LA SCOMPARSA DELLA SOCIALDEMOCRAZIA

 

LA SCOMPARSA DELLA SOCIALDEMOCRAZIA

di  Massimo L. Salvadori  La Repubblica del 19/05/09 Pagina 29

IN UN recente articolo su questo giornale Timothy Garton Ash ha auspicato l’avvento di una «versione modernizzata» dell’«economia sociale di mercato», fondata sulla creazione da parte dello Stato di «un forte quadro giuridicoe normativo per l’impresa privata», sull’impegno «a garantire un minimo sociale a tutti i cittadini» e sulla lotta all’accumulo dei «grandi guadagni dei capitalisti» legittimati col richiamo ad un rischio imprenditoriale fatto in realtà gravare sulle spalle dei lavoratori subalterni.

Sennonché qui si pone il problema: esiste in Europa una forza politica in grado di farsi carico di un tale obiettivo? Di primo acchito la risposta parrebbe scontata: la socialdemocrazia.

Ma ecco che ci si trova a dover constatare che i partiti che ad essa si richiamano sembrano ormai più «cavalieri inesistenti» che non cavalieri con la corazza.

Non molto tempo fa osservai che facevano riflettere «il silenzio della socialdemocrazia»e la mancanza di un suo protagonismo politico di fronte alla attuale pesante crisi economica.

È quindi comprensibile che si possa parlare, come fa Giuseppe Berta, di Eclisse della socialdemocrazia (è questo il titolo di un suo breve saggio appena apparso presso il Mulino).

Nell’analizzare i fattori del declino socialdemocratico, Berta centra nel segno.

La socialdemocrazia nelle sue molteplici varianti non ha retto all’urto con il «turbocapitalismo» globale. E non ha tanto piegato le ginocchia di fronte ad un avversario più forte, quanto è andata piuttosto essa stessa attivamente inserendosi in quel tipo di sviluppo, giudicato la tendenza vincente.

«La socialdemocrazia al governo – osserva Berta – ha scoperto di dover aderire quasi plasticamente» ai caratteri del nuovo capitalismo, «abbandonando la pretesa di trasformarli».

Nel caso poi dei Blair e anche degli Schroeder, si è voluto persino cavalcare la tendenza. Si è così esaurito il cammino che aveva dato vigore alla socialdemocraziaa partire dal 1945 fino agli anni ‘70, quando è esplosa la crisi dei fattori che ne avevano determinato l’ascesa: la forza organizzativa dei partiti socialisti, la centralità dei sindacati, l’ancoraggio ad una robusta classe operaia, la capacità di affermare la propria identità, il ruolo del «sistema misto» privato-pubblico, le istituzioni del welfare.

Secondo l’autore, lo sviluppo economico e sociale ha disintegrato a mano a mano tutti questi fattori e conferito alle resistenze a siffatto processo i tratti di un discorso meramente retorico.

Dallo svuotamento della socialdemocrazia Berta deduce, portando alla ribalta il caso dell’Italia dove la socialdemocrazia più che esausta non è mai nata, che sia venuta l’ora del «centrosinistra», dei «democratici», del «liberalismo sociale»; cui spetta di incorporare quei caratteri della avanzante modernità che in primo luogo il Labour, sotto la spinta di incoercibili esigenze dovute alle trasformazioni della società, ha fatto propri con entusiasmo al prezzo di favorire il progressivo vanificarsi del discorso socialdemocratico: il fare appello all’elettorato in generale, alla responsabilità dei singoli, ai doveri e ai diritti individuali, il puntare per contrastare le diseguaglianze sociali sulle opportunità offerte dalla formazionee dall’esercizio delle competenze nel quadro del mercato aperto.

E in questo contesto evoca il messaggio di Obama, la sua entrata in campo a «difesa del principio di una più ampia libertà di scelta individuale sulle questioni della vita» e di altri principi «in linea con le tendenze del centrosinistra».

Se concordo con Berta sul dato incontrovertibile dell’eclisse della socialdemocrazia (che per lui in realtà più che un eclisse è un inarrestabile tramonto e per me un serio rischio di tramonto), ne traggo una diversa lezione.

Che oggi ci troviamo nel pieno della crisi congiunta e del «turbocapitalismo» e del socialismo europeo.

Che la crisi del secondo è una conseguenza del suo essersi adagiato sul primo, nella convinzione, massima nel nuovo laburismo di Blair, che questo rappresentasse tout court l’economia dell’avvenire e perciò occorresse addirittura favorirlo.

Che la crisi scoppiata nell’autunno del 2008 rivela palesemente che l’insufficiente difesa delle condizioni di vita degli strati inferiori – i quali, se non più in prevalenza dagli operai di fabbrica, sono formati dall’esercito dei lavoratori dipendenti a basso reddito, dei precari e dei senza lavoro – a cui si chiedeva di trovare una strada che non hanno affatto trovato nel mondo dell’iniziativa individuale e delle opportunità create da uno sviluppo sfociato nella grande depressione, ha avuto come risultato di causare il sempre maggiore arricchimento dei pochi e impoverimento dei molti.

Che la crisi dimostra – questo ha in effetti detto chiaro e forte Obama – che si è riprodotta la perversione per cui i plutocrati incontrastati hanno dato con successo l’assalto ai governi, sicché è ora necessario che il potere pubblico ristabilisca regole in grado di impedire un ritorno al turbocapitalismo, che si ricostituisca una rete di protezione a favore degli strati rimasti vittime delle oligarchie dominanti, che si torni a rendere efficace il welfare, anche grazie al rilancio del ruolo dei sindacati.

 In Europa quale il soggetto politico organizzato in grado di dare senso, di interpretare un simile indirizzo? Il centrosinistra?

Ma nel nostro continente il centrosinistra non esiste, salvo che in Italia, dove esso si presenta con grandi ambizioni, ma in passato altro non è stato se non un’alleanza debole di vari partiti privi di omogeneità e nel presente, incarnato nel maggiore partito di opposizione, non mostra di avere un sufficiente collante e all’interno del quale non manca chi di centro subisce il richiamo di altri centri e chi di sinistra non sa a che santo votarsi.

L’eclisse della socialdemocrazia europea è un innegabile dato di fatto e il test a cui essa si trova sottoposta è storicamente decisivo.

Ma se l’eclisse dovesse preludere, per una inadeguata capacità di reazione, a un definitivo tramonto, allora vi è da dubitare fortemente che lo scenario del futuro sia l’emergere del centrosinistra internazionale e non piuttosto per un verso il rafforzamento della destra e del centro, rimasti unici contendenti del governo della società, e per l’altro il sopravvivere di una sinistra minoritaria, emarginata, protestataria e impotente.

Sono possibili una «economia sociale di mercato» e «un forte quadro giuridico e normativo per l’impresa privata» fatto valere dallo Stato senza la socialdemocrazia?

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