Archivio per 23 marzo 2009

Crisi: L’ircocervo, c’è differenza fra noi e il PDL?

«L’economia di mercato è quel regime economico con il quale sta in piedi o crolla tutto il nostro sistema sociale e culturale» Wilhelm Röpke (Civitas humana. I problemi fondamentali di una riforma sociale ed economica, trad. it. di Ervino Pocar, Rizzoli, Milano 1947) 

 

L’economia sociale di mercato come visione politica di chi è ?

E’ di destra, di sinistra o di centro?

In questi giorni si riparla di “economia sociale di mercato” modello sposato da AN per confluire nel PDL ( leggi il sole 24 ore di domenica 22 Marzo). Il modello è proposto da Giulio Tremonti come unione fra le diverse culture del nuovo partito.

E NOI CHI SIAMO?????

A Manifutura il festival sull’economia organizzato dalla fondazione  NENS di Visco e Bersani si è parlato di Crisi e di Industria, ma si è parlato anche di “quarto capitalismo” e di:

Etica e responsabilità sociale:
-Paolo Fontanelli, Deputato, I Commissione Affari Costituzionali
-Marco Frey, Scuola Superiore Sant’Anna Pisa
-Don Giovanni Nicolini, Parroco della Dozza Bologna
-Giuliano Poletti, Presidente Lega Coop
-Modera: Roberto Bagnoli, Corriere della Sera

Il tema era anche stato oggetto di un lungo dibattito alla fetsa nazionale del PD di Firenze.

ALLORA NOI CI DOMANDIAMO MA QUALE DIFFERENZA C’E’ FRA LA NOSTRA VISONE DEL MONDO E LA LORO?

Per approfondire l’argomento consigliamo di leggere:

– L’articolo scritto a dicembre sul nostro Ebook dei contributi del circolo dal  titolo ” economia sociale di mercato o responsabilità democratica?”

Il Libro:

L’economia sociale di mercato come soluzione alla crisi?

Secondo il prof. Flavio Felice è un modello proponibile nel contesto attuale.

Di fronte alla crisi finanziaria globale che sta investendo anche l’Italia e ai piani di intervento pubblico per immettere liquidità sul mercato, ci si interroga sempre più sul rapporto tra politica ed economia e sull’attualità e la validità dell’economia sociale di mercato per uscire dall’impasse venutasi a creare.

Quella che si impone con urgenza, in particolare, è la necessità di ancorare nuovamente l’economia all’eticità e di ripensare allo Stato come arbitro del gioco economico, lontano però da dottrine interventiste che possano falsare la libera concorrenza e generare disuguaglianza.

A dare voce a queste istanze è ora un volume intitolato “L’economia sociale di mercato” (Rubbettino, 2008, pp. 128, € 8,00), e scritto dal prof. Flavio Felice, docente di Dottrine economiche e politiche alla Pontificia Università Lateranense e di Filosofia dell’Impresa alla LUISS Guido Carli di Roma.

Il docente, che è anche direttore della Fondazione Novae Terrae e presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton, ripercorre il pensiero di quegli scienziati sociali tedeschi, raccolti attorno alla figura del professore di Friburgo Walter Eucken e alla rivista “Ordo” (di qui il nome di “ordoliberali”) da lui fondata nel 1940, che si contrapposero al nazismo e al comunismo, proponendo un sistema basato sull’economia di mercato, sulla libera iniziativa, sulla lotta ai monopoli (tanto pubblici quanto privati) e sulla stabilità monetaria.

La lezione della Scuola di Friburgo pur influenzando profondamente ampi settori della cultura economica e politica italiana, venne tuttavia accantonata a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, mentre ancora meno fortunata fu la ricezione del pensiero ordoliberale in sede di Assemblea costituente.

A testimoniarlo, spiega l’autore del libro, è la Costituzione economica che ne derivò, oscillante tra “una sorta di neocorporativismo” ed “un larvato dirigismo” e profondamente diffidente nei confronti del mercato.

“Erano anni in cui nessuno avrebbe messo in discussione il modello delle Partecipazioni Sociali – nota Flavio Felice –, e in tempo di smisurato ottimismo, dovuto alla speranza di crescita del secondo dopoguerra, le cautele e i timori ‘ordoliberali’ di burocratizzazione, di monopolizzazione dei servizi sociali e le ricette antistataliste a favore del principio di libera concorrenza apparivano come un’inutile zavorra che avrebbe inevitabilmente rallentato il ciclo economico positivo innestato dalla ricostruzione”.

