Archivio per aprile 2009

Crisi: Ma davvero ne stiamo uscendo?

Stiamo uscendo dalla crisi?

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Fonte ISAE Maggio 2009

In questi giorni si leggono articoli di noti esponenti del mondo imprenditoriale ed economico che ci dicono che stiamo uscendo dalla crisi, che il peggio è passato ed è alle nostre spalle.

E vero che la storia insegna, e che gli interventi di sostegno alla crisi messi in atto dai paesi del G.20 e di circa 2.000 miliardi di $, una cifra spaventosa  che da sola la dice lunga sulla profondità  di quello che ci aspetta. Il debito pubblico di tutti i paesi è aumentato di diversi punti base e questi soldi saranno sulle spalle di tutti noi e dei nostri figli.

Certo la lettura dei dati macroeconomici non è uguale per tutti, anzi spesso e sopratutto in tempi di crisi economica la lettura dei dati non può essere solo e soltanto un lettura con metodi e riferimenti tradizionali. In una situazione socio economica come questa oltre che ai dati bisogna capire quali ripercussioni ci saranno sul nostro futuro…….

E’ vero, che le crisi passano e il mondo riprende a girare sulla solita giostra, in questo caso è ovvio che i dati sulla fiducia tendano a migliorare con il passare del tempo e rispetto al periodo precedente, ma come si evince dai dati dell’ ISAE siamo ben lontani dai valori del 2002, o se volete anche da quelli di meta 2007.

Inoltre non è chiaro, chi continuerà a girare sulla giostra del libero mercato, non è neanche chiaro, chi continuerà a spartirsi la torta del benessere.

Per ora emerge: che le banche e le finanziarie associate e da loro spesso anche controllate, non solo sono la causa di questa crisi, ma di fatto sono le uniche che non stanno pagando i costi del male da loro causato. Troppo spesso si dimentica che: il Rating emesso da loro che di fatto doveva essere la radiografia trasparente del prodotto immesso sul mercato, era invece una misura del rischio palesemente falsata.

La crisi del credito costa alle imprese 13,8 miliardi l’anno.

Le imprese italiane pagano un prezzo sempre più alto per la crisi del credito: sale, infatti, a 13,8 miliardi l’anno,l’onere finanziario per le aziende derivante dal mancato adeguamento dei tassi di mercato applicati dalle banche a quelli di riferimento BCE. A dicembre 2008 questa cifra si attestava a 12,5 miliardi.

L’allarme viene da un analisi dell’Ufficio studi di Confartigianato che ha calcolato l’impatto della crisi del credito sul sistema imprenditoriale.

A luglio 2007, prima dell’inizio della crisi dei mutui subprime, il tasso di riferimento fissato dalla Banca Centrale Europea era pari al 4,0% e nel contempo i tassi sui prestiti alle imprese si attestavano al 5,60%. In piena crisi, a febbraio 2009, una decisa politica monetaria espansiva porta il tasso di riferimento BCE al 2,0%.

Ma i tassi sui prestiti alle imprese applicati dalle banche non si allineano al ribasso, mantenendosi al 4,83%.

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Praticamente, ad una riduzione del 2,25% dei tassi Bce corrisponde una diminuzione dello 0,77% del tassi pagati dalle imprese alle banche. Risultato: il mancato adeguamento dei tassi di mercato a quelli di riferimento BCE costa alle imprese

13.837 milioni di euro l’anno in termini di maggiori oneri finanziari.

I tassi sui prestiti pagati dalle imprese italiane sono più alti rispetto a quelli degli altri principali

Paesi europei: il gap è di 70 punti base (cioè pari allo 0,7%) rispetto alla Spagna, di 82 punti base rispetto alla Germania, e addirittura di 134 punti base rispetto alla Francia.i-tassi-italiani-piu-alti-pagati-dalle-imprese-italiane

Per ciascuna impresa italiana il maggior onere si attesta in media a 2.267 euro, con valori decisamente più elevati per le aziende del Nord Ovest (3.289 euro) e del Nord Est (2.997).

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Sul fronte dei mutui privati:

Confronto fra le condizioni praticate dalle principali banche italiane rilevate dal broker Mutuionline. Finanziamento a 20 anni da 100mila euro (valore immobile 200mila euro) richiesto da un impiegato di 35 anni residente a Milano.

Gli spread prima e dopo Lehman

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Fonte tabella nostra elaborazioni su dati web

L’Andamento dei Fallimenti:

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Fonte grafico: Unioncamere-InfoCamere, Movimprese

In considerazione della rilevanza che le chiusure per fallimento possono avere per evidenziare l’insorgere di situazioni di difficoltà strutturali nel tessuto imprenditoriale,

Movimprese ha condotto una ricognizione dell’andamento di questa variabile a partire dall’inizio del 2007 e fino a tutto lo scorso mese di marzo.

Per la natura stessa della procedura – che solitamente interviene dopo che l’azienda ha tentato tutte le possibilità per evitarla – il momento della dichiarazione di apertura del fallimento segue a distanza di tempo l’insorgere dei problemi che l’hanno generata.

In questo senso, il momento dell’iscrizione del fallimento nel Registro delle Imprese delle Camere di commercio ritrae la fine di un percorso e non coincide in genere con il momento in cui si manifesta la difficoltà dell’impresa sul mercato.

Ciò per evidenziare come le aperture di procedure nel primo trimestre del 2009 stiano in buona parte a evidenziare difficoltà che risalgono con tutta probabilità a un periodo compreso tra i sei e i dodici mesi precedenti.

Dall’analisi dei dati raccolti (riferiti all’iscrizione nei registri camerali dell’avvenuta apertura di nuove procedure fallimentari disposte dai competenti tribunali), il quadro che emerge mostra un andamento di tipo sinusoidale del fenomeno nell’intervallo considerato, con una riduzione di ampiezza della curva tra il 2007 e il 2008 e un aumento tra il 2008 e il 2009, con un valore massimo (947 imprese) toccato nello scorso mese di marzo.

