Crisi: Mario Monti,Un patto (vero) per l’Europa

GERARCHIE TRA SISTEMI, RUOLO DEL PAESE

Fonte: Il Corriere Della Sera

«Nuova gerarchia in Europa». Così l’Economist, che dal 1843 promuove i valori del liberalismo anglosassone, descrive il sovvertimento causato dalla crisi nella gerarchia tra i sistemi economico-sociali in Europa. Attribuisce la prima posizione al modello francese e la seconda al modello tedesco, due varianti dell’economia sociale di mercato, mentre riconosce la caduta, almeno temporanea, del modello anglosassone. Questo rimescolarsi delle carte offre all’Europa un’inattesa opportunità per rilanciare l’integrazione su basi più solide, proprio in una fase in cui la crisi economica e le reazioni dei governi nazionali mettono a rischio il mercato unico e con esso l’integrazione realizzata finora. L’Italia può avere un ruolo importante nello spingere l’Europa in questa direzione. E’ un compito per il governo, ma anche per l’opinione pubblica, soprattutto se si volesse discutere anche di Europa nella campagna per le elezioni europee. La crisi sta conducendo i Paesi che abbracciano il modello anglosassone, come gli Stati Uniti, il Regno Unito e l’Irlanda, a riconsiderarne alcune caratteristiche.

Essi si chiedono se non abbiano fatto troppo affidamento sui meccanismi di mercato e troppo poco sulla regolamentazione, se non abbiano fatto crescere eccessivamente il loro settore finanziario a scapito di quello manifatturiero e se abbiano dedicato sufficiente attenzione alle diseguaglianze e ai sistemi di welfare. Questi Paesi, come anche la Cina, guardano adesso con maggior rispetto ad alcuni Paesi europei, come la Germania e la Francia, che hanno a lungo seguito modelli di economia sociale di mercato. I Paesi anglosassoni, peraltro, non dovrebbero sentirsi in imbarazzo per la loro parziale conversione. Né i Paesi ad economia sociale di mercato dovrebbero inorgoglirsi troppo per la «rivincita» che si stanno prendendo. Dopo tutto, nel decennio precedente, furono essi a doversi muovere nella direzione anglosassone, introducendo riforme economiche per accrescere la competitività. Ed è necessario che continuino a farlo. Questa convergenza dei modelli economici nazionali verso un punto mediano offre alla comunità internazionale una inaspettata opportunità politica, che consentirebbe all’Unione europea e al G20 di affrontare le crescenti sfide sociali salvaguardando nel contempo l’integrazione. Nella Ue ciascuno dei due gruppi di Paesi ha una sua preoccupazione principale. I Paesi anglosassoni, ma anche i nuovi Stati membri, sono giustamente irritati con i Paesi ad economia sociale di mercato — soprattutto con la Francia ma anche con la Germania e altri — perché questi sono sempre più insofferenti verso le regole esistenti del mercato unico (comprese quelle in materia di concorrenza e aiuti di Stato), per non parlare dell’ulteriore sviluppo di tale mercato. I Paesi ad economia sociale di mercato lamentano, anch’essi a ragione, che l’opposizione dei Paesi anglosassoni e dei nuovi Stati membri a qualsiasi forma di coordinamento della fiscalità rende più difficile raggiungere gli obiettivi sociali attraverso la politica di bilancio.

