«La buona politica è quella che sa unire»

«La buona politica è quella che sa unire» Vittorio Foa conversa con Reset

20-10-2008

Fonte: Caffè Europa

«Sa qual era l’invenzione che, nel ’99, ho messo in cima alle invenzioni del secolo? Il Piano Marshall: un capolavoro di intelligenza politica».

 Così parlava Vittorio Foa, nell’ormai lontano 2003, quando in una luminosa giornata settembrina una spedizione di Reset andò a trovarlo nella sua casa di Formia, per un’intervista rimasta fino ad oggi inedita. E quelle parole – che proprio in questi giorni, in cui l’intervento dello stato in economia, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra – ben simboleggiano una parte della fisionomia intellettuale di uno dei massimi esponenti di una sinistra di cui non c’è oggi quasi più traccia. L’idea, cioè, che la più grande invenzione del secolo non fosse tecnica, ma politica, volta ad aiutare quei paesi che, disperati, uscivano dalla guerra. Nella convinzione, centrale per un liberalsocialista, che lo sviluppo economico e il benessere materiale sono le condizioni per la libertà.
Quel giorno, parlò – aveva già 93 anni – della necessità di abbandonare un occidentalismo cieco alle diverse e culture e delle potenzialità democratiche delle nuove tecnologie. Ma soprattutto parlò dell’America, perché era l’anno della guerra in Iraq, e Foa notava con dolore l’indiscriminato uso della forza (di cui intravedeva con chiarezza l’assoluta debolezza), di un paese che pure lui amava molto: «Nella storia americana ci sono tante cose. Quando avevo nove anni accompagnai i miei genitori ad applaudire Woodrow Wilson a Torino. Era venuto in Europa a proporre i quattordici punti: abolizione delle colonie, introduzione delle democrazie, autogoverno dei popoli: questo episodio, che ha avuto per me molta importanza, ha introdotto nella mia vita una visione ottimistica della storia americana, una visione che ha avuto molti riscontri nei fatti».

Nonostante le due guerre seguite all’attacco del 2001?
Cominciamo da un ragionamento sulla forza, perché dopo l’orrore dell’11 settembre il centro del potere appariva come il luogo più vulnerabile del pianeta. Abbiamo sentito come una ferita anche nostra il fatto che si manifestasse tanta vulnerabilità, proprio là dove si concentrava tanto potere. Molti di noi hanno pensato che, proprio perché l’America era colpita in quel modo, noi le eravamo necessari, quanto l’America era necessaria per noi. Per questo, in un primo momento tutti eravamo d’accordo: bisognava distruggere in Afghanistan il potere legato al terrorismo. E negli Stati Uniti è prevalsa l’idea che si potesse ristabilire un equilibrio che impedisse nuovi eventi di quel genere attraverso azioni materiali, in una logica materiale: quella della forza.

Dunque la prima reazione è stata giustificata?
Purtroppo, quel che è seguito è stata la teorizzazione dell’unilateralismo e della guerra preventiva. Come se la forza da sola potesse produrre la soluzione del problema. Non è stato risolto nulla, nulla in Iraq, nulla nel Medio Oriente. È più forte che mai in me il dubbio che la forza possa decidere la soluzione dei problemi del mondo. Riflettiamoci tutti sopra: è la stessa, speculare idea che c’è dall’altra parte, quella del fondamentalismo religioso, la convinzione in una verità che contiene dentro se stessa la soluzione.

È l’attrazione verso la certezza, l’approdo sicuro.
Invece siamo arrivati a uno stato di frustrazione mondiale, con l’orrore delle due torri che rimane come una piaga aperta, e senza che il seguito degli eventi ci abbia portato ad un approfondimento risolutivo. Alla guida degli Stati Uniti ci sono persone convinte che sia possibile perseguire una soluzione stabile con l’uso della forza tradizionale come dominio materiale delle situazioni critiche, mentre rimane da approfondire il tema religioso che entra come un aspetto decisivo degli equilibri mondiali.

L’uso della forza materiale sembra talvolta indispensabile per piegare forze come quelle del terrorismo, che sono comunque armate. Anche la seconda guerra mondiale, questo è un parallelismo diffuso, fu decisa con un dispiegamento d’acciaio.
Ma anche nel caso della sconfitta del nazismo e del fascismo è stato importante capire come e perché i due regimi avessero resistito fino all’ultimo minuto, dimostrando che agivano in loro fattori quasi religiosi. Oggi la forza materiale si rivela molto più debole e sono proprio gli ultimi sviluppi ad averci convinto che la forza non basta. Il dubbio che potesse funzionare ce lo avevamo, confessiamolo. Lo confessino anche coloro che non erano affatto convinti che quella della guerra all’Iraq fosse la strada giusta. Molti dicevano tra sé e sé: gli americani stanno sbagliando, ma una volta liquidato Saddam si sarà fatto comunque un bel passo avanti. Era una visione ottimistica, anche se ammessa a denti stretti. Poi abbiamo visto invece che se la questione del Medio Oriente può comunque andare a una soluzione, anche se tra tormenti e sofferenze atroci, la questione irachena continuerà ad affliggere il mondo, anche se gli americani decidessero di lasciare via libera.