Su base annua, il fenomeno dei fallimenti interessa una quota che oscilla tra le 7mila e le 8mila imprese, vale a dire all’incirca poco più di una ogni mille registrate.

Se poi si accorpano i dati su base trimestrale (e si rapportano sempre allo stock di imprese esistenti alla fine di ciascun trimestre,), risulta evidente come il fenomeno segua una dinamica stabile anche se, come detto, leggermente accentuata nei primi mesi dell’anno in corso.

Le retribuzioni contrattuali.

Fonte Grafico il sole24ore.it

Fonte ISTAT.

Alla fine di marzo 2009 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore relativamente alla sola parte economica, riguardano l’81,8 per cento degli occupati dipendenti rilevati per il periodo di riferimento degli indici (dicembre 2005); a essi corrisponde una quota del 79,6 per cento del monte retributivo osservato.

Nel mese di marzo 2009 l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie, con base dicembre 2005=100, ha presentato una variazione di più 0,1 per cento rispetto al mese precedente e un incremento del 3,5 per cento rispetto a marzo 2008.

L’aumento registrato nel periodo gennaio-marzo 2009, in confronto al corrispondente periodo dell’anno precedente, è del 3,7 per cento .

Investimenti in R&S:

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Grafico Nostra elaborazione su dati del sole24ore del 28/04/2009 pag.8

Per rilanciare l’economia – afferma l’Ocse è necessario affrontare diverse criticità e promuovere i processi di innovazione. L’investimento in Ricerca e Sviluppo è inferiore alla media dell’Ocse e a quella dell’Unione Europea: nel 2005 la percentuale riferita alla spesa interna lorda in R&D ammontava a 1,1% contro il 2,2 % dell’area Ocse e l’1,7% dell’area UE.

Il settore privato ha finanziato soltanto il 40% della R&S e ne ha eseguito il 50%, contro rispettivamente il 63 e il 68% della media dei paesi Ocse.
Il “torpore” negli investimenti in R&S deriva in parte dalla specializzazione delle imprese nei settori tradizionali, spesso obsoleti e dalla predominanza di piccole e medie imprese a conduzione familiare.
Nondimeno, le norme troppo restrittive attualmente in vigore ostacolano uno sviluppo efficiente ed impediscono gli investimenti nelle nuove tecnologie.

Consci della situazione, gli ultimi governi italiani hanno cominciato a liberalizzare alcuni settori, riducendo le barriere in entrata e eliminando le restrizioni.

A fronte di un significativo afflusso di risorse umane nel comparto scientifico-tecnologico nel decennio 1996-2006, con un tasso annuale medio del 4% per i paesi dell’Ocse, l’Italia è fanalino di coda per numero di ricercatori: solo 3,4 ogni mille lavoratori, contro i 7,3 dell’area Ocse. Negativo il tasso di crescita: -0,1% contro il 2% dell’Ocse.

Largamente al di sotto della media i risultati in termini di innovazione, valutati in base al numero di brevetti depositati, alle pubblicazioni scientifiche e al numero di aziende che lanciano prodotti innovativi sul mercato. L’assenza di una vera interazione tra il contesto universitario e quello industriale è uno dei fattori chiave per comprendere queste performance insufficienti.

Due le sfide da vincere: la prima attiene alla qualità del capitale umano, la seconda riguarda la capacità di innovazione delle imprese. A tal fine l’Ocse invita a promuovere ad ogni livello l’istruzione universitaria in ambito scientifico e caldeggia l’inserimento di nuove giovani leve tra i ricercatori degli istituti di ricerca e negli atenei.

Cosa ci insegna questa crisi:

– La grande impresa non investe in R&S in quanto è da sempre in crisi permanente e non è in grado di razionalizzare i propri costi. La ripresa attuale sul versante delle vendite è dovuta essenzialmente agli incentivi economici che di fatto sono veri e propri aiuti per salvaguardare i bilanci delle grandi industrie che sa sempre a causa del ricatto occupazionale, periodicamente battono alla cassa pubblica in cerca di obuli quando sono in perdita, e distribuiscono lauti dividendi privati quando fanno utili. In Italia le Liberalizzazioni sono state Privatizzazioni, vale a dire che: si è passati  dal  monopolio pubblico a quello privato, con la variante negativa che almeno il pubblico investiva parte delle sue entrate in R&S ( si legga il W.Paper dal titolo “Lo Stato Imprenditore” di Bankitalia)

– Le PMI e le micro imprese in prevalenza sub-fornitori, non investono in R&S a causa delle ridotte dimensioni e in considerazione del fatto che dovrebbe essere l’impresa che ordina la capo-commessa ad investire.

– Oggi emerge sempre più chiaramente come scrive il direttore del del tink tank Policy Network Olaf Cramme sul sole24ore del 28/04/2009 nel suo articolo “sinistra spiaggiata” che occorre ritrovare nuovi paradigmi di convivenza sociale che non siano basati sul vecchio concetto di classe sociale, ma che facciano riferimento al ceto sociale.

– Il nuovo collante che terrà unita la comunità, dovrà poggiare solide basi sulla fiducia reciproca. Fiducia che nasce da una nuova generazione politica interclassista. Una generazione che condivide un modello di società e di sviluppo sociale che dovrà essere equo,sostenibile e solidale.

A pagare sono sempre i soliti noti,operai dipendenti e imprese serie e conosciute al fisco.

– Gli investimenti sono penalizzati sul versante delle PMI e delle famiglie a causa del drenaggio effettuato con le imposte fra le più alte al mondo.

– Ad oggi nessuno si è occupato nei fatti concreti delle PMI e delle micro imprese, come emerge dalla statistica dei fallimenti che stanno aumentando. Con la chiusura delle PMI e delle micro imprese, si sta scardinando il maggior tessuto produttivo presente stabilmente sul territorio, tessuto stabile che dava e continua a dare lavoro all’80% della popolazione attiva.