All’interno della Democrazia Cristiana di allora si confrontavano due anime: una che faceva capo a Giuseppe Dossetti e che trovava una valida sponda in Giorgio La Pira e Amintore Fanfani, formatasi “nel clima illiberale prefascista e fascista, e che vedeva nella Costituzione non uno strumento con il quale porre un limite al potere […] bensì lo strumento per la pianificazione – un’opera di ingegneria sociale”; e un’altra incarnata da Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi e don Luigi Sturzo, secondo cui “nessun principio guida per la politica è migliore di quello liberale”.

A prevalere sarà la prima cultura statalista e inconsapevole delle opportunità che avrebbe potuto offrire il meccanismo della libera concorrenza, ma che nei fatti verrà poi scossa dal processo di unificazione europea, che si farà portatore di divieti e di vincoli in direzione contraria a quella presa dai costituenti italiani.

Nel volume il prof. Felice giunge quindi a parlare di una distinta corrente del pensiero sociale cattolico e cioè di come il cattolicesimo liberale di don Sturzo, abbia recepito, sviluppato e partecipato a divulgare la filosofia politica, che sottende tale teoria economica, lontana da una politica statale interventista.

Per Sturzo, ricorda l’autore citando un articolo del sacerdote apparso il 29 dicembre del 1957 su “Il Giornale d’Italia”, nessuna forma di “solidarismo” appare “praticabile lì dove emerge la coesistenza di ‘statalismo’ ed ‘economia di mercato’, mentre una politica orientata alla solidarietà sarebbe possibile solo lì dove il ‘mercato libero’ convive con una politica statale di ‘cooperazione’ e di ‘occasionale’ e ‘più o meno concordato intervento”.

“La speranza – afferma il prof. Felice nel commentare la crisi attuale – è che la consapevolezza che sia finita un’epoca conduca le classi dirigenti economiche, politiche e culturali a livello globale a riconsiderare la rilevanza della cultura delle regole anche per la disciplina dei mercati”.

“La libera concorrenza – afferma infatti – è un bene troppo importante perché affondi sotto i colpi dell’irresponsabilità, dell’ingordigia o dell’ignoranza di banchieri, manager e politici”.

“È necessario comprendere che il libero mercato non esiste al di fuori delle regole della libera concorrenza – sottolinea –. È questo, forse, il lascito più prezioso e significativo che ci giunge dalla rilettura delle opere dei padri dell’economia sociale di mercato”.

Flavio Felice indica a questo punto l’esigenza di “distinguere lo Stato come arbitro, il mercato come campo di gioco e gli operatori come parti del gioco”.

Richiamando la lezione dell’economista italiano Giuseppe Palladino, che fu accanto a don Sturzo negli ultimi anni della sua vita, Felice indica alcuni rimedi per sventare il rischio che enormi concentrazioni economiche private possano degenerare in un sistema di collettivismo pubblico.

Il primo rimedio riguarda “l’incontrollata forma di autofinanziamento e la separazione fra la gestione e la proprietà azionaria di queste grandi imprese”.

Il secondo concerne invece “l’impegno degli Stati ad ampliare il più possibile i processi di mercato per impedire che pochi venditori e pochi compratori possano continuare a dominare il mercato”.

Il problema economico, conclude Felice, “chiede di essere risolto con la massima urgenza se non si voglia correre il rischio di sacrificare il dinamismo economico al ristagno degli accordi collettivi, figli di una logica corporativa e di sacrificare le libere scelte individuali alla ‘presunzione fatale’ del grande pianificatore”.

Approfondimenti:

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Crisi: la crisi c’è ma non per tutti!!!!

“Viviamo tutti sotto il medesimo cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte” (Konrad Adenauer).

In questi giorni si è parlato molto sui giornali della svolta di AN che cofluirà nel partito unico della libertà. Si è parlato di un partito che sposa la tesi di Tremonti ” l’economia sociale di mercato” ( leggi il sole24ore di domenica 22 Marzo 2009).

Il dibattito sull’economia sociale di mercato, come soluzione alla crisi del sistema italiano, è stato recentemente protagonista sulle principali testate giornalistiche. Autorevoli commentatori hanno argomentato pro o contro questo modello.

