Gianni Cuperlo:INTERVISTA PER “SOCIETA’ APERTA”.

Il blog dell’On. Gianni Cuperlo dove potete leggere i commenti a questa intervista

INTERVISTA PER “SOCIETA’ APERTA”.

Nonostante una certa ritrosia di carattere ho accettato di fare un’intervista, e pure ampia, sollecitato dal direttore di “Società Aperta”, la nuova rivista mensile che trovere te in edicola dal 12 gennaio. Ho chiesto il permesso di anticiparla sul blog.

Onorevole Cuperlo, partiamo dall’attualità. Si è riaperto il tormentone sulle riforme. Chi lo chiama dialogo, chi inciucio. Qual è la sua opinione?

Forse dovremmo distinguere tra ciò che è giusto, nel senso di ragionevole e utile al paese, e ciò che è praticabile. In una condizione di normalità, sarebbe giusto sedersi a un tavolo e verificare, qui e ora, le soluzioni possibili per una modernizzazione del nostro sistema politico-istituzionale. A partire da una nuova legge elettorale per il Parlamento al posto della sciagura attuale. E poi il superamento delle due camere sorelle, la riduzione dei parlamentari e dei costi della politica. Un equilibrio ritrovato tra Esecutivo e funzione legislativa. L’insindacabilità delle istituzioni di controllo e di garanzia per arrivare allo snodo della giustizia dove le riforme da fare sono serie e urgenti. Il punto è che noi non siamo, e da tempo, in una condizione di normalità. E questo a causa di ragioni che sono troppo note per dover essere ripetute.

Quindi è sempre colpa di Berlusconi?

Stiamo ai fatti. Se ogni volta che si solleva il sipario sulle riforme, la destra irrompe in scena e impone delle priorità figlie unicamente degli interessi del premier, a noi tocca riabbassare il sipario. Con buona pace delle priorità vere. E’ stato così l’anno scorso con la norma blocca-processi da cui, per partenogenesi, è scaturito il lodo Alfano. E’ così oggi se parliamo di processo breve o di legittimo impedimento. Quello che non funziona è l’ordine logico dei fattori. Noi partiamo dai problemi generali. Loro dal problema di Uno. E il discorso inciampa, inevitabilmente.

E allora?

E allora bisognerebbe sgombrare il campo da questa sovrapposizione. Ma chiedo: questa destra – per l’assetto che la contrddistingue e i rapporti di forza che la ispirano – è in grado di farlo?

E quale risposta si è dato?

Quella che si danno tutti. Finora No, non ha mostrato questa capacità. Il che non equivale a dire che da quella parte sono tutti uguali o la pensano tutti allo stesso modo. Vuol dire semplicemente che la via delle riforme possibili è tutta davanti a noi ma con la sbarra abbassata. Dire, come ha ripetuto Bersani, “sgomberate il campo da tutte le leggi ad personam e noi siamo pronti a discutere” non è altro che l’invito ad alzare la sbarra.

E lei pensa che accadrà a breve?

A breve lo escluderei. E non solo per le ragioni dette, ma perché, piaccia o meno, siamo entrati in una ennesima campagna elettorale che ci porterà alle regionali di fine marzo. Non mi pare che da qui al voto questo discorso sia destinato a bruciare le tappe. Dopo vedremo. Peserà anche l’esito delle elezioni. Peserà lo stato di salute della maggioranza. Peseranno l’immagine e la credibilità del Pd.

A proposito di elezioni regionali, perché tanta fatica a scegliere i candidati giusti?

Ci sono situazioni diverse. La Lombardia o la Toscana non sono il Lazio o la Puglia. Sono elezioni regionali e ogni regione ha la sua storia, antica e recente. Ricordiamoci anche da dove partiamo: da una specie di cappotto che ci fece vincere nel 2005 undici regioni in un clima assai favorevole all’Unione del tempo. Ora la competizione è diversa, più difficile certamente, ma possiamo fare bene. Di questo sono convinto. Naturalmente bisogna tenere insieme due condizioni: la costruzione di coalizioni solide e larghe con la scelta di candidature autorevoli e condivise. Sono i due pedali della nostra bicicletta. Si può anche stare in equilibrio agendo su un pedale solo ma ne risente la velocità.

Ma nel merito, in Puglia siamo allo scontro tra Vendola ed Emiliano.

Lo so, e lo considero un errore serio. Però mi faccia aggiungere prima una cosa.

Quale?