– Solo chi non vuole vedere, può affermare che stimo uscendo dalla crisi, ci vorrà ancora molto tempo prima di riprendere i livelli di produzione antecedenti alla crisi.

Oggi stiamo assistendo, a quello che in gergo si chiama adeguamento economico dei livelli di sovra-produzione, ma non è chiaro chi produrrà in futuro e dove.

E’ invece chiaro ed evidente chi paga i costi dei disastri altrui.

Approfondimenti:

Isae: Indice di fiducia

Confartigianato: La Crisi del credito costa alle PMI

OCSE: Previsioni Macroeconomiche Italia – lingia IT

ISTAT: Retribuzioni contrattuali e conflitti di lavoro

Il sole 24ore: Grafici e tabelle  – ” I salari reali sono aumentati o diminuiti?”

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Crisi:Sinistra europea spiaggiata

QUALE RIFORMISMO. LE RISPOSTE INADEGUATE.

Deficit di innovazione mentre resiste il dogma dello statalismo

di Leonardo Maisano

Fonte: il sole24ore del 28/04/2009 pag.13

LONDRA. Dal nostro corrispondente

I l capitalismo non finirà, così come non è finita la Storia, nonostante Francis Fukuyama.

Ma come il corso della Storia dopo il Muro, cambierà direzione. Via dal facile guadagno della finanza e in marcia verso un modello sconosciuto che, però, non potrà trovare nelle formule rigide degli anni 70 i contrappesi al mondo rivoluzionato di oggi.

Non nel bastone della fiscalità da usare come una clava sui ricchi, non nel ricorso dissennato alla spesa pubblica: i numeri del dopo credit crunch lo impediscono e prima dei numeri la volontà degli elettori.

La sinistra, dunque, non capitalizza sul fallimento del capitalismo più garibaldino, come suggeriscono i sondaggi, perché i cittadini europei hanno paura di un ritorno al passato.

«Sì. O meglio, non credono che politiche grigie e statiche possano essere la via d’uscita dalla condizione che li affligge. Non credono, cioè, che semplici logiche di redistribuzione consentano di superare quella delicata impasse che fa loro dire: i miei figli avranno una vita peggiore della mia. Solo un’agenda all’insegna dell’ottimismo può superare il pessimismo sociale imperante».

Olaf Cramme, quarantenne direttore di Policy Network, think tank internazionale con sede a Londra, è stato il primo a infrangere le aspettative di chi vedeva un automatico ritorno del consenso a sinistra come risposta alla crisi del credito.

Il pessimismo della ragione, in questa congiuntura, ha avuto buoni motivi per radicarsi e ne trova pochi, a sinistra, per lasciare spazio al “pensare positivo”.

«Si deve spostare l’accento – continua Cramme – dal concetto fermo, inflessibile, punitivo di semplice redistribuzione a quello evolutivo di lotta alla disuguaglianza. I ceti medi in Germania, Italia e nell’Europa continentale, molto più che in Inghilterra, hanno sofferto in questi anni, e ora, nel pieno della crisi, invocano misure per ridurre le disparità sociali. Ma vogliono guardare avanti».

Quello che invoca Cramme non è evidentemente il socialismo dell’era pre-thatcheriana, ma neppure il modello scandinavo.

L’ottimismo della volontà deve trovare compiutezza in un mix di politiche da adottare resistendo alla tentazione della scorciatoia ideologica.

La tassa del 50% sui redditi più elevati lanciata dal Governo di Gordon Brown è piaciuta ai votanti, ma per Cramme è solo una risposta parziale.

«Va bene – dice – se è un atto simbolico, se è “il calcio d’inizio” di una partita per riequilibrare le grandi disuguaglianze sociali. In sé non è una decisione né positiva né negativa, quel che conta è quanto sarà fatto a compendio di essa. Mi aspetto che altre forze socialdemocratiche europee adottino o propongano misure simili.

L’Spd tedesca, per esempio, ha prodotto il programma elettorale più di sinistra che si ricordi in vista delle elezioni. Ma, lo ripeto, queste misure possono solo essere l’indicatore della volontà di cambiamento e non esaurire in se stesse la forza della riforma.

Il traguardo non potrà essere nemmeno l’adozione del modello scandinavo perché implica il ribaltamento delle basi su cui si reggono le società europee continentali. In Francia l’adesione al sindacato è bassissima, in Svezia le Unions hanno l’80% dei lavoratori e di fatto co-gestiscono il potere. La resistenza dei nostri modelli sociali a cambiamenti del genere è enorme».

Altrettanto grande è lo sforzo innovativo che i partiti di centro-sinistra devono fare, secondo Cramme, per bucare quell’aura di sospetto che li avvolge. «È un vecchio adagio, ma ben radicato nella testa della gente, quello secondo cui le forze di stampo socialdemcoratico sono brave a distribuire la torta, ma incerte nel cuocerla. È evidente – aggiunge – che oggi l’elettore trova più conforto nelle parole rassicuranti delle forze moderate di centro-destra». In chi parla di merito, d’attenzione sociale, in linea, per esemplificare, con la tradizione democratico-cristiana.

L’iniziativa politica, una sinistra perdente su tutti i fronti in Europa eccetto Spagna e Islanda, la riconquista solo inventadosi uno slogan capace di declinare uguaglianza sociale e prosperità crescente. Facile da dire, ma difficile da immaginare perché la linea fra redistribuzione e lotta alla disuguaglianza è, in realtà, un confine sottile e incerto, così come il mix di politiche auspicato da Cramme è un bel pensiero che ha bisogno di decollare. «Non c’è una risposta secca, è ovvio, ma se la sinistra vuole ritornare appetibile – dice – deve adattarsi alle esigenze di un mondo cambiato. Non si può ragionare pensando che i nostri figli avranno la stessa vita nostra e che magari occupino lo stesso posto di lavoro per decenni: non è più così e non sarà più così. La mobilità sul lavoro dev’essere protetta da un’elevatissima tutela sociale nel primo periodo di disoccupazione accompagnata da una formazione adeguata». È la cosiddetta flexsecurity danese che Cramme immagina modello per le forze socialdemocratiche.

