PD:Il remake di dario Il «nuovo» ritorno al conflitto di interessi.

Fonte:Il Riformista

Il remake di dario Il «nuovo» ritorno al conflitto di interessi.

di Stefano Cappellini

«Nuovo» e «riformista» sono state le parole più pronunciate dal leader nel discorso con cui ieri ha presentato il suo programma per la corsa alla segreteria del Pd. Un intervento appassionato in cui ha parlato di valori, welfare, laicità, green economy, riforme. Franceschini propone dunque di entrare nell’era del «nuovo riformismo». Prima ancora che qualcuno ci abbia spiegato in cosa consistesse il vecchio, se mai c’è stato, e perché non ha funzionato.

Forse la spiegazione è in un discorso costruito per trasmettere al tempo stesso il messaggio della discontinuità dal recente passato di tribolazioni e sconfitte e della continuità di leadership, dato che Franceschini, oltre a essere segretario in carica, non può dimenticare di essere stato anche vice di Walter Veltroni nel primo anno e mezzo di vita del Pd. In ogni caso, quale che sia il giudizio di merito sulle singole questioni toccate, tutto quel che Franceschini presume «nuovo» era già presente nell’atto di nascita Pd. Ovvero nel discorso del Lingotto di Torino, quello con cui nel giugno 2007 Walter Veltroni si insediò al comando del partito, e quindi nel programma che portò alle elezioni politiche, perdendole.

Torna quasi tutto: la necessità di «garantire la sicurezza collettiva» (c’era), le «regole per l’economia» (idem), il welfare «strumento universale che accompagni tutte le persone e le famiglie nel corso della vita» (testuale), l’innalzamento dell’età pensionabile, la laicità «principio intoccabile dello Stato». Persino il dato politico-antropologico è il medesimo: Franceschini, come il predecessore, accusa la destra italiana di «predicare la sregolatezza che tollera o incentiva le irregolarità, che esalta l’individualismo, la furbizia dell’ “ognun per sé”».

E che dire del capitolo alleanze? «Non torneremo indietro, a un centrosinistra con il trattino. Solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l’esperienza del Pd», dice il leader. Giusto o sbagliato che sia, non è nuovo. È quel che il Pd ha fatto disfacendosi dell’Unione dopo la caduta di Romano Prodi. Le poche forze rimaste in campo e disposte a entrare in coalizione coi democratici sono le stesse (Idv, Sinistra e libertà, forse l’Udc), sia che vinca Franceschini o sia che vinca Bersani. E siccome il segretario spiega che le alleanze comunque si faranno, non si capisce quale sia la formula per allearsi con Vendola e Di Pietro senza trattino anziché con. «Evitare la divisione dei ruoli», prova a rispondere Franceschini, cioè che ciascuna forza presidi il proprio campo in competizione con le altre. Una risposta che continua a presupporre l’esistenza di un bipartitismo che di fatto non c’è, come dimostra in tempo reale l’esperienza dell’attuale maggioranza di governo e le tensioni tra la Lega e il Pdl.

Nonostante le parole spese da Franceschini contro l’ideologia «nuovista», torna ad affidarsi alle categorie di vecchio/nuovo, quando il problema irrisolto – non solo da lui – sarebbe piuttosto spiegare perché le ricette nuove di un anno e mezzo fa, riproposte ora in quanto tali, non abbiano raccolto il consenso del paese. Il resto è propaganda congressuale.

L’unico modo per provare a capire in che cosa sia davvero «nuovo» il riformismo che Franceschini suggerisce al Pd è procedere per sottrazione. Per accorgersi che quel che mancava, e che viene proposto adesso, è riassumibile in due punti: il rilancio del conflitto di interessi e la contrapposizione netta a Silvio Berlusconi. Sul primo punto Franceschini ha pronunciato un’autocritica mai così netta in bocca a un dirigente del centrosinistra: «Abbiamo colpe precise per non avere approvato la normativa sul conflitto di interessi quando era maggioranza dal ’96 al 2001, ma quella responsabilità non ci può spingere adesso a restare ancora fermi e silenti». Veltroni aveva espunto l’argomento dal programma democrat (lo ripescò dopo le elezioni, quando tornò a parlare di «regime berlusconiano», ma questo è un altro discorso).

Quanto all’antiberlusconismo, Franceschini ha speso concetti in parte condivisibili: «Non dobbiamo farci condizionare dalle parole dei nostri avversari o di quei politologi interessati che ci accusano di antiberlusconismo ad ogni critica che facciamo. Contrastare il Governo non è antiberlusconismo. Essere riformisti non significa restare zitti». Ma se poi l’unica vera questione concreta scagliata contro il premier – al di là delle critiche sulla gestione della crisi economica – è il conflitto di interessi; se la riscossa – al netto delle mere proposte di cornice – si confina nell’affondo «a un capo del Governo che attacca la stampa libera e il diritto di cronaca, intimidisce imprenditori ed editori, offende le istituzioni internazionali colpevoli solo di dire la verità, allora è ancora più difficile pensare che questo riformismo sia nuovo e possa proprio da qui – terreno di mille sconfitte – partire la riscossa della sinistra italiana.

17/07/2009

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