Parlare direttamente ai lavoratori

Parlare direttamente ai lavoratori

Intervista rilasciata da Enrico a Lina Palmerini, pubblicata su «Il Sole 24 Ore» di martedì 5 maggio.

Il sondaggio Ipsos-Sole 24 Ore – che indica come il consenso tra operai, disoccupati e precari sia doppio nel Pdl rispetto al Pd – continua a far discutere il centro-sinistra.

Ad analizzare questo declino è Enrico Letta, ex ministro Pd, che lancia l’allarme di una «marginalizzazione del centro-sinistra nelle aree più forti del Paese».

E traccia un percorso: «Dobbiamo parlare direttamente al mondo del lavoro e non alla sua rappresentanza, ai sindacati: non siamo più negli anni ’70».

A rincuorare, almeno ieri, c’era la vittoria a Trento «con un modello di centro che siamo riusciti a imporre: questo vuol dire che è possibile vincere, non siamo ancora condannati».

Avete perso definitivamente il vostro blocco sociale?

«Il livello di difficoltà crescente del Pd – in particolare nelle regioni più produttive e nel sistema dei distretti – è ampiamente percepito. Anzi, in alcune Regioni come il Veneto o la Lombardia, il mondo del lavoro e delle imprese non si divide più tra noi e il centro-destra ma tra Silvio Berlusconi e la Lega.

Rischiamo una marginalizzazione nelle aree più forti del Paese: questo è il grande tema.

Il sondaggio ci mette di fronte alla nostra questione principale. E, cioè, il rischio di uscire dall’attenzione dell’Italia più produttiva. Se sono arrivato a scrivere un libro impietoso sul nostro stato attuale – (Costruire una cattedrale, Mondadori, ndr) – è perché non possiamo più ragionare pensando di mantenere il consenso solo nei luoghi dove tradizionalmente governiamo e rassegnarci a fare testimonianza nel resto del Paese. Così facendo, il rischio è l’irrilevanza. Io mi ribello a questa accettazione e il mio libro vuole essere una sferzata positiva».

Nel Pd c’è chi si è rassegnato alla marginalità?

«Condivido e sostengo l’impegno di Dario Franceschini a risollevare la situazione. Temo, però, ci sia un sentimento diffuso nel pensare che questo sia un ciclo dal quale ormai siamo fuori. Ma se non si combatte e non si mette in campo una strategia alternativa, non si va da nessuna parte. Il sondaggio mette in luce questa nostra difficoltà culturale». Mantenete consensi solo nel pubblico impiego, scuola e pensionati: siete diventati il partito dei “garantiti”? «I consensi nella scuola non sono un fatto negativo perché rimaniamo il partito che ha più appeal nei ceti scolarizzati, tra i laureati e nel mondo universitario. Il punto dolente è che tra lavoro autonomo e pubblico impiego non c’è partita per il Pd. O noi entriamo nel mondo dei 4 milioni di imprenditori piccoli e medi – da cui dipende il futuro economico dell’Italia – e ne diventiamo il punto di riferimento o perdiamo la battaglia nel Paese».

Qual è l’autocritica da fare?

«Che i nostri ragionamenti non sono andati in quella direzione. Forse solo qualche volta. Invece bisogna mettere effettivamente al centro dell’attenzione i 4 milioni di imprenditori dicendo che non è solo un mondo di evasori ma è un mondo dal quale dipende la capacità del Paese di uscire dalla crisi. Serve una condivisione progettuale e non un giudizio morale negativo. Invece resiste un certo snobismo nel nostro modo di essere che va messo da parte».

Avete rincorso gli scioperi Cgil, avete proposto un’indennità di disoccupazione e tasse sui più ricchi: perché non ha funzionato?

«La riforma ammortizzatori sociali è una delle proposte più efficaci di Dario Franceschini ed è uno dei nostri cavalli di battaglia. Purtroppo il punto-chiave è che il confronto politico prescinde dai fatti e si sviluppa tutto sulla narrazione berlusconiana. C’è una separazione netta tra la realtà e il racconto di una storia che non c’è, di una fiaba di Berlusconi-Andersen. Un esempio? Il piano casa. Abbiamo tutti discusso di quella favola e, anche se oggi non ce n’è più traccia, nella testa delle persone è rimasta l’impressione che Berlusconi voleva fare una cosa positiva. La nostra strada non può essere quella di rincorrerlo nella narrazione ma di riportare la partita politica sui fatti. Senza demonizzare, con proposte chiare e senza senza «no» pregiudiziali. Come sul federalismo».

Ma sul federalismo vi siete astenuti: è un segnale chiaro?

«È un inizio di discussione ed è un modo di dire che vogliamo essere dentro la fase attuativa della riforma».

Il recupero di un blocco sociale di sinistra si porrà nel congresso Pd e influirà sui suoi equilibri? Il prossimo leader sarà un ex Ds?

«Non ragiono in termini di “ex” ma di politiche del futuro. Silvio Berlusconi e la Lega hanno conquistato il consenso nel mondo del lavoro parlando alle persone e non alle loro rappresentanze. Questo è il punto da capire.

E ora noi dobbiamo imparare a parlare con l’operaio o l’imprenditore stando attenti a non fermarci alle associazioni di categoria o ai sindacati.

Delle volte si ha l’impressione che noi continuiamo a pensare a un’Italia degli anni ’60 o ’70 quando, fatto un accordo con il sindacato, questo poi si trascinava dietro gli iscritti.

Non è più così. La politica deve parlare al cittadino-imprenditore e operaio, non in quanto tessera di un’associazione.Questo è l’insegnamento che viene dal sondaggio»

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