Noi abbiamo i nostri problemi, inutile negarlo. Però abbiamo anche un rispetto di fondo verso le autonomie territoriali. E’ impressionante il silenzio di tanti incalliti federalisti verso la centralizzazione delle scelte operata dalla destra. Quelli si sono riuniti intorno a un tavolo e hanno deciso “Il Veneto a noi, la Lombardia a voi…”. Semplicemente paradossale.

Torniamo alla Puglia.

Non sono pugliese e osservo con rispetto. Lì si è posto il problema di un allargamento della maggioranza uscente con una disponibilità dell’Udc che chiedeva una discontinuità nella conduzione della giunta. Anche l’Italia dei Valori, con motivazioni diverse, avanzava la stessa richiesta. Vendola poteva farsi carico della situazione e cercare uno sbocco unitario. Ha scelto, legittimamente, di agire diversamente e di confermare la sua candidatura, come si dice, “a prescindere”. A quel punto le posizioni si sono irrigidite da tutte le parti.

E come se ne esce?

Non lo so e non tocca a me dirlo. Però mi permetto una sola osservazione.

Dica.

Comincio davvero a credere che una quota di presidenzialismo deteriore sia penetrata in noi e lo considero un rischio serio, di tenuta e credibilità del centrosinistra.

A cosa si riferisce?

Al fatto che sempre più spesso, in realtà differenti e distanti a volte centinaia di chilometri, la personalizzazione della leadership finisce con l’appannare le funzioni basilari dei partiti e delle coalizioni. Tutto si riduce o si riconduce alla semplificazione di una figura dominante le cui sorti trascinano appresso i destini di forze organizzate, culture politiche, appartenenze. E’ il prevalere di un ibrido: una miscela di notabilato e visione salvifica del mandato rappresentativo. Insomma quando sento qualcuno dire “mi candido perché me lo chiede il popolo” mi domando dov’è precipitata la politica. E poi c’è un’altra cosa.

Si sfoghi pure

Noi non possiamo trasmettere un’immagine strumentale delle istituzioni. L’idea che il gioco di conquista delle cariche pubbliche abbia il primato sul rispetto delle regole che sono alla base di quelle stesse funzioni.

In altre parole?

In altre parole, questa tendenza a spostare le personalità da una carica all’altra, a volte prescindendo dalla logica istituzionale, è un danno in sé. Se ti hanno eletto sindaco o presidente di una provincia è fondamentale che tu faccia il sindaco o il presidente per l’intera durata del tuo mandato. Non è solo una questione di principio, che pure conta. Nell’Italia smembrata e slabbrata di oggi è un investimento decisivo sulla nostra credibilità, come partito e come campo di forze. Come non capire che rinunciando a questa regola, a questa prassi, noi colpiamo l’autorevolezza della politica e quindi la nostra autorevolezza?

Quindi lei è contrario a una candidatura Emiliano?

Il mio non è un discorso ad personam, ma un allarme più generale. Vedo una contraddizione cresciuta dentro di noi. Da un lato denunciamo i pericoli di un neo-populismo antipolitico, dall’altro corriamo il rischio di alimentarlo nostro malgrado. Ma ce lo chiediamo quale può essere il messaggio che arriva a decine di migliaia di persone se non invertiamo noi per primi questa visione delle istituzioni al servizio delle leadership? In fondo, siamo nati – parlo del Pd – con l’obiettivo opposto, porre nuovamente le leadership al servizio delle istituzioni e dell’interesse generale dopo un quindicennio dove in momenti diversi è parsa prevalere una concezione privatistica dello Stato.

Finiamo con la crisi. Tremonti dice che il peggio è alle spalle?

Mah. Il governo dice anche che siamo usciti prima e meglio degli altri dalla crisi più dura degli ultimi due decenni. Bisognerebbe spiegarlo agli operai di Termini Imerese o alle centinaia di migliaia di lavoratori, precari e non, che un posto lo hanno perso o rischiano di perderlo nel 2010. La sostanza è che l’Italia è il paese di coda nelle misure anti-cicliche. Abbiamo speso lo 0,2 per cento del Pil. Nulla, se comparato al 5 per cento degli Usa o al 2 per cento della media europea. Non si tratta di fare le Cassandre, ma di misurare gli effetti sociali reali di una crisi che non è conclusa. Non c’è stima o proiezione che accrediti un ritorno al reddito pro capite precedente alla crisi prima del 2013. La sola differenza tra noi e gli altri e che nel nostro caso le bolle sono state due: quella finanziaria e quella successiva, della narrazione che la maggioranza ha fatto della crisi.

E che voto darebbe all’opposizione?

