Crisi:La subfornitura è in crisi profonda

La metamorfosi del nanocapitalismo.

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Leggendo l’articolo di Paolo Barrico (1) sul sole 24ore di sabato 18 Aprile 2009 pag.21, la mia convinzione che la crisi che stiamo attraversando cambierà profondamente il nostro modo di vivere il rapporto sociale con il lavoro. Il concetto stesso di capitalismo cambierà in fondo se i lavoratori investono nei fondi pensione vuol dire che siamo tutti capitalisti.

Emanuele Severino in “Declino del Capitalismo” scrive :“ Capitalista è colui che nel suo agire persegue il profitto, perché questa è la morale borghese. La morale è il risultato delle azioni che noi facciamo”.

Thorsteinn Veblen in “ Teoria della classe agita (1899)” ci mette in guardia dal pericolo dell’emulazione finanziaria, ancora oggi la lettura di quel testo è profetica alla luce dell’attuale crisi finanziaria, naturalmente va tenuto di conto del periodo storico-sociale nel quale è stato scritto.

Thorstein Veblen, nato negli Stati Uniti nel 1899 da emigranti Norvegesi di origini contadine, fù uno dei pochi economisti che attaccò duramente tutti coloro che aspiravano all’eccellenza sociale.

T. Veblen criticò in diversi articoli il sistema economico classico, in quanto non rispondente ad una logica della ricerca della verità e della realtà ma una celebrazione di convinzioni approvate. “qualsiasi società ha un sistema di pensiero fondato non su ciò che e reale, ma su ciò che è gradevole e conveniente agli interessi dominanti” (Storia della economia. J. K. Galbraith).

Veblen Criticava una concezione della teoria economica statica rispetto alla vita economica che è in continua evoluzione.

Veblen nei suoi scritti si lanciò nella difesa della qualità del prodotto artigianale e sulla diversa coscienza del lavoro artigianale, caratterizzata dall’orgoglio, critico l’influenza delle società commerciali all’interno dei college e delle università americane.

Il contributo originale lo diede in “La teoria delle imprese”, in questo libro Veblen analizzava il conflitto di tecnici e scienziati da una parte e uomini d’affari d’altra, all’interno dell’impresa capitalistica moderna.

Questi ultimi seguendo una logica di profitto “tengono sotto controllo talenti e tendenze di scienziati e ingegneri, fino a soffocarli”.

Veblen proponeva di liberare queste persone di grandi capacità tecniche delle restrizioni imposte dal sistema, assicurando che questo cambiamento avrebbe portato a produttività e ricchezze senza precedenti, inoltre la mancanza della ricerca del profitto avrebbe permesso la produzione di cose utili ma poco convenienti economicamente.

Ma il contributo più importante fu dato con, “La Teoria della classe agiata”, uno studio antropologico sull’ostentazione della ricchezza.

In questo testo, i ricchi e le tribù primitive vengono accomunati dai loro riti.

T. Veblen mette a confronto le abitudini rituali dei capi tribù e delle loro famiglie con quelle dei ricconi di New York. Le cerimonie primitive e gli scambi rituali di beni trovano un corrispettivo nelle cene faraoniche e nei ricevimenti. Per non parlare dello sfoggio competitivo dei Papua e dei residenti nella Quinta Avenue.

Cerimoniali costosi, come il ballo o il potlach, la distribuzione cerimoniale di doni che le popolazioni degli Indiani d’America compiono in occasione della festa celebratica dell’inverno, sono particolarmente adatti allo scopo.

Nei Papua, il capo tribale da molta importanza all’abbellimento delle sue donne. Queste ultime si sottopongono a trattamenti dolorosissimi, attraverso mutilazioni e tatuaggi, per apparire più belle.

Nella tribù di New York, e non solo, invece le donne si sottopongono a cure di bellezza, operazioni chirurgiche e ogni altra cosa sia utile allo scopo.