Era così difficile capire che l’Iraq sarebbe stato comunque un focolaio di nuove difficoltà?
C’è un grave ritardo nel capire che cosa significano tali diversità culturali. Mi chiedo se sia pesata di più la arretratezza dell’Iraq o l’arretratezza dell’occupante che non sapeva dove andava e pensava che il numero dei carri armati e dei missili potesse decidere il problema. Il confronto con l’America di Roosevelt è improbo: quel governo aveva calcolato tutto con una sapienza politica e amministrativa che sembra oggi impensabile ed ottenne un risultato straordinario, in Germania, in Europa.

Non è difficile criticare l’opera di Bush. Ma in generale non si vede sulla scena un internazionalismo liberale e democratico capace di ispirare una azione antiterroristica efficace.
È vero. E penso che questa passività nasca dal fatto che l’occidente liberale tende a pensare che riusciremo da soli a risolvere il problema, con le nostre idee e con le nostre tradizionali categorie. Sono convinto invece che possiamo trovare i giusti sentieri per giungere a una buona convivenza con popoli e culture così lontani, e con situazioni così contrastate, solo quando ci renderemo conto che si richiede una forza superiore a quella soltanto nostra. Io sono occidentale, ma da occidentale penso che da soli non ce la facciamo: lo vediamo anche nell’apporto che paesi come l’India o il Pakistan stanno dando alla ricerca di nuove vie per l’economia, a un tipo di crescita che sia di sviluppo umano e non soltanto materiale.

L’Europa non riesce a entrare in scena con una sua volontà.
Invece secondo me una volontà europea c’è. Si dice che l’Europa non conta niente, invece vale, esiste, comincia a pesare. L’Europa continentale, quell’immensa pianura che si stende tra gli Urali e l’Atlantico, nella quale gli esseri umani si sono massacrati per secoli, ha cominciato a dire da più di cinquant’anni parole nuove. Uno come me, parlo della mia età e delle cose che ho visto, rimane colpito quando sente raccontare che a una riunione dei ministri degli esteri e dei presidenti del consiglio, Fischer ha detto che non poteva partecipare, ma che dava a Chirac una specie di mandato a rappresentarlo. Capite che cosa significa questo?»

Ha molta fiducia nei processi politici unitari, in Europa, dovunque, persino in Italia?
Certo che ho fiducia. Come posso dimenticare la lezione che viene dal Sud-Africa, dove punti di vista che sembravano così lontani, opposti, incomponibili hanno trovato un equilibrio pacifico? Il conflitto ha dato luogo a sforzi di conciliazione che hanno avuto successo perché sono nati dal reciproco riconoscimento che ha aperto la via alla comprensione reciproca. Saper vedere nella sofferenza dell’altro la stessa propria sofferenza, riconoscere nell’altro – come ha scritto il cardinale Martini – l’umanità sofferente che lo fa uguale a noi. Ma un altro esempio africano è utile anche per noi. Per lungo tempo noi italiani non abbiamo riconosciuto di avere usato i gas sui contadini etiopici. Il giorno in cui il governo Amato lo ha fatto si è creata una situazione diversa, che ha reso possibile la comprensione e ha messo i nostri rapporti con quel paese su basi nuove. Dobbiamo mentalmente aprirci a idee e valori che vengono dall’Asia e da alcune esperienze in Africa. Questa necessità mi spinge a parlare di comunicazione.

Perchè?
Voglio riferirvi le impressioni di un vecchio circa una profonda novità, che non nasce adesso ma che si è manifestata progressivamente negli ultimi trent’anni: la televisione è stata per me una cosa completamente nuova, ma adesso sento tutta la sua vecchiaia, per il fatto che è così insopportabilmente didascalica. C’è uno che insegna e gli altri che ascoltano, uno che dà la via agli altri e gli altri che la ricevono. Oggi la conoscenza ha eliminato le distanze e ha eliminato anche i tempi, ma insieme all’eliminazione dello spazio e del tempo è cambiato altro: la dimensione verticale della conoscenza ha lasciato il luogo a una potenziale dimensione orizzontale, a una multilateralità del sapere. Non so se questa potenzialità si dispiegherà pienamente e se prevarrà, ma il solo fatto che si rendano disponibili le notizie e le conoscenze, senza lo spazio e il tempo di mezzo, è un fenomeno che può darci forme di libertà completamente nuove. L’idea di un controllo centrale della comunicazione è qualcosa che sta entrando in crisi e con essa un potere che ci sia collegato.

Anche i più decisi sostenitori della rete hanno raffreddato il loro ottimismo sul cambiamento di scena.
Ma le nuove possibilità tecnologiche non stanno arretrando, continuano a svilupparsi. Ora l’accesso immediato alle informazioni di oggi e del passato si va estendendo, è alla portata di una percentuale crescente della popolazione. Il fatto che interessi economici e finanziari si siano collegati a queste enormi potenzialità e abbiano prodotto una catastrofe sui redditi dei risparmiatori, soprattutto americani, non riduce le potenzialità delle nuove tecnologie.

E allora quali sono, per lei, le caratteristiche della buona politica?
Proviamo a fare un esperimento. Vedrete che funziona: usiamo come discriminante per distinguere la politica buona la capacità di aggregare, di mettere insieme. Mettiamo dalla parte della politica buona chi sa unire, dall’altra parte chi non aggrega ma nega. Da una parte, chi assorbe; dall’altra, chi esclude. E poi cerchiamo di tenere lontano dal potere quelli che dividono, e mettiamo davanti quelli che uniscono.

(a cura di Elisabetta Ambrosi)

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