«In secondo luogo – continua – una sinistra che voglia riprendere l’iniziativa deve anche adottare forme di redistribuzione attraverso la semplificazione del sistema fiscale. Il terzo aspetto riguarda i servizi pubblici. Sempre più elettori sono insoddisfatti di quelli passati dallo Stato e cercano alternative private».

In Inghilterra il fenomeno è macroscopico: dall’educazione alla sanità l’offerta pubblica copre tutte le sfumature della mediocrità. «Ora anche nell’Europa continentale la realtà sta cambiando – aggiunge – e se il trend crescerà diverrà questione cruciale. La maggior parte della popolazione vuole qualità nel servizio pubblico e per chi governa l’interrogativo è: come miglioro la mia offerta in epoca di ristrettezze di bilancio? Il centro-destra proporrà soluzioni miste pubblico-privato. Il centro-sinistra saprà replicare o si arroccherà al dogma statalista? In ultima analisi si tratta di mettere in discussione il credo socialdemocratico sulla capacità d’azione della mano pubblica. Non basta più dire lo Stato è la risposta al fallimento del mercato: anche in questa epoca che vede il mercato fallire e lo Stato recuperarlo».

Quello che suggerisce Olaf Cramme è una ferma resistenza a ogni tentazione ideologica, eterna scorciatoia della sinistra.

Creatività versus dogma? «Sì. Dalle politiche sociali ai rapporti con le Unions. È necessaria un’inedita partnership sociale basata su un nuovo ruolo del sindacato, perché la marginalizzazione delle Unions è stata dannosa. Un sindacato diverso naturalmente, che dovrà mostrare d’essere cambiato».

Come la sinistra riformista, se vuole continuare a sperare.

Derivati, truffa al Comune di Milano: sequestri in 4 banche

Fonte: ilsole24ore.it

Il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano ha confermato quanto anticipato dal Sole 24 Ore oggi in edicola sul sequestro preventivo nell’ambito della vicenda dei derivati che ha visto coinvolte, con l’accusa di truffa aggravata, quattro banche d’affari (Ubs, Deutsche Bank, JP Morgan e Depfa Bank) individuate nel 2005 dal Comune di Milano come “arranger” per la negoziazione del debito che l’ente locale aveva in bilancio.

Il decreto è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano Giuseppe Vanore, su richiesta del pm Alfredo Robledo.

L’ipotesi investigativa oggetto delle indagini condotte dalle Fiamme Gialle riguarda operazioni in derivati (swap) relative al prestito obbligazionario sottoscritto per un importo pari a circa 1,7 miliardi di euro dal Comune, in merito al quale gli istituti di credito risultano aver ottenuto, attraverso modalità fraudolente, profitti illeciti per circa 100 milioni di euro.

Gli istituti coinvolti sono indagati in base alla legge 231 del 2001 che impone alle aziende la creazione di modelli organizzativi per prevenire gli illeciti.

Le banche, secondo gli investigatori, avrebbero anche  violato  la normativa inglese.

La Guardia di Finanza ha quindi sequestrato, in via preventiva, beni mobili ed immobili, oltre a disponibilità finanziarie e conti correnti.

Sono state vincolate le quote azionarie delle partecipazioni che le quattro banche d’affari avevano in Italia. Il decreto di sequestro preventivo, che riguarda disponibilità per un importo complessivo di 476 milioni di euro, avrebbe anche interessato l’ex direttore generale del Comune, Giorgio Porta, che avrebbe «organizzato, controllato e coordinato» l’emissione dei derivati, e Mario Mauri, allora componente tecnico della commissione comunale che secondo gli inquirenti strutturò l’operazione, rivelatasi poi fallimentare per l’amministrazione.

Le persone fisiche indagate sono 14 tra manager e funzionari dei quattro istituti di credito (tra i quali anche il figlio di un noto esponente politico), oltre all’ex direttore generale di Palazzo Marino e al consulente tecnico. A questi si aggiungono le quattro banche finite sotto inchiesta in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti. I contratti derivati finiti sotto la lente degli inquirenti riguardano gli anni che vanno dal 2005 al 2007.

Approfondimenti:

Altri nostri Post in merito.

Derivati Comuni indebitati fino al collo “Urgenti nuove regole”.

Crisi: Crollano le esportazioni nei paesi extra UE

Calano, per il terzo mese consecutivo, esportazioni ed importazioni verso i Paesi che non appartengono all’Unione Europea.

Tabella N.1tab-1-bilancia-comme-estero-extra-ue

Le esportazioni, però, scendono meno, con il risultato che a marzo 2009 il saldo commerciale torna in positivo per 176 milioni di euro a fronte del disavanzo di 1.213 milioni registrato a marzo 2008.

Lo comunica l’Istat precisando che un avanzo non si registrava dal dicembre 2006 quando il saldo era stato positivo per 397 milioni.

Le esportazioni con i Paesi extra Ue segnano un calo del 15% rispetto allo stesso mese dello scorso anno, le importazioni una flessione del 23,5%.

Le esportazioni hanno registrato variazioni tendenziali negative verso tutti i paesi ed aree geoeconomiche, ad eccezione della Cina (+18,1%) e dei paesi dell’Opec (+12,3%).

Il Trend:

Tabella N.2tab-1-medie-trimestrali-bilancia-comm-estero-extra-ue

Come si evince dalla tabella N.2 il dato tendenziale del 2009 è diverso dalla tabella N.1. Infatti l’istat esegue il calcolo facendo il conteggio del I trimestre 2009 sul I trimestre 2008.

