Enrico Letta “Costruire una Cattedrale”

I Commenti dal sito di Enrico Letta

Autore: Enrico Letta

Editore: Mondadori

Prezzo: €.16,50

Pagine: 122

Enrico Letta “Costruire una Cattedrale. Perché l’Italia deve tornare a pensare in grande”

Retro di copertina:
“Due operai stanno ammucchiando mattoni lungo una strada. Passa un viandante che s’informa sulla natura del loro lavoro. Uno modestamente risponde: “Sto ammucchiando mattoni”. L’altro esclama: “Innalzo una cattedrale!”. Il primo degli operai descritti da Pietro Nenni in Parlamento, nel 1959, impila pietre: per sé e per guadagnarsi da vivere oggi. Il secondo fa esattamente lo stesso, ma sa di costruire qualcosa di grande per il futuro. Proprio il futuro è l’orizzonte di riferimento di chi contribuisce alla costruzione di una cattedrale. Un lavoro che costa fatica, non produce vantaggi personali immediati, ma rimarrà nei secoli. E la cattedrale si rivelerà tanto più solida e splendente quanto maggiore sarà la partecipazione della comunità alla sua realizzazione. Il nostro Paese ne è disseminato: opere dell’ingegno e dell’arte fatte in nome di un progetto alto e condiviso. Oggi è difficile anche solo immaginare qualcosa di simile. Che ne è stato di quell’ansia di futuro? Enrico Letta non ha dubbi: anche la crisi economica e sociale che stiamo vivendo è figlia del “presentismo”. Della tendenza a sacrificare all’utilità del momento ogni investimento nel futuro che richieda tempo, capacità, pazienza. L’Italia è ammalata di “presentismo” come e forse più degli altri Paesi avanzati. La politica riflette e amplifica questa malattia. Eppure, è questo il momento di ritrovare l’ambizione di realizzare progetti solidi e duraturi. La cattedrale può essere una risposta alla crisi.

Il nuovo libro di Enrico Letta “Costruire una Cattedrale. Perché l’Italia deve tornare a pensare in grande” e un vero e proprio manifesto politico per il PD almeno secondo la visione di Letta.

“La cattedrale come la metafora di una comunità che accetta la sfida di contribuire a un grande progetto condiviso e proiettato al futuro”.

Cambiare, a partire dalla politica, proprio a questa Letta dedica un capitolo del suo libro.
«L’addio di Veltroni, secondo letta chiude quindici anni di politica italiana; questo libro precisa l’esponente democratico, è il mio contributo ad andare oltre.

Saranno decisivi i prossimi tre mesi: l’esito delle Europee, e più ancora quello delle amministrative.
Ce la stiamo mettendo tutta, ben guidati da Franceschini, per ottenere il miglior risultato possibile del Pd.
E lo stesso impegno dopo le elezioni dovremmo metterlo per un congresso che sposti l’asse del partito, lo aiuti a parlare agli elettori moderati».

«Questo bipolarismo è finito. L’elettorato non è bipolare, ma tripolare: diviso non tra destra e sinistra ma tra progressisti, moderati e populisti. Si tratta di unire progressisti e moderati, in un patto che non potrà includere né la Lega da una parte, né Di Pietro e i comunisti dall’altra.

Con un terzo dei voti non si vince: è evidente che dobbiamo rispacchettare tutto.

Il Pd,così com’è, è condannato alla sconfitta: non a caso, come ha fatto notare per primo Marc Lazar, il suo insediamento elettorale coincide in modo impressionante con quello del Pci di trent’anni fa.

Si tratta di andare oltre questo Pd, e anche oltre l’alleanza con Casini. Uscire dalla riserva indiana dei perdenti, e cambiare il sistema».

«Fare come Lorenzo Dellai in Trentino: l’unica regione dove abbiamo vinto perché il Pd si è impegnato in proprio e con alleanze larghe a convincere i moderati».

Letta parte dalle medesime premesse del ministro dell’Economia: «La globalizzazione ci ha incastrati ».
Gli Stati, la politica hanno abdicato al loro mestiere, e adesso occorre rimediare, scrivendo nuove regole.

