Il PD le primarie e la politica riformista senza i riformisti.

Ds/ Consorte, ho elimitato un debito di 250 mln di euro dei Ds

Venerdi, 16 Ottobre 2009 – 20:31

Fonte: Affari Italiani.it

“Ho lavorato per 25 anni su tutti i problemi della sinistra, ho ristrutturato cooperative e aiutatoa eliminare un debito di oltre 250 milioni di euro dei democratici di sinistra, ma sempre con grande correttezza”.

Cosi’ l’ex presidente di Unipol Giovanni Consorte ha commenta “Niente di personale” su LA7 la dichiarazione di Massimo D’Alema che ha detto di lui “che non era come il compagno G,ovvero Primo Greganti”.

In seguito, Consorte ha spiegato: “Io eSacchetti nel periodo di Primo Greganti (compagno G, ndr) all’inizio degli anni Novanta, abbiamo preso un’azienda che era in uno stato fallimentare e l’abbiamo fatta diventare il terzo gruppo italiano, con una strategia corretta e vincente. Penso che D’Alema si riferisse a questo”.

Consorte ha confermato che voterà per Bersani ( Fonte articolo del sole 24 ore del 17/10/2009).

Bersani candida Bassolino.

D’Alema inciucia con Berlusconi e vuole fare le alleanze con L’UDC.

MA QUESTO E’ IL PD, O SONO I DS IN VISIONE D’ALEMIANA CHE HANNO CAMBIATO NOME?

In attesa del risultato consigliamo una buona lettura di vera cultura riformista.

Indice e alcuni passaggi del libro

il contenuto
Tra la vuota retorica contro il «sistema» di certa sinistra il ben più aggressivo ritorno di una ideologia neoliberale di generica esaltazione del mercato.

Ben poco ha potuto quella «fiducia nella forza delle idee» ostinatamente difesa dal «riformista» Federico Caffè, soltanto una cultura che può richiamarsi insieme a John Maynard keynes e a Luigi Einaudi. Per tutti gli interventi qui raccolti, corre come una nostalgia di buongoverno, nel quale in fondo s’identifica per lui «quel tanto di socialismo realizzabile nel capitalismo conflittuale» che gli rimprovera all’opposizione politica e sindacale di sacrificare alla ricerca del consenso.
La difesa dello «Stato del benessere» negli anni feroci e disinvolti della crisi e della ristrutturazione economica si traduce qui in una testimonianza storica insostituibile su errori e omissioni ai quali in buona parte risalgono le difficoltà e i problemi del presente.
l’autore
Federico Caffè è stato professore di politica economica e finanziaria all’università di Roma, dopo aver insegnato a Messina e a Bologna. La sua scomparsa nell’aprile del 1987, in circostanze mai chiarite, ha suscitato una profonda emozione.

La solitudine del riformista di Federico Caffè

Il 29 gennaio 1982, sull’inserto economico del manifesto, nella rubrica «note e letture» venne pubblicato quest’amaro e disperato intervento di Federico Caffè titolato «La solitudine del riformista». Lo segnalo certo di riproporre un utile elemento di riflessione.

Il riformista è ben consapevole d’essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo.

La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distrugge. E’ agevole contrapporgli che, sin quando non cambi «il sistema», le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o «contraddizioni»). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un «sistema», di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del «sistema».

Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine, uno che pesta l’acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose.

Persino Quintino Sella, allorché propose al Parlamento italiano l’istituzione delle Casse di risparmio postali, incontrò l’opposizione di chi ritenne il provvedimento come pregiudizievole alla libera iniziativa di consapevoli cittadini che, per capacità proprie, avrebbero continuato a dar vita a un movimento associazionistico nel campo del credito. Venne obiettato al Sella che «vi sono due modi di amare la libertà; (…) Vi è il modo nostro; amarla di vero affetto, per sé, per il bene che genera e permette ai nostri concittadini, considerarla, studiarla, renderla quanto più si possa benefica; (…) Vi è poi un altro modo; e consiste nel professare a parole un amore sviscerato verso la libertà, e domandarle un abbraccio per poterla comodamente strozzare».(1)

Più che essere colpito dagli strali del retoricume neoliberista (sempre dello stesso stampo), il riformista avverte con maggiore malinconia le reprimende di chi gli rimprovera l’incapacità di fuoriuscire dal «sistema». Egli è tuttavia, troppo abituato alla incomprensione, quali che ne siano le matrici, per poter rinunciare a quella che è la sua vocazione intellettuale. In questa non rientra, per naturale contraddizione, il fatto di dover occuparsi di palingenesi immaginarie. Sollecitato in vari modi a farlo, il riformista ha finito col rendersi conto che si pretendeva da lui qualcosa di simile a quello che si chiede a un pappagallo tenuto in gabbia, dal quale, con la guida di una bacchetta, si cerca di ottenere che scelga, con il suo becco, uno dei variopinti manifestini che si trovano in un apposito ripiano della gabbia.

Spaventato da questa implicita trasformazione in intellettuale pappagallesco, il riformista si rincuora prendendo un libro che gli è caro e rileggendone alcune righe famose:

«Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non però immediatamente. (…) giacché nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie fanno presa prima che abbiano venticinque o trent’anni di età, cosicché le idee che funzionari di Stato e uomini politici e perfino gli agitatori applicano agli avvenimenti correnti non è probabile che siano le più recenti. Ma presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male».(2)

1) F.Ferrara, Discorsi e documenti parlamentari (1867-1875), in Opere complete, vol. 9 (a cura di F.Caffè, Istituto grafico tiberino, Roma, 1972, pp. 307 sg).

2) J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest, and Money Macmillan, London 1936; trad. it. Occupazione, interesse e moneta. Teoria generale, Utet.

Approfondimenti:

Federico Caffè:  l’economia del benessere e le condizioni dei lavoratori nelle sue opere. ( tesi di laurea di Leonardo Bolli. Relatore:Prof. Stefano Perri).

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