Il dato da noi riportato invece mantiene la valutazione reale del dato del I trimestre 2009 ma lo compara con la media aritmetica dei trimestri dell’anno precedente,il dato trimestrale è ricavato dividendo per quattro il valore annuale.

In questa maniera il dato medio del trimestre da noi ricavato che è peggiorativo di 2 punti, incorpora in quota parte tutti i fattori stagionali dell’anno e ci dice di quanto deve essere migliorato il dato nei mesi successivi per mantenere il – 22,3 annuo. Di fatto per mantenere questo dato negativo occorre che i dati successivi dei rimanenti tre trimestri siano migliorati di uno 0,50.

graf-1-bilancia-comm-estero-extra-ue Grafico nostra elaborazione su dati istat.

Dato poco probabile a giudizio di chi scrive visto che fattori stagionali poco performanti devono sempre essere valutati nella loro realtà (se la media peggiora il dato trimestrale vuol dire che i fattori stagionali negativi sono periodi diversi dal trimestre preso in considerazione).

La vittoria di Pirro.

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Grafico nostra elaborazione su dati istat.

La bilancia commerciale si mantiene stabile con il saldo fra ciò che esportiamo e ciò che importiamo, anzi il saldo trimestrale da noi elaborato anche se negativo è il miglior risultato dal 2007, ma diverge dal dato Istat che segnala un andamento positivo sullo stesso periodo dell’anno precedente. Ma in entrambi i casi non c’è da essere allegri i saldi non dicono niente rivelano solamente quello che già sappiamo: questa crisi è una crisi globale,in tutto il mondo si sono ridotti consumi e investimenti.

Insomma come si dice in questi casi “ mal comune mezzo gaudio”

Approfondimenti:

ISTAT: Commercio con l’estero: scambi con i paesi extra UE

Crisi:Dalla società dei dipendenti alla società degli imprenditori

” Non è possibile risolvere i problemi, con i soliti schemi mentali che li hanno creati” A. Einstein.

Nel 1978 veniva pubblicato in Italia il “Manuale di management. Compiti, responsabilità, metodi” di Peter Druker, ancora oggi è considerato la bibbia dei Manager (quelli seri).

Drucker analizza l’attività che i manager svolgono al loro interno.

Ne deriva una concezione del management come “funzione” sociale, che l’autore approfondisce discutendo i problemi di fronte ai quali si trova la società attuale. Il libro esamina gli obiettivi dei manager, i loro compiti, le metodologie utilizzate nella loro attività.

Se non ricordo male in quel testo c’è un passaggio di questo tipo “ siamo passati dalla società dell’ imprenditori a quella dei dipendenti, una volta si diceva: che lavoro fai? Oggi si dice dove lavori?”

Ma a quanto pare, L’Europa sta ritrovando la giusta strada con lo Small Business Act.

Mi rimane un dubbio atroce , ma quando i nostri leader del PD parlano di premiare il lavoro, a quale tipo di lavoro si riferiscono?

Quello dipendente?

Quello autonomo?

Entrambi se rispettosi delle regole condivise?

Non è che quando si organizzano incontri pubblici ci sia chiarezza in merito……MA OGGI PIU’ CHE MAI UNA VERA FORZA RIFORMISTA NON PUO’ NON TENER DI CONTO DEI CAMBIAMENTI POLITICI IN ATTO.

Pur attuare i cambiamenti, occorre elaborare una strategia idonea mettendo in campo  le risorse giuste, in questo caso sono  risorse umane.

Le risorse umane sono risorse particolari, in quanto non è possibile adattarle alle nuove circostanze, perchè dovrebbero cambiare  gli schemi mentali da cui partono i ragionamenti, che di fatto è: l’ aggiornamento culturale del cambiamento socio-economico ( e quindi politico).

Neanche Lenin è riuscito nell’intento di modificare la struttura sociale, mi viene in mente l’esempio della locomotiva, Lenin era in difficolta perchè aveva promesso l’industrializzazione della Russia in soli due anni ma questa ritardava ad attuarsi e sopratutto a dare i frutti promessi ( non ci sono mai riusciti a fra mangiare quei frutti al popolo Russo). Ma Lenin per giustificare i propri errori arriverà ad inventarsi la più grande bufala menzoniera che un uomo savio potesse affermare ( almeno secondo M. Rubel in  “Marx critico del Marxismo”), cosa affermerà il grande filosofo bugiardo: ” è vero, siamo in ritardo, ma questo non vuol dire niente, in fondo anche quando è stato inventato il primo motore a vapore ci sono stati dei problemi e siè dovuto intervenire con degli aggiustamenti per perfezionarlo, ma oggi noi, grazie a quegli aggiustamenti abbiamo la locomotiva”.

Oggi tutti sappiamo bene, visto l’evoluzione delle scienze sociali ( e i risultati reali, di cui la storia è testimone), che non è possibile riportare schemi operativi di evoluzione meccanicistica all’interno dell’individuo, per il semplice fatto che l’uomo ragiona con la propria testa, chi più e chi meno certo, ma pur sempre di ragionamento individuale si parla. Ed è proprio in base a questo ragionamento ed al risultato dei costi benefici che elabora, si può disporre di risorse umane che si applicheranno affichè la strategia messa in atto abbia successo.

UN MACCHINARIO NON PIU’ CONFORME VIENE ROTTAMANTO……MA CON UNA CLASSE DIRIGENTE NON CONFORME COSA SI DEVE FARE?

Small Business Act. Cosa è ?

In sintesi:

Bruxelles, 30.9.2008

DAI PRINCIPI ALL’AZIONE POLITICA

Fonte: eur-lex.europa.eu

L’UE e gli Stati membri devono dar vita a un contesto in cui imprenditori e imprese familiari possano prosperare e che sia gratificante per lo spirito imprenditoriale.

È necessario che essi preparino il terreno ai futuri imprenditori, stimolando soprattutto fra i giovani e le donne, il talento imprenditoriale e l’interesse verso chi intraprende, e semplificando le condizioni per la successione nelle imprese.

