Crisi:Hernando de Soto,combattere la povertà con i diritti di proprietà

Fonte: Credit Suisse

Combattere la povertà con i diritti di proprietà

27.04.2009

Riforme legali volte a garantire i diritti di proprietà ai più indigenti contribuiranno a combattere la povertà e a rilanciare l’economia mondiale, afferma l’economista Hernando de Soto. Fintantoché queste persone non possono dimostrare ciò che possiedono, è loro negato l’accesso ai crediti per sviluppare la propria attività.

Dorothee Enskog: Quale importanza rivestono i diritti di proprietà nella lotta contro l’indigenza?

Hernando de Soto: Sono di cruciale importanza, poiché documentano ufficialmente dove si trovano i beni e a chi appartengono. Nel nostro mondo economico agiscono più di sei miliardi di individui, pertanto facciamo affari con miliardi di persone che neppure conosciamo. A conti fatti, i titoli di proprietà sono i soli documenti che ci consentono di accertare l’identità delle nostre controparti e di riunire le varie risorse, il solo modo che abbiamo di sapere con chi abbiamo a che fare.

A suo giudizio, quante sono le persone escluse dai diritti di proprietà?

Solo due miliardi circa di individui partecipano all’economia globale ufficiale: i cittadini del Nordamerica e dell’Europa nonché piccoli gruppi elitari nei paesi in via di sviluppo e nelle ex repubbliche socialiste sovietiche. Gli altri quattro miliardi vivono e agiscono al di fuori del sistema in un mondo economico informale, e non possiedono alcun documento giustificativo ufficiale per ciò che possiedono, per il loro lavoro o le loro attività commerciali.

Quando ha cominciato a impegnarsi per i diritti dei poveri e che cosa l’ha spinta a farlo?

Quando da giovane rientrai nel mio paese d’origine, il Perù, rimasi stupito di quanto fossero arretrati i paesi in via di sviluppo. Mi colpì quant’era difficile ottenere documenti ufficiali. Mi sono occorsi ad esempio tre interi anni per ottenere l’assegnazione di un numero civico. Cominciai a interrogarmi e a chiedermi se questa forma di procedura di autorizzazione non fosse addirittura ancora più gravosa per i ceti più marginali. Reclutai quindi un professore e alcuni studenti per avviare una piccola attività in mezzo a una favela di Lima. Avrebbero dovuto aprire molto ufficialmente una piccola fabbrica di vestiario, con due macchine cucitrici, aperta otto ore al giorno. Impiegarono 279 giorni per ottenere una licenza di produzione. In Egitto, dove venne compiuto un analogo tentativo, occorsero 549 giorni per aprire una panetteria. Pur se le leggi in materia sono assolutamente certe e applicabili, molte persone ne sono escluse. Per crescere economicamente occorre potersi affacciare e legittimare sul mercato: non c’è altro modo per accedere ai canali di credito e capitale.

Si sono osservati miglioramenti negli ultimi decenni?

In linea generale vi sono stati senz’altro dei miglioramenti negli ultimi 20 anni. In Perù, dove sono state attuate numerose riforme, si registra già da un paio d’anni una crescita del 10 per cento. Buona parte dell’economia nazionale si fonda sull’edilizia, sull’industria mineraria e sull’esportazione di prodotti agroindustriali. Senza titoli di proprietà garantiti per i fondi e le miniere, questi settori non avrebbero espresso alcuna crescita. Ciò malgrado rimane ancora moltissimo da fare. I titoli di proprietà devono inoltre essere documentati per scritto, tutelati giuridicamente e infine trovare anche impiego. Ne consegue che i paesi necessitano di un sistema giuridico efficiente.

Quali altri fattori entrano in gioco nella creazione di un’economia di mercato integrativa e moderna?

Dobbiamo dapprima definire il concetto di proprietà affinché sia comprensivo anche delle attività commerciali. I diritti di proprietà sulle attività d’impresa devono apparire appetibili agli occhi degli investitori. Consegnando agli investitori il controllo di quote di capitale si cedono loro diritti su parti dell’azienda. Alle imprese va altresì assicurata una responsabilità limitata. Un imprenditore deve poter avere la certezza che gli investimenti nella sua azienda non si riverberano negativamente sugli investimenti che ha in corso altrove. Altrettanto importante è l’asset shielding, ossia uno stanziamento di capitale a destinazione vincolata: se l’impresa accumula debiti, il titolare non deve potersela svignare con il capitale. Le imprese hanno inoltre bisogno di strutture interne fisse organizzate in una gerarchia univoca, quindi un CEO, un CFO, diritti dei lavoratori ecc. Da un’indagine in America latina è emerso che solo il 10 per cento di tutte le imprese soddisfa i criteri menzionati poc’anzi, e nella prevalenza dei paesi in via di sviluppo la situazione non è verosimilmente dissimile.

Lei è fondatore e presidente dell’ILD (Instituto Libertad y Democracia) in Perù, che si adopera esattamente per i temi da lei descritti. Ci racconti di più.

