PD: Il fascino sottile della scissione

Il fascino sottile della scissione di Antonio Polito

Fonte: Il Riformista

La battaglia interna al Pd

Con la discesa in campo degli strateghi – ieri Veltroni, domenica D’Alema – i due campi di Agramante della battaglia interna del Pd sono schierati. Non c’è rimasta molta terra di mezzo, e il terzo uomo latita non solo per mancanza di coraggio, ma anche di spazio politico.

Già così, sarà uno scontro sanguinoso. Qualcuno pensa che lo sarà anche troppo.

In ogni caso sarà troppo lungo. Quattro mesi così ucciderebbero un bue. Quattro mesi in cui i capi del Pd saranno chiamati in tv per parlar male l’uno dell’altro, più che per parlar male dell’avversario politico. Si fanno spesso paragoni con le primarie americane: lì lo scontro ha fatto bene al partito democratico, si dice. Ma la sfida tra Obama e Hillary era innanzitutto un attacco congiunto a Bush. Si sceglieva chi poteva batterlo meglio. Al centro c’entra la sorte degli Stati Uniti. Qui al centro sembra essere solo la sorte del Pd.

Per questo mi ha molto colpito l’uscita della Serracchiani.

Non tanto perché definisce Franceschini simpatico, Bersani vetusto, e D’Alema il male assoluto. De gustibus.

Mi ha colpito perché rivela, con l’ingenuità della neofita, il veleno che si è introdotto nel corpo del Pd. È il «noi» contro «loro».

La separazione antropologica. Noi il Pd, gli altri no.

Cadono così le ragioni stesse dello stare insieme in un partito. Quel minimo di solidarietà che non confonde mai l’avversario esterno con l’avversario interno. Quello stile che impedì sempre a Hillary di attaccare Obama perché nero e a Obama di attaccare Hillary perché moglie cornuta di Bill. Chi negli staff vi fece allusione, dovette anzi dimettersi.

Qui invece Franceschini non ha preso le distanze dalla Serracchiani. E Veltroni l’ha anzi apertamente difesa. E con buone ragioni. La giovane Debora, infatti, non ha fatto altro che ripetere il discorso del «chi c’era prima»: ha solo aggiunto nome e cognome. E, soprattutto, ha evocato la speranza vera del suo campo, che a mio parere è anche il rischio maggiore che corre oggi il Pd: lo scenario dei due vincitori. Uno che vince adesso, e un altro che vincerà un giorno.

Mi spiego. La Serracchiani dice: noi potremo perdere la battaglia tra gli iscritti, ma contiamo di vincere quella tra gli elettori. Il doppio meccanismo congressuale lo consente. L’idea su cui si fonda questo schema è che c’è un partito in mano agli apparati, ai burocrati, alle clientele, nel corpo del quale è difficile vincere per dei veri innovatori. Ma lì fuori, nella società civile, si può vincere se si denuncia quanto schifo faccia questo partito. Per questo l’affondo di Debora non è casuale e non è stato isolato. Fu con queste stesse motivazioni che Veltroni si dimise ed è tornato ieri in campo.

Ma se il Partito democratico è quello che dicono Veltroni, Franceschini, Fioroni e Serracchiani, vuol dire che è un partito da buttare. E che quando vinceranno loro, lo butteranno.

Ora, è difficile immaginare un Pd che esca più unito da uno scontro su queste basi. Anzi, è più facile immaginare che questa sia la ricetta per una scissione. Soprattutto, è difficile immaginare che la campagna congressuale possa così diventare un grande spot a favore del Pd e contro Berlusconi, come fu lo scontro tra Obama e Hillary contro Bush.

Il difetto di questo approccio è che rende irrilevante la discussione di linea politica, di idee, di alleanze. Niente conta davvero, se non rifare il Pd; o meglio, restituire il marchio ai legittimi proprietari (che, tra l’altro, l’hanno gestito fino dal primo giorno). Ciò che è importante è proseguire quel processo introverso di continue rifondazioni che continua da quando è morto il Pci. In questo senso lo scontro tra Franceschini e Bersani rischia davvero di ripetere quello tra Veltroni e D’Alema di quindici anni fa.

Anche allora, nell’incertezza, si fecero votare prima i fax e poi i dirigenti. Tra i fax vinse l’uno, tra i dirigenti l’altro. Col risultato che lo sconfitto tra i dirigenti non accettò mai il verdetto e continuò a considerarsi il vincitore morale, animato da ansia di rivincita. E chi vinse tra i dirigenti non si sentì mai pienamente legittimato tra i fax, e quando traslocò a Palazzo Chigi passò di conseguenza lo scettro al suo più formidabile nemico.

Se lo schema dei due vincitori si riprodurrà anche stavolta, questa ennesima sfida non sarà servita a nulla. Se non a lasciare sul campo morti e feriti, e a confermare l’immagine di un partito che ha poco da dire sull’Italia perché non ha tempo per pensarci. Con l’aggravante che, almeno, Veltroni e D’Alema militavano nello stesso partito da quando avevano i calzoni corti, e ci rimasero.

Mentre Franceschini e Bersani hanno cominciato a frequentarsi da nemmeno due anni, e nello stesso partito potrebbero anche non rimanerci, se continua così.

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