Secondo l’ Eurobarometro flash [9] del 2007 sulla mentalità imprenditoriale, solo il 45% degli Europei preferirebbe essere indipendente, contro il 61% dei cittadini USA. Un rapporto rimasto immutato per molti anni.

Occorre convincere gli europei che il lavoro autonomo cela possibilità di carriera attraenti e dotarli delle competenze necessarie a trasformare le loro ambizioni in progetti di successo.

Il sistema educativo, con i suoi programmi scolastici, non tiene abbastanza conto dello spirito imprenditoriale e non conferisce le competenze di base di cui necessita un imprenditore. I bambini possono invece imparare ad apprezzare lo spirito imprenditoriale fin dalla più tenera età.

Poiché 6 milioni circa di proprietari di PMI si ritireranno nei prossimi 10 anni, l’Europa non può correre il rischio di perdere queste imprese solo per le difficoltà nel loro trasferimento e il mancato apprezzamento del ruolo tradizionale dell’impresa familiare.

Un numero maggiore di trasferimenti di imprese avrebbe un immediato effetto positivo sull’economia europea: il trasferimento d’impresa ben preparato conserva in media più posti di lavoro di quanti ne crei l’avvio di una nuova. Tale trasferimento richiede perciò lo stesso sostegno che riceve l’avvio di una nuova impresa.

Riconoscere il ruolo peculiare delle PMI, soprattutto di quelle familiari, le loro radici locali, il senso di responsabilità sociale e la capacità di combinare tradizione e innovazione, aiuta a capire l’importanza di semplificare il trasferimento delle imprese e delle competenze ad esse legate.

Il potenziale imprenditoriale va sfruttato meglio. Nell’imprenditoria si amplia la divaricazione fra i sessi: ciò si traduce in un numero di donne imprenditrici piuttosto basso.

A ciò vanno aggiunte capacità imprenditoriali non sfruttate fra gli immigrati.

Infine, lo SBA va visto anche come stimolo per gli imprenditori stessi a costruire un miglior ambiente per le imprese stringendo le reti di cooperazione , sfruttando l’intero potenziale delle PMI, soprattutto se familiari, come importante terreno di formazione imprenditoriale e agendo in modo socialmente responsabile.

Per tradurre questo principio in pratica,la Commissione: promuove la cultura imprenditoriale e lo scambio di pratiche esemplari nella formazione all’impresa organizzerà nel 2009 una “Settimana europea delle PMI” — un’occasione per molti eventi promozionali in tutta Europa ha varato nel 2008 l’iniziativa “Erasmus per giovani imprenditori”, tesa a promuovere lo scambio di esperienze e di formazione, per dare ai futuri imprenditori la possibilità di imparare da imprenditori esperti ospiti e di migliorare le competenze linguistiche istituirà una rete europea di imprenditrici-ambasciatrici, promuoverà schemi di tutorato per incitare le donne a fondare proprie imprese e promuoverà lo spirito imprenditoriale fra le donne laureate.

Approfondimenti:

Small Business Act. – documento UE. lingua IT – file pdf pag.22

CRISI: ABC dell’economia di Ezra Pound

ABC dell’economia in estratto, file pdf pag. 27

“I fatti sociali sono sempre fatti politici.I fatti politici sono quasi sempre fatti economici. (K. Marx)”

L’ABC dell’economia.

Le scandalose riflessioni di un grande poeta sul mondo dell’economia.

Autore: Ezra Pound

Anno: 2009 – Editore: Bollati Boringhieri» Prezzo €13,00 – 166 Pagine

Introduzione :di Giorgio Lunghini (Professore di Economia Politica all’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. E’ stato presidente della Società Italiana degli Economisti dal 2004 al 2007).

Il contenuto
Sono qui raccolti i principali scritti del Pound «economista», piccolo corpus di una riflessione condotta nel corso degli anni trenta da posizioni etiche ma non prive di riscontro con quelle di economisti eretici come Silvio Gesell e Clifford H. Douglas che sognavano la soluzione del problema della disoccupazione e l’avvento del benessere per tutti grazie a soluzioni utopiche quali il credito sociale o la moneta affrancabile.

Come mostra Giorgio Lunghini nel suo saggio introduttivo, nonostante le ingenuità analitiche, la «filosofia sociale» di Pound non è poi molto lontana da quella di John M. Keynes, certo tenuto a un più professionale realismo, ma ben costretto a prendere posizione rispetto a quegli stessi monetary cranks ai quali andava tutta l’ammirazione del Pound nemico dell’usura.

Oltre a L’ABC dell’economia, il volume contiene gli opuscoli sul credito sociale e sulla moneta nonché, in appendice, due articoli su arte ed economia apparsi nella rivista di T. S. Eliot «Criterion» e alcuni discorsi pronunciati da Pound durante la guerra alla radio fascista.

L’autore
Ezra Pound, nato a Hailey nell’Idaho nel 1885, si stabilisce poco più che ventenne a Londra, dove diventa con T.S. Eliot e W. Lewis uno dei protagonisti della vita letteraria. Nel 1921 si trasferisce a Parigi, quindi, nel 1925, a Rapallo.

Il suo filofascismo ne farà un traditore per gli americani. Il 3 maggio 1945 fu arrestato da partigiani italiani e consegnato ai militari USA, che lo trattennero per alcune settimane a Genova e poi lo trasferirono nel campo di prigionia e rieducazione per militari americani DTC ad Arena Metato nel comune di San Giuliano Terme, presso Pisa.

Per circa tre settimane fu rinchiuso in una gabbia di ferro posta all’aperto, esposto al sole di giorno e alla luce dei riflettori di notte. Subì un collasso fisico e mentale, dopo il quale fu trattato con maggiore considerazione: gli fu assegnata una tenda presso l’infermeria e gli fu consentito di scrivere e utilizzare la macchina da scrivere nelle ore serali. Instancabile, trascorse i mesi pisani componendo gli undici Canti pisani (dal 74 all’84) e traducendo ancora Confucio.