La critica feroce a questi simboli di superiorità, all’esenzione dalla fatica e all’ostentazione deliberata di beni superflui, non rimane inascoltata. Termini come “ozio vistoso” e “consumo vistoso” entrano nel vocabolario degli americani perlomeno fino agli anni settanta del novecento.

Purtroppo gli ultimi venti anni hanno visto realizzarsi un’altra teoria di Veblen quella della emulazione finanziaria.

I Manager si sono fatti avidi e hanno sostituito i Capitalisti non solo scioperando dal lavoro ma riducendo lo stesso a semplice merce.

Gli operai non vanno più in paradiso per loro volontà, sono diventati capitalisti ( se condividiamo la definizione di E. Severino),investono in borsa i loro risparmi per trarne un profitto finanziario, in borsa i profitti aumentano quanto le imprese ottimizzano il sistema industriale operando alla ricerca dell’equilibrio economico per riportare l’impresa ai profitti, questo agire spesso vuol dire taglio sui costi del personale e questa è di fatto una contraddizione di classe.

Concludiamo questo passaggio con le parole di T. Veblen: “l’unico mezzo di cui si disponga per dimostrare le proprie possibilità finanziarie a questi freddi osservatori dell’altrui vita quotidiana è un’incessante esibizione della propria capacità di spesa”.

Sintesi di cosa eravamo e in cosa credevamo:

Il Novecento è stato il secolo durante il quale, come scriveva Antonio Gramsci, si è compiuto il maggior sforzo collettivo per creare, con rapidità inaudita, “con una coscienza del fine mai vista nella storia” e quasi con ferocia “un tipo nuovo di lavoratore e di uomo”.

Il novecento è stato il secolo dell’homo faber o il secolo del lavoro.

Tutti ci alzavamo alla medesima ora, tutti uniformati negli orari giornalieri, settimanali, annui, tutti pensavamo che la vita lavorativa era necessaria fino alla meritata pensione.

Certo, poteva non piacere, ma la cosa non impensieriva, perché esso era preordinato al raggiungimento della sola forma di cittadinanza sociale che il diritto del lavoro poteva realisticamente promettere al popolo degli uomini delle tute blù; la cittadinanza “industriale”.

La fabbrica fordista era, ed è oggi in altre parti del mondo un grande laboratori della socializzazione moderna.

Il Cambiamento:

Incertezza per il futuro non solo del popolo Tuareg e precario, ma anche delle aziende terziste Italiane.

Alla base delle difficoltà che il comparto della subfornitura attraversa e descritte nell’articolo di Paolo Barrico che è quel fenomeno che avviene in ogni crisi economica industriale, le imprese di maggiori dimensioni riportano all’interno della loro impresa lavorazioni che prima esternalizzavano.

Il fenomeno diventa di fatto una guerra fra poveri, chi lavora nelle imprese non terziarie è maggiormente tutelato, infatti la scelta di non estrenalizzare le lavorazioni è di fatto una scelta fatta principalmente al fine di  mantenere l’occupazione nell’impresa principale.

All’origine della crisi:

Ma questo fenomeno subito dalle nostre imprese terziste e solo l’ultimo di una serie di cambiamenti che le stesse subiscono.

La globalizzazione, a causa accentuato la concorrenza asiatica e di conseguenza sale tra i parametri di valutazione il fattore prezzo.

La concorrenza asiatica si fa sentire in tutta la sua forza nei confronti di uno dei comparti tradizionalmente più diffusi e fino a ieri più competitivi dell’intero sistema economico-produttivo italiano quello della subfornitura.

Il dato emergeva dal sondaggio commissionato al Cesdi nell’ambito dell’Osservatorio Subfornitura 2003, su di un campione di 620 aziende rappresentativo dei comparti della meccanica, dell’elettromeccanica ed elettronica, della plastica e della gomma,appartenenti a Lombardia, Piemonte, Toscana,Veneto, Emilia-Romagna, Friuli Venezia-Giulia, Liguria e Umbria.

