Crisi: L’ircocervo, c’è differenza fra noi e il PDL?

«L’economia di mercato è quel regime economico con il quale sta in piedi o crolla tutto il nostro sistema sociale e culturale» Wilhelm Röpke (Civitas humana. I problemi fondamentali di una riforma sociale ed economica, trad. it. di Ervino Pocar, Rizzoli, Milano 1947) 

 

L’economia sociale di mercato come visione politica di chi è ?

E’ di destra, di sinistra o di centro?

In questi giorni si riparla di “economia sociale di mercato” modello sposato da AN per confluire nel PDL ( leggi il sole 24 ore di domenica 22 Marzo). Il modello è proposto da Giulio Tremonti come unione fra le diverse culture del nuovo partito.

E NOI CHI SIAMO?????

A Manifutura il festival sull’economia organizzato dalla fondazione  NENS di Visco e Bersani si è parlato di Crisi e di Industria, ma si è parlato anche di “quarto capitalismo” e di:

Etica e responsabilità sociale:
-Paolo Fontanelli, Deputato, I Commissione Affari Costituzionali
-Marco Frey, Scuola Superiore Sant’Anna Pisa
-Don Giovanni Nicolini, Parroco della Dozza Bologna
-Giuliano Poletti, Presidente Lega Coop
-Modera: Roberto Bagnoli, Corriere della Sera

Il tema era anche stato oggetto di un lungo dibattito alla fetsa nazionale del PD di Firenze.

ALLORA NOI CI DOMANDIAMO MA QUALE DIFFERENZA C’E’ FRA LA NOSTRA VISONE DEL MONDO E LA LORO?

Per approfondire l’argomento consigliamo di leggere:

– L’articolo scritto a dicembre sul nostro Ebook dei contributi del circolo dal  titolo ” economia sociale di mercato o responsabilità democratica?”

Il Libro:

L’economia sociale di mercato come soluzione alla crisi?

Secondo il prof. Flavio Felice è un modello proponibile nel contesto attuale.

Di fronte alla crisi finanziaria globale che sta investendo anche l’Italia e ai piani di intervento pubblico per immettere liquidità sul mercato, ci si interroga sempre più sul rapporto tra politica ed economia e sull’attualità e la validità dell’economia sociale di mercato per uscire dall’impasse venutasi a creare.

Quella che si impone con urgenza, in particolare, è la necessità di ancorare nuovamente l’economia all’eticità e di ripensare allo Stato come arbitro del gioco economico, lontano però da dottrine interventiste che possano falsare la libera concorrenza e generare disuguaglianza.

A dare voce a queste istanze è ora un volume intitolato “L’economia sociale di mercato” (Rubbettino, 2008, pp. 128, € 8,00), e scritto dal prof. Flavio Felice, docente di Dottrine economiche e politiche alla Pontificia Università Lateranense e di Filosofia dell’Impresa alla LUISS Guido Carli di Roma.

Il docente, che è anche direttore della Fondazione Novae Terrae e presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton, ripercorre il pensiero di quegli scienziati sociali tedeschi, raccolti attorno alla figura del professore di Friburgo Walter Eucken e alla rivista “Ordo” (di qui il nome di “ordoliberali”) da lui fondata nel 1940, che si contrapposero al nazismo e al comunismo, proponendo un sistema basato sull’economia di mercato, sulla libera iniziativa, sulla lotta ai monopoli (tanto pubblici quanto privati) e sulla stabilità monetaria.

La lezione della Scuola di Friburgo pur influenzando profondamente ampi settori della cultura economica e politica italiana, venne tuttavia accantonata a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, mentre ancora meno fortunata fu la ricezione del pensiero ordoliberale in sede di Assemblea costituente.

A testimoniarlo, spiega l’autore del libro, è la Costituzione economica che ne derivò, oscillante tra “una sorta di neocorporativismo” ed “un larvato dirigismo” e profondamente diffidente nei confronti del mercato.