Fu trasferito a Washington per il processo. L’accusa di alto tradimento lo avrebbe probabilmente portato alla pena di morte. Ma un vero e proprio clamore nel mondo dei poeti si erse in sua difesa e il processo fu annullato. Pound fu dichiarato infermo di mente e internato nell’ospedale federale di St. Elizabeths di Washington un manicomio criminale dove rimarrà per dodici anni. Nel 1958, viene ritirata l’accusa di tradimento, torna libero in Italia, dove muore nel 1972.

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Dalla rete dicono di lui:

“Se un uomo non è disposto ad affrontare qualche rischio per le sue opinioni, o le sue opinioni non valgono niente o non vale niente lui” Ezra Pound .

E Pound per le sue opinioni ha rischiato e pagato.

Accusato di tradimento dai suoi compatrioti subì l’onta maggiore, quella di essere considerato un folle. Solo la follia, agli occhi americani poteva spiegare la sua adesione al fascismo. Un’adesione romantica e nello stesso tempo razionale frutto di una tensione politico-economica e non semplicemente poetica. Anche se poi nei Cantos è difficile separare le due cose. Un’adesione resa visibile secondo gli accusatori nei radiodiscorsi che Pound tenne tra il 1941 e il 1943 attraverso i microfoni dell’EIAR
Pound è stato sicuramente un uomo dalla cultura monumentale, che si è cimentato nelle traduzioni di Confucio o di politica, ed e proprio sul nesso fra politica ed economia che si concentrò Ezra Pound, portando avanti quella lunga trattazione economica esplicitata in opere come L’ABC dell’economia (1933) e condensata in poesia nei Cantos

Soprattutto contro l’usura e per un nuovo sistema monetario insisterà il poeta, convinto che «Il tesoro di una nazione è la sua onestà» fino all’ultimo giorno della sua battaglia.

“È tuttavia dovere di ognuno tentare d’immaginare un’economia sensata, e di tentare d’imporla con il più violento di tutti i mezzi,lo sforzo di far pensare la gente”

Cos’è il denaro?

Chi lo crea?

Come viene emesso?

Perché l’ intera popolazione non può comprare ciò che l’ intera popolazione produce?

Ponete subito queste domande e cacciate chiunque non vi dia una risposta diretta

” Il capitalismo distilla luoghi comuni e retorica, costruendo così, come un tempo le grandi dinastie attraverso il mito, la giustificazione definitiva della sua esistenza”.

Pound, coglie tra il 1933 le incongruenze del discorso e le rivela.

Il risultato dell’analisi è la condanna di un’ economia, la capitalistica, che agisce contro l’ uomo, che fornisce alla moneta la qualifica di bene, favorendone l’accumulazione e il possesso, snaturandone la realtà di semplice strumento di scambio.

Un sistema che non distribuisce correttamente il potere d’ acquisto, paventando processi inflattivi, che nascondono la volontà di far costare di più il denaro e di far guadagnare chi lo possiede: le banche “usuraie”.

Il profitto non è una legge di natura: un’ altra economia è possibile, scrive Pound.

“La democrazia implica che l’uomo debba assumersi la responsabilità della scelta dei suoi governanti e rappresentanti, e della salvaguardia dei propri «diritti» dai possibili e probabili abusi da parte del governo che egli ha legittimato ad agire per proprio conto negli affari pubblici”Ezra Pound .

Ma è necessario che la politica riprenda la guida della società . Che una collettività partecipe decida il proprio destino e lo persegua. Come si vede una polemica attualissima.

Quando gli economisti si mentono proni al sistema che li foraggia, è compito degli intellettuali dire la verità.

«Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. [……] a fornire in proprietà la casa alle famiglie dei lavorati di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto,una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto,costituisce titolo di acquisto» Ezra Pound .

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RIFLESSIONE:

Socialista è “ colui che è  attento alle cose sociali “ Massimo D’Alema .

Non si smette mai di essere messi di fronte alla propria ignoranza,e quando mi succede, non solo sono entusiasta perchè mi arrichisco, ma rivaluto sempre in positivo il grande Socrate per quello che affermava in merito alle conoscenze individuali.

In questo periodo sono alla ricerca di saggi che trattano dell’attuale crisi economica e approfitto anche del fatto che alcuni editori ripubblicano saggi di economisti del passato.

Il mio incontro con ABC dell’economia di Ezra Pound è avvenuto casualmente dieci giorni fa mentre ero in libreria per acquistare un saggio dal titolo Keynes e l’instabilità del capitalismo, un saggio con l’introduzione di Riccardo Bellofiore  edito da Bollati Borighieri che ripropone alcuni scritti dell’economista Hyman P. Minsky.

Minsky fu allievo di Schumpeter ed è conosciuto per le sue teorie che mettono in relazione la fragilità dei mercati finanziari e le bolle speculative endogene ai mercati.

E’ stato proprio mentre cercavo il saggio di Minsky che mi è venuto fra le mani ABC dell’economia di Pound,se non fosse stato per il fatto che è una riedizione della stessa collana degli universali di B.B. visto il titolo non gli avrei dato peso, e di conseguenza non avrei letto la quanta di copertina per scoprire che un poeta accusato di essere filofascista aveva di fatto affinità con le teorie economiche di Keynes (chi scrive considera Keynes il più grande economista del novecento).

O sempre avuto curiosità istintiva per gli scritti economici di chi economista non è, almeno non è lo è per formazione accademica; una delle mie prime letture in merito (che mi ha influenzato non poco) è stato il libro dal titolo “ L’economia di Ernesto Guevara” che raccoglie una serie di scritti del CHE nel periodo in cui era ministro dell’industria a Cuba.

