PD:D’Alema: “C’è chi vuole abolire la sinistra”

Fonte:L’Unità

D’Alema:”C’è chi vuole abolire la sinistra”

di Ninni Andriolo

Il segretario più adatto? Bersani. Per rilanciare il progetto serve anche un bel po’ di riformismo emiliano… ». Festa del Pd, San Giuliano di Pisa. «La nostra gente ci chiede di non litigare – dice Massimo D’Alema – Ma il modo migliore perché la discussione non si traduca in uno scontro tra pochi è la partecipazione larga del nostro popolo».

Franceschini dà al centrosinistra la colpa di non aver varato il conflitto d’interessi tra il ’96 e il 2001. Lei è stato premier in quella stagione, perché la legge non venne approvata?
«Sono d’accordo, noi avremmo dovuto portare a casa una legge seria. Non riuscimmo a vararla, ma non sarebbe giusto addossarne a me la colpa. Sono quello che ci provò con maggiore impegno. Lo ha ricordato Stefano Passigli, uno dei sottosegretari alla presidenza del Consiglio, che elaborò quel testo. L’altro era Franceschini che ricorderà ancora come andarono le cose… ».

Cioè?
«Presentammo una proposta approvata dal Senato, all’inizio del 2000. Poi perdemmo le regionali, mi dimisi e l’iter della legge non venne completato alla Camera. Giusto rilanciare il conflitto d’interessi, purché la riflessione non diventi occasione per messaggi allusivi da battaglia congressuale».

Lei parla spesso di “scosse” che investirebbero Berlusconi, immagina un’implosione imminente?
«Io faccio analisi politiche e non preannuncio azioni giudiziarie. Dietro l’immagine di forza, la maggioranza mostra crepe evidenti e il rapporto con il Paese non è quell’idillio che vorrebbe Berlusconi. Alle europee un terzo degli elettori si è astenuto. Tra chi ha votato, il 45% si è espresso a favore del governo. Tutti gli altri hanno scelto i partiti d’opposizione. Non siamo, quindi, un Paese berlusconizzato».

Malgrado ciò manca un’alternativa credibile…
«Il problema è che, di fronte a una maggioranza del tutto inadeguata, toccherebbe a noi mettere in campo un’alternativa di governo in grado di aggregare. Emerge ancora, però, la nostra debolezza. Spero che il congresso possa rilanciare su basi più robuste il progetto del Pd. È l’assenza di una forte alternativa che consente al governo di tirare avanti».

Il Pd non decolla perché, parole sue, “si è lasciata alla destra l’idea di comunità, solidarietà, protezione delle fasce più deboli”?
«Un grande partito deve avere un’identità e questa c’è se è radicata nella storia del Paese. Gramsci distingueva tra coloro che costruiscono gli edifici, che hanno le fondamenta, e quelli che mettono in piedi palafitte fragili».

Pd-palafitta, quindi?
«Abbiamo dato la sensazione di un partito proteso verso il nuovo, ma non saldamente radicato nella storia d’Italia. Bersani ha ricordato che il Pd è l’erede di 150 anni di storia. Di fronte alla crisi tornano a essere necessari valori di solidarietà, che ci appartengono, e dai quali abbiamo dato la sensazione di volerci liberare. Dobbiamo rimettere radici nella società. Il nuovismo che sradica produce partiti senza identità. Abbiamo creato il Pd per dar vita a una forza che guardi al futuro e che nasca dall’incontro tra diverse tradizioni riformiste. Se vogliamo usare una formula ripetuta in queste ore, abbiamo creato il Pd per abolire il trattino tra centro e sinistra. Qualcuno, invece, ha pensato, sbagliando, che si dovesse abolire la sinistra».

L’avvio del congresso non è stato dei migliori…
«Una partenza un po’ infelice. Sembrava che il problema fosse quello di evitare che tornassero “quelli di prima”. Franceschini ha presentato il programma con Fassino, Marini, Fioroni e altri. Tutti quelli di prima, insomma. Il che va benissimo, ma molti sono miei coetanei. Io, scherzando, ho detto a Dario: potevi sottolinearlo che ce l’avevi solo con “quello” di prima, cioè con me».

Lei se l’è presa con il gruppo dirigente, “sconcertante” ha risposto Fassino…
«Assumiamoci tutti le responsabilità che ci competono. Il gruppo dirigente che ha guidato il Pd, e che in gran parte sostiene Franceschini, non può non fare i conti con la realtà. Ci si è limitati a dire che “bisogna andare avanti”. Un grande partito, che ha sulle spalle due sconfitte piuttosto pesanti, normalmente cambia. E il cambiamento è Bersani».

E quale sarebbe la strada giusta da imboccare?
«C’è la necessità di dare un fondamento culturale più robusto al Pd, ma bisogna costruire anche un partito vero, con regole e radicamento. Le tessere non si fanno solo per i congressi. Abbiamo discusso 6 mesi se si dovesse fare o no il tesseramento. Vogliamo almeno dire che quelle teorizzazioni, del partito liquido del leader, non vanno bene? Serve un partito vero. Moderno, certo, non quello di 50 anni fa. Un partito che sappia, assieme, utilizzare Internet e forme più classiche di organizzazione».

E le primarie?
«Benissimo le primarie, e anche Franceschini dice che vanno regolate. Ma gli iscritti dovranno avere dei diritti, perché mai, altrimenti, dovrebbero aderire? E un partito vero, poi, è la condizione per il rinnovamento. Come si selezionano, altrimenti, i giovani? Solo perché c’è chi fa un discorso brillante? Una nuova classe dirigente si ottiene facendo collaborare le personalità sperimentate con i giovani. E a tutti, poi, bisogna consentire di dare un contributo. Senza demonizzazioni, qualsiasi età uno abbia».

E D’Alema che ruolo avrà nel Pd del dopo congresso?
«Non aspiro a funzioni di leader. Mi accontento di poter dare una mano in un partito dove a tutti sia consentito di fornire un contributo».

Lei ha usato parole di apprezzamento nei confronti di Marino, è vero che ha provato a fargli cambiare idea sulla candidatura?
«Io ho usato parole di apprezzamento anche per Franceschini. Ho riconosciuto che si è battuto alle europee per un risultato che ha arginato il crollo. Ma non ho condiviso le motivazioni che ha utilizzato per candidarsi, mi è parso un momento di divisione e non di unità del partito».

E Marino? «È un grande chirurgo, un carissimo amico. Ma ha sbagliato a candidarsi. “Tu hai straordinarie qualità – gli dissi – Ma in questo momento non sei la persona più adatta per costruire un grande partito”. Forse in un altro momento sarebbe diverso, ma oggi c’è bisogno di chi ha maggiore esperienza politica. Marino, in ogni caso, darà un contributo forte e saprà coinvolgere persone che non avrebbero partecipato al percorso del Pd».

18 luglio 2009

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