I gettiti fiscali, ridotti a causa della concor­renza fiscale, spesso non permettono il finan­ziamento di programmi sociali. Inoltre, le ba­si imponibili mobili – il capitale, le grandi im­prese e i professionisti altamente qualificati ­tendono a spostarsi verso i Paesi con regimi fiscali favorevoli, determinando in tal modo una corsa all’abbassamento delle aliquote d’imposta. Invece il lavoro e le piccole impre­se, essendo meno mobili, sopportano un cari­co fiscale crescente. Per evitare frustrazioni in entrambi i gruppi di Paesi, e il conseguen­te risentimento contro «l’Europa» in genera­le e il mercato unico in particolare, la UE do­vrebbe cogliere l’occasione per promuovere un compromesso. La Commissione dovreb­be anzitutto mettere il Consiglio, il Parlamen­to europeo e l’opinione pubblica di fronte ad una valutazione realistica – vale a dire piutto­sto preoccupante – delle conseguenze che l’avanzare del nazionalismo economico po­trebbe avere sull’integrazione europea. Do­vrebbe quindi proporre un patto strategico che comprenda due elementi: 1) Un impegno rinnovato e vincolante sul mercato unico, in particolare adottando mec­canismi rafforzati per assicurare il rispetto delle sue regole e prendendo iniziative per re­alizzarlo, entro termini ben precisi, nei setto­ri in cui fa ancora difetto. 2) Un impegno a introdurre un pur mode­sto coordinamento della fiscalità. Dovrebbe trattarsi di alcune misure intese non già a conseguire un’armonizzazione fiscale com­pleta (obiettivo irrealistico e non necessa­rio), bensì a permettere agli Stati membri di conservare la loro sovranità fiscale cooperan­do su alcune parti di essa. Se invece preferi­ranno difendere individualmente il principio della sovranità fiscale, gli Stati assisteranno ad una continua erosione di fatto della loro sovranità ad opera di una incontrollata con­correnza fiscale.

Con un tale compromesso, i Paesi anglosassoni e i nuovi Stati membri fa­rebbero un’apertura in materia di coordina­mento fiscale (di cui potrebbero comunque aver bisogno, ora che intendono dare più spa­zio al welfare), ma metterebbero al sicuro il futuro del mercato unico. I Paesi a economia sociale di mercato, dal canto loro, dovrebbe­ro sì sottostare alle regole di un effettivo mer­cato unico, ma avrebbero più ampi margini per perseguire gli obiettivi sociali senza do­ver contravvenire alle regole di mercato. Entrambi i gruppi si avvicinerebbero ai Pa­esi nordici, che combinano il mercato e la di­mensione sociale in modo più efficace. Infi­ne, e soprattutto, il patto darebbe nuovo vigo­re al vacillante progetto europeo. Un proget­to che forse, in questo momento, nessuno dei Paesi considera prioritario. Ma tutti subi­rebbero conseguenze pesanti – anche solo sul piano economico – se, in mancanza di un rinnovato slancio, l’Europa ripiegasse su 27 mercati nazionali. La Ue dovrebbe promuovere il coordina­mento fiscale in seno al G8 e al G20. Il giro di vite su alcuni paradisi fiscali, deciso dal G20 in aprile, è importante. Ma esso mira soltan­to a combattere l’evasione fiscale, mentre l’elusione fiscale continua su vasta scala e in modo legale, in quanto la maggior parte de­gli Stati si fanno reciprocamente una concor­renza fiscale senza limiti. L’obiettivo di una globalizzazione governata e basata sul merca­to non può essere raggiunto se la sovranità fiscale dei governi è sempre più erosa dal mercato. Per conseguire i loro obiettivi socia­li, i governi devono poter fare un uso efficace dei loro bilanci; in caso contrario, essi faran­no abuso del mercato. L’Italia è in condizio­ne di esercitare un ruolo di spinta perché l’Europa faccia un passo avanti nella direzio­ne indicata. Ha una tradizione europeista, di­ventata nel tempo più consapevole dei con­creti interessi in gioco. Non coltiva la sovrani­tà come simbolo astratto ed è pronta a perse­guire pragmaticamente progressi che raffor­zino la costruzione europea, anche nel pro­prio interesse nazionale. Non è, come altri Pa­esi, ideologicamente sensibile alla primazia di un «modello», anche perché mutua ele­menti dall’uno e dall’altro dei due modelli do­minanti. E’ stata meno di altri colpita dalla crisi, ma ha, anche più di altri, bisogno di un’integrazione europea funzionante per re­cuperare dopo la crisi un ritardo, preesisten­te ad essa, in termini di competitività e di cre­scita. Queste condizioni oggettive, unite alla presidenza del G8 esercitata quest’anno e al­l’assenza di prossime scadenze elettorali na­zionali, come invece hanno Germania e Gran Bretagna, potrebbero favorire l’assunzione di una leadership nell’aiutare l’Europa a rende­re più solido il proprio futuro. 

Mario Monti
10 maggio 2009

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