“Erano anni in cui nessuno avrebbe messo in discussione il modello delle Partecipazioni Sociali – nota Flavio Felice –, e in tempo di smisurato ottimismo, dovuto alla speranza di crescita del secondo dopoguerra, le cautele e i timori ‘ordoliberali’ di burocratizzazione, di monopolizzazione dei servizi sociali e le ricette antistataliste a favore del principio di libera concorrenza apparivano come un’inutile zavorra che avrebbe inevitabilmente rallentato il ciclo economico positivo innestato dalla ricostruzione”.

All’interno della Democrazia Cristiana di allora si confrontavano due anime: una che faceva capo a Giuseppe Dossetti e che trovava una valida sponda in Giorgio La Pira e Amintore Fanfani, formatasi “nel clima illiberale prefascista e fascista, e che vedeva nella Costituzione non uno strumento con il quale porre un limite al potere […] bensì lo strumento per la pianificazione – un’opera di ingegneria sociale”; e un’altra incarnata da Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi e don Luigi Sturzo, secondo cui “nessun principio guida per la politica è migliore di quello liberale”.

A prevalere sarà la prima cultura statalista e inconsapevole delle opportunità che avrebbe potuto offrire il meccanismo della libera concorrenza, ma che nei fatti verrà poi scossa dal processo di unificazione europea, che si farà portatore di divieti e di vincoli in direzione contraria a quella presa dai costituenti italiani.

Nel volume il prof. Felice giunge quindi a parlare di una distinta corrente del pensiero sociale cattolico e cioè di come il cattolicesimo liberale di don Sturzo, abbia recepito, sviluppato e partecipato a divulgare la filosofia politica, che sottende tale teoria economica, lontana da una politica statale interventista.

Per Sturzo, ricorda l’autore citando un articolo del sacerdote apparso il 29 dicembre del 1957 su “Il Giornale d’Italia”, nessuna forma di “solidarismo” appare “praticabile lì dove emerge la coesistenza di ‘statalismo’ ed ‘economia di mercato’, mentre una politica orientata alla solidarietà sarebbe possibile solo lì dove il ‘mercato libero’ convive con una politica statale di ‘cooperazione’ e di ‘occasionale’ e ‘più o meno concordato intervento”.

“La speranza – afferma il prof. Felice nel commentare la crisi attuale – è che la consapevolezza che sia finita un’epoca conduca le classi dirigenti economiche, politiche e culturali a livello globale a riconsiderare la rilevanza della cultura delle regole anche per la disciplina dei mercati”.

“La libera concorrenza – afferma infatti – è un bene troppo importante perché affondi sotto i colpi dell’irresponsabilità, dell’ingordigia o dell’ignoranza di banchieri, manager e politici”.

“È necessario comprendere che il libero mercato non esiste al di fuori delle regole della libera concorrenza – sottolinea –. È questo, forse, il lascito più prezioso e significativo che ci giunge dalla rilettura delle opere dei padri dell’economia sociale di mercato”.

Flavio Felice indica a questo punto l’esigenza di “distinguere lo Stato come arbitro, il mercato come campo di gioco e gli operatori come parti del gioco”.

Richiamando la lezione dell’economista italiano Giuseppe Palladino, che fu accanto a don Sturzo negli ultimi anni della sua vita, Felice indica alcuni rimedi per sventare il rischio che enormi concentrazioni economiche private possano degenerare in un sistema di collettivismo pubblico.

Il primo rimedio riguarda “l’incontrollata forma di autofinanziamento e la separazione fra la gestione e la proprietà azionaria di queste grandi imprese”.

Il secondo concerne invece “l’impegno degli Stati ad ampliare il più possibile i processi di mercato per impedire che pochi venditori e pochi compratori possano continuare a dominare il mercato”.

Il problema economico, conclude Felice, “chiede di essere risolto con la massima urgenza se non si voglia correre il rischio di sacrificare il dinamismo economico al ristagno degli accordi collettivi, figli di una logica corporativa e di sacrificare le libere scelte individuali alla ‘presunzione fatale’ del grande pianificatore”.

Approfondimenti:

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