Noi abbiamo messo in campo le nostre soluzioni. Sono cose note. Priorità al sostegno dei redditi medi e bassi, anche agendo sulla leva fiscale. Estensione della rete degli ammortizzatori, sapendo che il modello attuale è doppiamente inadeguato, per la sua parzialità e per una profonda iniquità dei trattamenti tra cittadini garantiti e non, concetto rilanciato dal governatore Draghi una settimana fa. Revisione degli studi di settore, ma in una logica dove in parallelo si sarebbe dovuto incentivare, anche attraverso una logica premiale, il tasso di fedeltà fiscale di intere categorie. Per tutta risposta abbiamo incassato lo scudo fiscale col corredo dell’anonimato, una finanziaria di rattoppi, il taglio dei ricercatori e la “tessera del pane” per pensionati indigenti, per altro spesso priva di copertura.

Come dire che ciascuno ha fatto il suo mestiere?

No, neppure questo è vero, perché altrove – penso alla Francia, ma non solo – anche i moderati si sono rapportati alla crisi in modo diverso. Però il problema nostro non è la destra. Noi dobbiamo fare i conti con noi stessi.

In che senso?

Nel senso che il congresso del Pd ha aperto un ciclo nuovo e incoraggiante, ma ora dobbiamo attrezzare la cultura politica dei Democratici al tempo che si prepara e questo richiede uno slancio di analisi e, aggiungo, anche il coraggio di alcune rotture.

Ad esempio?

Ad esempio, ragionando della crisi, sarebbe saggio approfondire non solo le cause di quest’ultimo collasso della finanza, ma pure le risposte che potrebbero venire dal campo progressista. Anzi, direi che l’analisi del “dopo” per un partito politico è infinitamente più stimolante dell’istantanea del “prima”.

Bersani sulla crisi ha parlato spesso, non crede?

Sì, e soprattutto ha parlato bene, muovendosi con rigore nel campo dei problemi veri, quelli del paese reale. Personalmente avevo assai apprezzato la sua scelta di recarsi, appena eletto, in una fabbrica tessile di Prato, a conferma che la crisi c’è stata, c’è e morde più di quanto si dica. Il punto è se non debba essere parte del nuovo ciclo del Pd anche una riflessione sul modello di crescita che questa crisi ha cullato e generato. Posso fare un esempio?

Prego

Due storici dell’economia – Massimo Amato e Luca Fantacci – hanno scritto un saggio molto stimolante sulla “fine della finanza”, dove distinguono senza troppi giri di parole tra il capitalismo a noi più prossimo e l’economia di mercato. La loro tesi, che io posso solo accennare, è che nel capitalismo, o ciò che noi intendiamo come tale, le crisi finanziarie sono inevitabili mentre in una efficiente economia di mercato sono inammissibili. Il punto, dicono, non è abbandonare la finanza al suo destino ma assumere la crisi in atto come l’atto finale di “una” particolare concezione della finanza. Ecco, sono riflessioni che forse meritano di essere approfondite anche da un partito che si definisce “democratico”. Ho citato questo esempio, ma si potrebbe allargare il discorso alla nozione di “cittadinanza”, di “civismo” e naturalmente di “democrazia”. Non so, magari un partito come il nostro potrebbe scoprire all’improvviso che un paio di buone idee innovative hanno una forza mobilitante non inferiore ai gazebo delle primarie. Ma il mio è solo un auspicio.

Per finire davvero, la notizia più bella e la più triste dell’anno che sta per chiudersi?

Oddio, questo è difficile. Posso dirle qual è stato secondo me il fatto più grave accaduto in Italia.

Me lo dica

L’omicidio di Stefano Cucchi.

Perché proprio quello?

Per tante ragioni. Di umanità, e non solo. Perché ha violato i principi di uno stato di diritto. Perché siamo il paese di Beccaria e fino a quando il garantismo – un garantismo vero, radicato nelle coscienze, invalicabile – non tornerà a imporsi come regola della convivenza noi non usciremo da una perenne emergenza democratica.

Lei ha da poco pubblicato un libro. Come vanno le vendite?

Male perché i lettori del mio blog non si impegnano abbastanza.

Grazie e auguri.

Grazie a lei.

Ecco, questa è l’intervista. Per correttezza devo dirvi che il mensile “Società Aperta” non esiste e quindi non lo troverete in edicola il 12 gennaio. Però tenuto conto che nessun giornale mi avrebbe mai fatto queste domande (e soprattutto a nessuno sarebbe mai venuto in mente di pubblicare le risposte) ho risolto la questione nel modo che avete appena letto. Grazie della cortesia che avete dimostrato arrivando fino in fondo.

Buone cose

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