Di solito in questi saggi non ci sono soluzioni economiche razionali o studi empirici su alcuni fenomeni economici;ma prevale essenzialmente l’aspetto morale, prevale la critica al mondo “ come è” e si mette nero su bianco “il mondo come dovrebbe essere” secondo l’autore.

Valori, idee e personaggi sono spesso pura vita “civile” indipendentemente dalle loro idee politiche.

Pound scrive:

“definirò come uomo civile colui che può dare una risposta seria a un quesito serio e il cui insieme di riferimenti mentali non si limita alla mera acquisizione del profitto. Sempre, la civiltà vera è nemica del profitto, dell’oro, del valore materiale.

Che cosa trasporta verso il basso una civiltà autentica?

Il peso della materia, la considerazione dei principi non nella loro totalità ma nei loro frammenti separati l’uno dall’altro, lo spezzettamento della vita”.

Sia Marx sia il cattolicesimo sociale (Pound fa sempre riferimento alle due principali forze critiche del capitalismo in quel momento) sbagliano in un punto essenziale: criticano la circolazione del denaro ma non vedono il centro della questione, che è la commercializzazione della vita, la vita vista sotto la forma dello scambio (Pound lo chiama “trasferimento”).

“mai sacrificare libertà e responsabilità dei singoli individui al sogno della centralizzazione burocratica o della sorveglianza totale, fosse pure in nome dell’efficienza, della sicurezza, o magari della sacralità della vita.”

Ora, dell’ideologia di Pound ognuno può pensare quello che vuole, bene o male, può apprezzarla o detestarla.

Poudon è probabilmente un “Libertarian” nel senso inglese del termine che indica l’anarchico di destra.

In italiano, però, il termine “Libertario” non designa la stessa cosa: indica piuttosto chi valuta la libertà da costrizioni e vincoli come prioritaria in una comunità rispetto alla sottomissione a regole e al rispetto del bene comune (che implica che la necessaria esistenza di uno Stato).

Pound è molto diverso da un libertario (nel senso italiano del termine): della sua visione del mondo fanno parte gerarchia, anticapitalismo e ammirazione per gli uomini forti, eroismo, spirito antiborghese e incitamento a distruggere lo stato presente delle cose, insomma reazione e rivoluzione.

L’opposizione al capitalismo di Pound è opposizione all’usura, al materialismo, alla separazione tra morale e politica, tra individuo e comunità, tra parti e tutto, tra economia politica è comunità .

In sostanza Pound è un anarchico e un pensatore che secondo gli schemi in uso fa parte della destra radicale.

Ma Pound si è scagliato contro i banchieri tiranni e i camaleonti politici e questo me lo rende simpatico.

Ma non vi preoccupate………

Da una ricerca, ho scoperto, che Pound è sempre piaciuto molto a sinistra, colpì anche Alfredo Salsano, che ne fece pubblicare L’ABC dell’economia da Bollati Boringhieri nel 1994.

In conclusione:

ABC dell’economia di Pound è senza dubbio un libro da leggere e attuale visto lo stato delle cose esistenti.

Oggi è il 26 Aprile 2009, in considerazione delle polemiche che ogni anno si fanno durante questo anniversario e bene ribadire : che esiste una forte distinzione, fra chi con il suo agire ha dato la libertà alle generazioni future, e chi quella libertà la tolta per un ventennio ad una intera Nazione. Su questo punto non ci può essere nessun revisionismo benevolo.

Ma il mio essere democratico, socio fondatore e iscritto al PD, mi crea un qualche imbarazzo quando sento alcuni leader che vorrebbero essere benevoli nei confronti dei terroristi, che di fatto hanno armato intenzionalmente il loro braccio contro uno stato democratico, uccidendo esseri umani inermi e indifesi.

Il mio essere democratico, mi porta ad avere simpatia per l’aspetto economico-sociale del pensiero politico di Pound, ma non per questo condivido la sua simpatia per Stalin che di fatto è sempre stato per me un dittatore come Mussolini,Franco,Fidel ecc..ecc…niente di più e niente di meno.

Il mio essere democratico, mi porta ad dire che: chiunque guardi all’elitismo in politica di fatto inizia a murare la gabbia della dittatura in democrazia.

La democrazia è il volere dei molti, mentre il punto di forza dell’élite è nell’atomizzazione della massa (o popolo). Secondo l’elitismo la massa ( o popolo) è confusa, dispersa, incapace di organizzarsi. Su questo caos si fonda la forza dell’élite, che è invece organizzata e in questo modo ottiene e mantiene il suo potere.

L’ uomo libero è democratico, perché : raggiunge un compromesso con i suoi simili, in virtù della situazione data, per portare avanti un politico, l’uomo p0litico deve avere la volontà a realizzare l’idea politica concordata in quel momento,  al fine di  raggiungere degli obbiettivi concreti. Ma un vero democratico non farà mai di quell’uomo un leader da ereggere a proprio modello, perché di fatto sarebbe un atto di sudditanza nei confronti di un proprio pari.

Questa è, e sarà, sempre di più in futuro, la differenza fra i militanti del PD e del PDL, che di fatto è: la possibilità di esercitare la scelta per rimuovere i propri rappresentanti politici.

Nel frattempo: carpe diem

Crisi globale: ripartire dai diritti

Rapporto File pdf pag.120 – Lingua IT

FONTE: SOCIAL WATCH IT

SOCIAL WATCH RAPPORTO 2008

Qual’è la relazione tra diritti umani e architettura economica e finanziaria?

Quando questa domanda è stata posta alle coalizioni nazionali del Social Watch le risposte sono state tantissime ed estremamente varie.

Il lettore del rapporto 2008 che si avvicini ad esse con mente aperta sarà spronato a pensare “fuori dal coro” e forse anche ispirato a disegnare creative connessioni tra estremi fra loro lontani.

Il nuovo rapporto nell’edizione italiana  analizza la relazione tra diritti umani, sviluppo sociale, democrazia e equità di genere in tutto il mondo, con rapporti nazionali di 60 paesi.


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