Ma Letta insiste sul concetto «più Stato, non meno mercato»: «Difesa del mercato e rilancio di un ruolo più attuativo dello Stato, che non porti però a una nuova statalizzazione dell’economia »; puntando «su un’Europa più forte, anche grazie allo slancio dell’ottima presidenza Sarkozy, piuttosto che sulle risposte nazionali».

Le riflessioni sulla crisi sono molto preoccupate: «C’è il rischio deindustrializzazione. Quattro milioni di piccoli imprenditori sono al bivio tra chiudere e tener duro: se mollassero, cambierebbe il modello Italia».

Da qui le proposte:

– Sì alla contrattazione decentrata ? «legarsi alle ragioni della Cgil sarebbe l’ultima delle cose da fare»;

– Pagare subito, attraverso la Cassa Depositi e prestiti, i crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione;

– Fare ora la riforma per un nuovo welfare incentrato sulle donne, con congedo parentale obbligatorio per gli uomini; dare la priorità agli ammortizzatori sociali. E progettare una nuova architettura finanziaria europea e globale, aumentando i poteri del Financial Stability Forum di Mario Draghi e attribuendo alla Bce le funzioni di vigilanza e sorveglianza in Europa.

Letta individua i germi della crisi del PD già nelle regole delle primarie, «concepite per un unico candidato, mentre il Pd sarebbe nato più forte e sano se la leadership di Veltroni fosse stata contesa anche da altri esponenti del suo partito di provenienza ».
Proprio l’illusione di mantenere nel Pd le culture e gli organigrammi dei vecchi partiti è il peccato originale le cui conseguenze si vedono oggi.

E’ il rischio della «mancanza di ambizione a governare», il male contagioso di cui soffre la Gauche francese, incline ad accontentarsi del controllo della piazza e dei governi locali.

E’ «la vergogna di parlare ai moderati», un virus insito nel centrosinistra fin dal ‘94, come Letta spiega rievocando un episodio inedito: «Dovevamo organizzare la convention per lanciare l’alleanza tra il Ppi di Martinazzoli e il Patto Segni. Kohl aveva dato il suo assenso. Si cercava un altro statista internazionale. Andreatta, allora ministro degli Esteri del governo Ciampi, mi mandò da Giscard. Non fu facile, ma alla fine l’ex presidente francese disse sì.

A quel punto cominciarono le perplessità interne: Un capo della destra, sia pure moderata, potrebbe non piacere alla nostra gente?.

Fu con grande imbarazzo che dovetti tornare da Giscard, chiedergli scusa e avvertirlo che avevamo cambiato idea. Come se  avessimo appunto vergogna di parlare ai moderati. Di cambiare schema mettendo tutto in discussione. ».

Dobbiamo costruire un nuovo Centro-sinistra: con la C di Centro maiuscola.

Breve Riflessione:

Come già scritto sul sito dell’autore trovo molta analogia fra la visione del mondo scritta da E.Letta e il libro bianco del ministro Sacconi, entrambi sono usciti a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro.

Entrambi anche se E.Letta non la richiama espressamente come fa il Ministro Sacconi nelle premesse del libro bianco si ispirano “all’economia sociale di mercato”.

E’ questo il senso che vanno interpretate affermazioni come “ Più Stato, ma non meno mercato” ,“ Parlare agli uomini e non alle sole categorie sociali”, “ guardare al mondo delle imprese nella sua totalità senza distinzioni fra grandi e piccole”.

Come non essere d’accordo con E. Letta o con chiunque creda effettivamente in queste cose.

Inoltre dal punto di vista politico, per chi come me esercita l’attività di imprenditore, le imprese non si distinguono fra grandi grandi o piccole fra COOP e NON , ma si distinguono fra “essere o non essere socialmente responsabili” ed è socialmente responsabile “chi rispetta le regole condivise”.