L’ILD è stato fondato nel 1984 come istituto di ricerche e da allora si è evoluto trasformandosi da think tank in action tank. Dopo le nostre prime pubblicazioni siamo stati chiamati dal governo peruviano e successivamente anche da altri governi. Analizziamo quant’è forte l’economia informale nei paesi interessati e mettiamo a punto piani di riforma. Abbiamo già prestato la nostra opera in venti paesi distribuiti in America latina, Africa, Medio Oriente, nell’ex Unione Sovietica e in Asia centrale. Anche paesi industrializzati come gli Stati Uniti e il Canada si sono rivolti a noi. Ad esempio negli Stati Uniti più di 30 milioni di persone – perlopiù lungo il confine con il Messico o nei quartieri più sfavoriti delle città nonché nativi americani – non possiedono alcun titolo fungibile per il terreno che occupano. Non abbiamo tuttavia aderito a queste richieste perché erano manifestamente superiori alle nostre possibilità.

Come lavora l’ILD?

In genere veniamo contattati dal capo del governo di un paese. Noi mandiamo un piccolo gruppo al quale si aggregano poi in loco numerosi esperti. Per prima cosa analizziamo l’ampiezza dell’economia informale del rispettivo paese, dopodiché formuliamo proposte di riforma, fase che prelude a quella di attuazione. Con il progressivo avanzamento del progetto non si ha di regola più bisogno di noi, il che è un buon segno. A questo punto i team in loco possono riprendere e portare avanti il nostro lavoro.

I governi sono aperti alle sue proposte?

A noi si rivolgono soprattutto i politici che hanno ricevuto man- dato dai loro elettori di cambiare la situazione nel paese. Talora rimangono scioccati dal risultato della nostra analisi, ma è uno shock salutare, poiché diamo loro una spiegazione del perché le cose non funzionano nel loro paese. Se possiamo mostrare che il paese non può crescere e prosperare senza principi di stato di diritto, il più delle volte – se superano lo spavento iniziale – ci sono grati per il nostro aiuto. In ultima analisi gli mostriamo che i loro problemi sono risolvibili. A volte quelli che traggono beneficio dal burocratismo imperante (piccole burocrazie pubbliche e private) non ci amano così tanto.

In quali paesi occorre ancora lavorare alla creazione di un’economia di mercato integrativa?

Ovunque. Ed è una sfida anche per i paesi industrializzati. Pensi soltanto all’attuale crisi dei subprime: dai paesi industrializzati sono affluiti sui mercati finanziari prodotti derivati per un ammontare di circa 600 bilioni di dollari, derivati di cui non c’è traccia in nessun registro centrale. Nessuno sa dove si trovano questi titoli tossici né quanti sono, motivo per cui non possono essere tolti dal sistema finanziario. Lo sapremmo se ai derivati si applicassero le stesse regole in vigore per la registrazione dei fondi o l’immatricolazione degli aerei. È bene non dimenticare che è esattamente in questo che risiede la causa della recessione mondiale.

Ha accennato alla crisi dei mutui subprime. Quali sono le sue ricadute sui più poveri del mondo?

Complessivamente sono disponibili in contanti solo circa 13 bilio- ni di dollari, euro, franchi ecc. Inoltre esistono crediti ipotecari, titoli garantiti da mutui ipotecari o credit default swap, il cui valore complessivo supera ampiamente il denaro liquido disponibile. Ciò malgrado, la crisi dei subprime e la conseguente stretta creditizia hanno profondamente scosso la fiducia in questi titoli. La disponibilità di crediti si è sensibilmente ridimensionata e questa realtà colpisce senza eccezioni chiunque abbia bisogno di un credito, inclusi i più poveri fra i poveri.

Qual è la soluzione?

Per ripristinare la fiducia occorre togliere quanto prima i titoli tossici dal sistema finanziario. Sarebbe la soluzione migliore per combattere la recessione.

Ma questi titoli sono effettivamente tracciabili?

Perché no? Si documenta ormai tutto, dalle nascite alle automobili fino ai conti bancari. Non abbiamo necessariamente bisogno di un registro globale dei titoli tossici, l’importante è una documentazione unitaria. Un’economia che non documenta ordinatamente le sue componenti è conosciuta come economia sommersa, ed è esattamente il tipo di economia informale di cui sto parlando.

Che ne pensa delle iniziative di microfinanza?

Molte persone beneficiano di microcrediti ed è una buona cosa perché queste iniziative rispondono ai bisogni di chi è escluso dal circuito delle operazioni bancarie tradizionali.

Ma sono la soluzione definitiva?

Penso di no, ma almeno sono un buon inizio. Nella lotta alla recessione i microcrediti non possono fare molto, non bastano per costruire centrali nucleari o per promuovere lo sviluppo. Per questo occorrono macrocrediti

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Cenni Personali di Hernando de SotoHernando de Soto, che ha trascorso la maggior parte della sua giovinezza in Svizzera, è ritornato in età adulta nel suo paese d’origine, il Perù. La complessità dell’ordinamento giuridico locale e l’inefficienza dell’apparato burocratico lo hanno profondamente scioccato spingendolo infine a creare l’Instituto Libertad y Democracia (ILD). Questo think tank con sede a Lima si è dato il compito di traghettare il patrimonio della popolazione indigente dall’economia informale verso l’economia di mercato globale. Oltre a presiedere l’ILD, de Soto sta attualmente lavorando a un libro che esplora le cause dell’attuale recessione.”Questa recessione non è tanto lo scoppio di una bolla”, scrive,”bensì il risultato del fallimento dei sistemi giuridici”.

Instituto Libertad y Democracia (ILD)

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