D’Alema successo bancario «Non sono venuti per me»

Fonte:Il Riformista

di Marco Ferrante

La riunione promossa ieri dalla fondazione ItalianiEuropei ha funzionato.

Il centrosinistra doveva dimostrare di avere ancora una capacità di contare nella fase del dibattito e Massimo D’Alema è ancora il politico della sua parte preferito dagli uomini del mondo economico e finanziario, perché come dice una persona informata dei fatti «è ancora il più intelligente, e nel nostro mondo l’intelligenza politica piace, ha un retrogusto che sorprende sempre quelli come noi che non hanno mai visto una sezione di partito».

Il parterre era nutrito. Da Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, a Tommaso Padoa-Schioppa, ministro dell’Economia nel secondo governo Prodi, da Fabrizio Palenzona, potente vicepresidente di Unicredit, a Massimo Pini, vicepresidente di Fondiaria e uomo che spiega Roma al gruppo Ligresti. C’era Giuseppe Mussari, capo di Mps, il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli (con aspirazioni – si dice – bancarie) e il presidente della Bnl Luigi Abete, che invece continua a essere giudicato dagli osservatori un uomo dalla perenne tentazione per la politica.

Defilata e autonoma la posizione in questa fase di Corrado Passera, capo esecutivo di Intesa Sanpaolo, ieri non c’erano uomini della prima banca italiana. Ma c’era Pietro Modiano, vicino a Giovanni Bazoli, da alcuni mesi a capo della bresciana Carlo Tassara, un incarico voluto proprio dal presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo.

Si dice che la rinuncia di Enrico Letta alla corsa alla segreteria, e l’alleanza con Pierluigi Bersani, sia il risultato di una più larga cordialità tra D’Alema, Romano Prodi e Giovanni Bazoli, i quali ultimi avrebbero scelto di scommettere sulla maggiore robustezza di Bersani rispetto a Franceschini, anche perchè la candidatura Bersani non impegna sulla scelta del futuro candidato alla presidenza del Consiglio.

Prodi non parla. Ieri è sì intervenuto sul tema congressuale con un fondo sul Messaggero, solo per rilanciare una sua vecchia proposta di federalismo partitico. Sui candidati non si è pronunciato, ma molti danno per scontato che abbia scelto Bersani. Il miglioramento dei rapporti tra D’Alema e Prodi non può che giovare alla rifondazione del Partito democratico. Un altro segnale di intesa è l’apprezzamento dimostrato in questa fase da D’Alema nei confronti di Tommaso Padoa-Schioppa, il cui intervento di ieri sulla crisi è stato molto lodato, anche dai banchieri.

In questo quadro, i cosiddetti poteri forti tendono a preferire come interlocutori D’Alema e Bersani (anche se l’ex presidente del consiglio ieri ha minimizzato: non è per me che sono venuti, ma perchè la fondazione prova a dare una mano a uscire dalla impressionante povertà del dibattito pubblico).

In generale questa preferenza nel confronto dentro al Pd sarà accordata dalla Confindustria, per quanto Emma Marcegaglia sia molto prudente; e anche da Enel ed Eni, potere al momento particolarmente forte anche dentro il sistema confindustriale.

Ieri è andato all’inaugurazione del comitato pro-Bersani Matteo Colaninno, deputato del Pd, ma anche ex capo dei giovani di Confindustria, nonché figlio di Roberto, azionista di riferimento di Piaggio e Alitalia.

Più difficile capire quale sia l’atteggiamento di Luca di Montezemolo che domani presenterà il suo think-tank ItaliaFutura: si dice che l’ex presidente di Confindustria consideri l’iniziativa dalemiana un po’ ancorata a un vecchio schema di primato della politica sull’economia.

Ieri, il quadro dei rapporti tra sistema economico e finanziario e nuovo Pd è stato liberato da una macchinosa complicazione con il ritiro della candidatura di Sergio Chiamparino.

 Il sindaco di Torino, sarebbe stato l’unico candidato tecnicamente in possesso (ancorché proquota) di una banca, via compagnia Sanpaolo, fondazione torinese azionista forte di Intesa Sanpaolo controllata dai poteri locali, comune in testa.

In quella parte del book del candidato ideale dedicato alle relazioni, Chiamparino avrebbe potuto far valere il buon rapporto con Sergio Marchionne della Fiat e quello con Alessandro Profumo, l’ad di Unicredit, il quale – secondo quanto riportato ancora ieri da Repubblica – avrebbe spinto per la candidatura del sindaco di Torino. Una scelta politica non condivisa da una persona di cui Profumo si fida, Carlo De Benedetti, il quale in questa partita preferisce l’unità su Dario Franceschini.

Del resto, c’è chi fa notare che proprio a Chiamparino era stato chiesto di partecipare al convegno promosso da Veltroni a Roma con Franceschini, il cosiddetto Lingotto due, a cui parteciperanno anche Tito Boeri, economista del lavoro alla Bocconi e capo della fondazione Rodolfo De Benedetti, ed Enrico Morando, l’uomo che scrisse il programma economico di Veltroni.

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