Inoltre la riflessione di E. Letta conferma quanto sostengo ormai da tempo e cioè:
– In Italia esiste l’anomalia Berlusconiana che ha portato nel PDL parte degli ex socialisti a coalizzarsi con la destra storica rappresentata da AN insieme ad un groviglio di ex liberali di varie tendenze, ed a una grossa fetta di ex Democristiani più sensibili ai dettati papali.
– Nel PD ci sono parte degli ex Democristiani che sono più autonomi rispetto ai dettati papali (con alcune eccezioni che confermano la regola), parte degli ex DS che però purtroppo vista la cecità della ormai logora classe dirigente non è stata capace dall’89 in poi di far fare a questo partito il giusto trapasso storico che era quello di diventare un vero partito socialdemocratico-liberale. Questo non è accaduto per errate valutazioni di opportunità politicopartitiche, infatti  in Italia fino al periodo di  tangentopoli esisteva il PSI, e fare certi passaggi politici equivaleva ad ammettere palesemente i propri errori storico-politici ( Bettino Craxi come minimo avrebbe voluto questo tributo), con il rischio di mandare l’elettorato fra le braccia di Bertinotti e perdere il lasciapassare per diventare una forza politica autonoma e di governo, anche se spesso sembra più che ci sia la poltrona comoda e ben pagata l’unica cosa che interessa anche ai nostri leader.

Inoltre il culto delle avanguardie di Leniniana memoria, ha inculcato nella zucca dei nostri leader il concetto di elitismo dei migliori. E  l’elitismo è una brutta malattia politica perché antidemocratico, infatti i pochi che si ritengono i migliori, si possono convincere che i molti sono in torto.

Inoltre l’elitismo è l’anticamera della malattia sociale, in quanto come sosteneva Erich Fromm ( Filosofo e sociologo Marxista Democratico Umanista) una società può essere malata.

Come può una società essere malata, se le malattie sono dell’individuo in quanto essere umano e, organo biologicamente vivente?
Secondo Fromm una società può essere malata in quanto contaminata da idee dominanti e malsane, ma che in un dato momento storico: vengono condivise,attuate e fatte accettare ai più dalle élite politiche (oligarchie).

L’esempio oggi è sotto i nostri occhi, Berlusconi governa alla faccia dei migliori……e tutti sono concordi che il Turbocapitalismo è la causa della crisi finanziaria che stiamo subendo.

Fra l’altro va detto che neanche i migliori di sinistra sono stai immuni al richiamo delle sirene Anarcocapitaliste, basterebbe rileggere alcuni scritti recenti per rendersi conto che elogiavano Banchieri e capitani coraggiosi che spesso si sono dimostrati delle bufale spaventose e che hanno fatto pagare i loro errori al popolo democratico che aveva riposto le speranze del progresso sociale nelle mani di leader che dovevano in teoria essere immuni dai richiami delle sirene. 

L’ERRORE DEI MIGLIORI.
Oggi assistiamo ad un evento drammatico per chi come il sottoscritto è nato nella città dove nel 1921 nacque il PCI.
Stiamo subendo la peggiore trasformazione camaleontistica messa in atto dalla destra Italiana, Fini diventa socialista e Tremonti si converte al Marxismo democratico ( o se volete chiamatelo socialismoliberale), e questo accade in sintonia con la visione Americana che porta gli Anarcoliberisti di ieri a condividere la visione di Obama, e coniare per l’occasione il concetto politico di “ liberismo-paternalista” ( il nostro socialismoliberale in sala americana).

Era prevedibile tutto questo?
Chi scrive pensa di si e lo aveva già scritto in tempi non sospetti in due Post che riporto qui sotto.
Oggi purtroppo il danno è fatto e non possiamo che constatare che gli unici che costruiscono cattedrali immaginarie in Italia sono i conservatori di sempre, gli eredi del conte di Salina quelli che cambiano tutto affinché nulla cambi, e noi gli diamo una mano portando mattoni al loro cantiere.

I nostri Post correlati e richiamati sopra:

Cosa è il grande centro democratico?

La Paura e la speranza – di Giulio Tremonti

Approfondimenti:

Idee e contributi 2008 del Circolo territoriali di Bientina.

L’ircocervo, c’è differenza fra noi e il PDL?

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