Da questa indagine risulta che oltre il 28% degli interpellati dichiara di subire in qualche modo gli effetti negativi sul settore originati dalla fortissima rivalità con Cina, India e Taiwan prima di tutto, ma più in generale con tutti i Paesi del l’Estremo Oriente.

La categoria dei subfornitori italiani, prima in Europa per numero di aziende con 75mila unità ma solo terza per fatturato con 55 miliardi di euro, risentiva già fortemente della concorrenza asiatica, sempre più forte ed in espansione anche in settori che finora si erano salvati dalla spietata rivalità con le emergenti aziende di colossi come Cina e India.

Nonostante i cambiamenti che hanno contrassegnato in questi anni l’evoluzione del contesto economico e le trasformazioni in atto nei sistemi industriali, esiste anche il rischio tangibile derivante dalla dipendenza da una cerchia ristretta di clienti permane come uno dei tratti distintivi dei rapporti che legano i subfornitori italiani ai committenti.

area-di-mercato-della-subfornitura

Scorrendo i dati, si scopre che il 73% degli interpellati dichiara di lavorare soprattutto in ambito regionale, mentre solo nel 21% dei casi la risposta data prende in considerazione un giro d’affari verso l’esterno della propria area di localizzazione, e solo il 5,9% all’estero.

La difficile situazione congiunturale che da diverso tempo ormai caratterizza l’andamento dei mercati crea tensioni pure allo stesso equilibrio formatosi tra committenti e subfornitori italiani: i segnali provenienti dal mercato stesso non fanno certo nascere aspettative su di una rapida inversione di tendenza.

Segnano il passo anche le esportazioni.

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Ad usufruire principalmente delle esportazioni effettuate dalle aziende del nostro Paese sono i colossi Francia e Germania.

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Come se non bastasse, il carattere internazionale assunto dalla crisi economica non stimola certamente la nascita di nuovi sbocchi, e anzi va a mettere in pericolo pure quegli spazi che le nostre aziende erano riuscite, con grande lavoro, sudore e fatica, a ritagliarsi entro i mercati esteri.

A giudicare dalle cifre contenute nel rapporto del Cesdi (2008) si è registrato infatti un calo della percentuale di aziende esportatrici, passate dal 38,9 al 33,1% e una riduzione consistente della quota relativa al fatturato dell’Export, passata dal 6,6% al 5,6%. La concorrenza intanto si fa sempre più agguerrita anche sul fronte del mercato interno.

Con l’affacciarsi sullo scenario italiano di aziende rivali provenienti non solo dalla Cina, dall’India e dagli altri paesi asiatici, ma pure dall’Europa, principalmente da quella orientale, diminuiscono gli spazi a disposizione delle imprese nostrane e si amplia il numero di coloro che ricorrono a realtà estere per la realizzazione dei propri prodotti.

andamento-dellattivita

Si comprende chiaramente quindi che per le subfornitrici del nostro Paese si avvicinano tempi difficili.

Cresce l’importanza del fattore prezzo, si allungano i pagamenti a discapito del programma degli investimenti.


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In frangenti come questi cresce sicuramente l’importanza della competizione basata sul fattore prezzo, si allungano i tempi di pagamento, si intensificano le occasioni di contenzioso.

Proprio il fattore prezzo diventa uno dei basilari elementi di scelta, attestandosi al 44,6% come secondo tra tutti i parametri presi in considerazione.

Per ciò che concerne il numero di giorni impiegati per il pagamento delle spettanze, in Italia la media è di 84, contro un dato di soli 55 giorni nel contesto estero. Cresce come dicevamo anche la possibilità di arrivare ad un contenzioso: il 16,5% del campione interpellato ha dichiarato di avervi fatto ricorso.

Approfondimenti:

1) Articolo di Paolo Barrico “La metamorfosi del nanocapitalismo”

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