UN’ ANIMA PER IL PD,” La sinistra e le passioni tristi”.

Fonte: Europa

Il Partito democratico? Una famiglia allargata

Il libro di Manconi in cerca di un’identità non ideologica e non retorica
Un’identità non identitaria, non ideologica e non retorica, cioè un’identità da partito grande, un altro modo di declinare la “vocazione maggioritaria”, una ricetta per sanare le ferite dei nostalgici dell’era dell’Ulivo, un “partito famiglia allargata”.

Lo descrive proprio così Luigi Manconi nel suo ultimo libro Un’anima per il Pd – (Nutrimenti, 12 euro).

La famiglia allargata, scrive con piglio da sociologo, «si affida a una struttura portante multipla, dove non c’è una esclusiva autorità paternale e una sola figura di capofamiglia, ma più soggetti e più ceppi parentali, che si intrecciano e si integrano; dove, dunque, i legami familiari sono maggiormente articolati, meno stretti ma non per questo meno intensi e dove si incontrano individui e relazioni e affetti che liberamente si aggregano; dove convivono generazioni successive, provenienti da famiglie diverse e da percorsi non uniformi. Ed esperienze di vita che hanno conosciuto fallimenti e nuovi inizi. Sia chiaro: questa è una interpretazione tutta positiva della famiglia allargata, che trascura contraddizioni e tensioni, fatiche e disparità. È in ogni caso un modello interessante, che pure lascia irrisolto un problema cruciale: chi è il capofamiglia? ».

Rileggete: nonostante l’interrogativo finale, non sarebbe bellissimo, eppure al tempo stesso perfettamente realistico, un Pd così?

Senza paura del conflitto e delle differenze, che non chiede a se stesso di diventare ciò che non è, ma sa fare della sua condizione “ricomposta”, del suo lungo passato, degli inevitabili errori, del suo stesso disordine e delle sue ferite una condizione di opportunità?

È la questione centrale, e la più originale, del libro di Manconi. Che quando non si dilunga in analisi un po’ troppo dettagliate – e purtroppo, per com’è andata la vicenda della presentazione alle europee, già datate, anche se recuperabili in prospettiva – delle opportunità e delle vie attraverso le quali i suoi ex compagni di strada dei Verdi e della sinistra radicale potrebbero reincontrare il percorso dei Democratici, offre qualche spunto davvero stimolante su come la famiglia allargata del Pd potrebbe vivere utilmente e in pace. Perché, naturalmente, bisogna innamorarsi almeno un po’ prima di andare a vivere insieme.

E qui entra in gioco la questione delle passioni tristi: perché il Pd, scrive Manconi, appare senz’anima, incapace di suscitare adesione. «Anaffettività» e «spassionatezza» sono i nomi dei suoi problemi, altro che litigiosità, leadership, strategia.

La sfida che il libro lancia al Pd è questa: per cercare di darsi un’anima, è stata intrapresa la strada sbagliata.

Si è cercato, scrive Manconi facendo l’esempio del testamento biologico e dei temi dell’immigrazione, di sdrammatizzare, troncare, sopire. Per non dividersi nel primo caso, per non dire cose troppo scomode rispetto al senso comune nel secondo.

E invece l’anima, le passioni, si trovano nel fuoco della battaglia: là dove sono coinvolti i valori, dove entrano in gioco le motivazioni più profonde delle persone. Proprio su quei terreni, cioè, che i Democratici in questi anni hanno considerato «minoritari» e «pericolosi ».

Dei due esempi, a noi pare più convincente il secondo, e proviamo a spiegare perché.

Riguardo al testamento biologico, Manconi, forse per ragioni legate al momento in cui il libro è stato chiuso in tipografia, riduce tutta la vicenda alla scelta del Pd di non partecipare in aula al voto sulla richiesta di conflitto di attribuzione avanzata dal Pdl contro la sentenza su Eluana.

Il giudizio su questa scelta è quello classico, e durissimo: il Pd scelse allora di non scegliere per paura di dividersi e di affrontare le proprie contraddizioni e di elaborare una posizione comune fondata sull’idea che «nessun valore può essere tutelato integralmente», ma solo «si deve puntare a ridurre al minimo possibile la sofferenza causata dal conflitto tra due diritti».

Eppure allora non andò proprio così, Europa lo scrisse e i fatti l’hanno dimostrato, perché nelle settimane successive il Pd la battaglia l’ha affrontata, anche se certo non nel migliore dei modi possibili: la posizione sul testamento biologico, per quanto prevalente e non sottoposta a voto, è stata pur definita, la stragrande maggioranza dei senatori dem si è pur opposta al decreto su Eluana, le votazioni in aula sulla legge Calabrò si sono svolte, le divisioni ci sono anche state, alla fine sono stati solo due i voti contrari alla linea decisa, di contrarietà a quella della maggioranza.

Il voto contrario sul conflitto di attribuzione, scelta ovviamente criticabile, venne allora motivato come rifiuto di una proposta irricevibile, tutta strumentale, della maggioranza. Può darsi che sia stata un’occasione mancata, di certo è stata una scelta discutibile, ma meriterebbe di essere meglio discussa.

Sull’immigrazione invece, davvero Manconi mette il dito nella piaga.

Le risposte democratiche, su un terreno certo sfavorevole eppure non impraticabile, sono davvero state poco all’altezza della sfida, deboli, subalterne non solo alla destra ma agli stessi movimenti spontanei della società civile (come quella dei banchetti per la raccolta delle impronte digitali, una protesta sacrosanta che il Pd avrebbe potuto promuovere o almeno cavalcare, e invece è rimasta iniziativa altrui).

Il tema, certo, non nasconde Manconi, è molto divisivo rispetto alla destra e almeno nell’immediato anche minoritario.

Tuttavia non andava lasciata indietro, consegnandola rassegnati all’egemonia altrui, perché si tratta di questione di fondo, in grado di incrociare la cultura socialista, cattolica e laico democratica e di farle reagire per produrre una sintesi nuova. Che superi anche il concetto classico, e per Manconi troppo ideologico e retorico, di solidarietà, verso l’elaborazione di un sistema dei diritti della cittadinanza.

Ma senza perdere la capacità di mobilitarsi, distinguersi dalla destra, appassionare.

Chiara Geloni

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