la sua politica “Mercatilistica” ( leggi articolo sotto).

In quel periodo anche Federico Rampini scriveva “La speranza indiana” e Santoro elogiava la TATA la casa automibilistica Indiana che costruiva l’auto a 1.720 euro circa, portandola come esempio di una diversa concezione imprenditoriale frutto di responsabilità sociale verso il loro paese.  E tutti quanti dimenticavano  invece: a quali conseguenze posano portare normative specifiche non riproducibili altrove nemmeno nella stessa India.

Certe agevolazionisono sono a carattere regionale, come quelle del Singur dove la Tata ha dovuto abbandonare il suo primo progetto per la costruzione dello stabilimento automobilistico, a causa delle proteste dei contadini Indiani.

La mancata  produzione a Singur,ha fatto aumentare i costi industriali dell’auto che inizialmente doveva costare circa 1.400 euro in termini di costo industriale vuol dire + 23%. La produzione fuori da certi luoghi che alterano i rapporti di produzione, non potrebbe essere sostenuta a quei prezzi, senza normative specifiche che consentono quei vantaggi competitivi sui costi di produzione.

Di conseguenza mi vengono sponatnee due domande:

– Ma di quali capacità imprenditoriali stiamo parlado?

– A quale responsabilità sociale si fa riferimento?

Eppure, non è stato difficile nei due anni appena trascorsi, trovare il solito nipotino di sempre, che ti rimpolpettava le teorie miracolistiche degli imprenditori asiatici dalle filosofie orientalieggianti che fanno anche schic.

Ora che anche il nobel liberal Paul Krugman consigliere di Obama e riferimento dei riformisti eurpoei, sdogana i dazi non sarà difficile risentire i soliti nipotini di ieri affermare: che i dazi sono una difesa del Welfare State che è una conquista  di emancipazione democratica.

Insomma lascitemelo dire fuori dai denti, Peter Druker padre indiscusso del management industriale, colui che vedeva l’impresa si guidata da uomini della conoscenza. Per Druker i  Manager con il loro sapere dovevano creare imprese  integrate nella società, al fine di consentire la ridistribuzione della ricchezza da loro creata. Imprese funzionali al sistema dunque, e non come è accaduto oggi, dove i manager finanziari hanno impoverito i più, per arricchire i pochi rappresentati della loro casta.

Approfondimenti:

Fonte: La Repubblica inserto Affari e Finaza

– America e Cina,il grande duello –  di Federico Rampini

America-Cina, il grande duello Washington morde il freno e comincia a imporre dazi: chiede che Pechino rivaluti la moneta per rallentare il suo export che insidia la ripresa in Occidente. Ma i cinesi tengono duro, rischiando una bolla immobiliare Washington teme che lo squilibrio dovuto al progressivo surplus commerciale cinese sottragga domanda alresto del mondo e comprometta la ripresa globale:ma è tenuta alfreno dai reinvestimenti di questo avanzo commerciale proprio nei Treasury Bonds emessi in gran quantità per finanziare il recupero dell’economia Usa Il braccio di ferro fra dollaro e yuan dove scricchiolano i rapporti Usa-Cina L’America sempre più ferma nel chiedere la rivalutazione della valuta di Pechino.

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– La tortura dello yuan –  di Marcello De Cecco

Fonte: La Repubblica inserto Affari e Finaza

E l’euro la vera vittima i condannato a salire Con le monete delle due superpotenze bloccate su un cambio stabile, quella europea è l’unica divisa ad oscillare, e non pu non rivalutarsi visti i rapporti deIl’import-export

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– E Krugman apre al protezionismo

Il 2010 anno della Cina? Potrebbe non essere un complimento riferito al suo Pil in corsa del 9,5 per cento. Sul New York Times di ieri, il premio Nobel Paul Krugman affronta il grande tema della svalutazione dello yuan e della guerra commerciale di Pechino con gli Stati Uniti senza mezzi termini. La politica finanziaria cinese è definita, letteralmente, «predatoria». Un mercantilismo che potrebbe «finire col ridurre l’occupazione americana di circa 1,4 milioni di posti di lavoro».

Pechino, sostiene Krugman, spinge in alto il proprio surplus commerciale con mezzi artificiali, più precisamente mantenendo agganciato lo yuan a 6,8 contro dollaro. Sarebbe così che l’industria manifatturiera dell’ex Celeste Impero può permettersi di godere di un ampio vantaggio sui costi di produzione rispetto ai concorrenti d’oltreoceano.

Grazie a questa competitività truccata, in Cina sbarcano fiumi di dollari che invece sarebbero utili alle economie depresse dell’Occidente. E che finiscono col non essere utilizzati nemmeno per accrescere i portafogli degli oltre 1,3 miliardi di consumatori cinesi. In passato, quanto meno – sostiene Krugman – l’accumulo di valuta straniera da parte della Cina è servito a mantenere bassi i tassi di interesse attraverso l’acquisto di bond a stelle e strisce. Ma il costo del denaro oggi non è più il problema che era.

Per il Nobel americano, insomma, è giunto il momento che Pechino intervenga. Altrimenti le misure protezionistiche attuate da alcuni paesi nei suoi confronti, come ad esempio i recenti dazi imposti dal presidente Obama alle importazioni degli pneumatici cinesi, sono da considerarsi giustificate. Perché non è vero, scrive Krugman, che il protezionismo è sempre una cattiva cosa. Quando il tasso di disoccupazione è alto, e un governo non è in grado di ripristinare il pieno impiego nel proprio paese attraverso la spesa pubblica, lo schema tradizionale salta, e la difesa a spada tratta, sempre e comunque, del libero scambio potrebbe non essere la via migliore.

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– Washington e Pechino alla guerra dell’ acciaio.

Come reagireste se la vostra fabbrica andasse in crisi perché i rivali cinesi invadono il vostro mercato quadruplicando le esportazioni grazie al vantaggio di una valuta dal valore bloccato per legge? Nel mondo globalizzato, si sa, succede ancora questo. Perché la Cina che il presidente Barack Obama ha corteggiato nell’ ultimo viaggio in Asia sarà anche una «grande potenza finanziaria e commerciale: ma non si muove come le altre grandi economie». Lo dice sul New York Times un premio Nobel che pure è un grande supporter del presidente: Paul Krugman. L’ economista ha calcolato che il nuovo “mercantilismo cinese” – con lo yuan fermo per legge al valore di 6,8 rispetto al dollaro e il boom delle esportazioni- costerà all’ economia americana nei prossimi due anni la perdita di 1,4 milioni di posti di lavoro. Un’ ecatombe. Ma i numeri forniti dalle grandi imprese americane dell’ acciaio non sono previsioni: sono dati reali. E parlano di 5.800 posti di lavoro persi solo nel 2008.

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