Ma quali sono le caratteristiche e gli sviluppi storici e teorici che lo renderebbero proponibile nel contesto attuale?

Qui bisogna ripercorrere la genesi, a partire da quel filone del liberalismo europeo chiamato ordoliberalismo, fino all’originale interpretazione di don Luigi Sturzo in Italia. Basata su alcuni capisaldi quali l’economia di mercato, la libera iniziativa, la lotta ai monopoli (pubblici e privati) e la stabilità monetaria, l’economia sociale di mercato è distante sia dalle dottrine interventiste come dal capitalismo selvaggio.

Al centro c’è l’idea che il sistema economico, per esprimere al meglio le proprie funzioni produttive e allocative, dovrebbe operare in conformità con una “costituzione economica” che lo Stato stesso pone in essere.

Non ci resta che piangere direbbe il grande Troisi, leggendo le dichiarazioni dei redditi dei nostri Parlamentari che sono superiori del 50% dei loro colleghi Tedeschi secondi in europa dopo l’Italia per i compensi che percepiscono nella loro funzione elettiva.

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Redditi dei parlamentari, Berlusconi il più ricco (ma molto meno di prima).

Pubblicate le dichiarazioni di deputati e senatori relative al 2007: tra i leder di partito. Veltroni il più ricco (dopo il premier) mentre Fini è il più povero con “appena” 105 mila euro.

Il Cavaliere dichiara un ammontare dieci volte inferiore rispetto all’anno precedente.

Il reddito di Silvio Berlusconi, nel 2007, si è ridotto a un decimo rispetto all’anno precedente: 14.532.538 euro, contro i 139.245.570 del 2006. E’ quanto si legge nella dichiarazione dei redditi presentata lo scorso anno e relativa al 2007, del presidente del Consiglio. Il premier ha pagato un’imposta lorda di 6.242.161 euro, mentre l’imposta a credito è stata di 399.169 euro.

I dati emergono dalla consueta diffusione delle dichiarazione dei redditi dei parlamentari presentate nel 2008, e relative dunque al 2007.

Da cui emerge anche, tanto per fare un esempio, che Gianfranco Fini è meno ricco di Dario Franceschini: 105.633 euro, contro i 220.419 del segretario del Pd.

Il presidente della Camera è in assoluto il leader politico più povero, mentre Walter Veltroni – con i suoi 477.778 euro – è (sempre tra i leader) il più ricco, dopo il presidente del Consiglio. Ancora, Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini (142.130 euro) supera di poco il leghista Umberto Bossi (134.450 euro). Antonio Di Pietro si attesta su 218.080 euro.

Ma a incuriosire di più e la decimazione del reddito di Berlusconi.

Guardando in dettaglio, vediamo che per la maggior parte, le proprietà immobiliari del premier sono a Milano: due appartamenti ad uso abitazione, due box, tre appartamenti e la comproprietà al 50% di un altro appartamento. Inoltre, ha denunciato la proprietà di un terreno ad Antigua.

Quanto ai beni mobili, il premier possiede una Mercedes 600 Sel del 1992 ed una Audi A6 del 2006, oltre a tre imbarcazioni: il San Maurizio, del 1977, il Principessa vai via, del 1965 e il Magnum 70 del 1990.

Nelle partecipazioni societarie, Berlusconi possiede 5.174.000 di azioni della Dolcedrago (valore nominale 1 euro), 4.294.342 azioni della Fininvest (valore nominale 1 euro), 2.548.000 azioni della Holding Italiana Prima Spa, 2.199.600 azioni della Holding Italiana Seconda Spa, 1.193.400 della Holding Italiana Terza e 1.144.000 azioni della Holding Italiana Ottava (tutte valore nominale 1 euro) cui vanno aggiunte 200 azioni della Banca Popolare di Sviluppo (valore nominale 500 euro), un deposito amministrato dalla Banca di Sondrio di 896.000 azioni e 3 depositi gestiti direttamente dalle banche che provvedono autonomamente all’acquisto e alla vendita di titoli, alla Banca Popolare di Sondrio alla Banca Agricola Mantovana e alla Banca Arner Italia Spa.

Silvio Berlusconi certifica poi di essere presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione Luigi Berlusconi Onlus e di essere stato, fino all’8 maggio 2008, presidente del Cda del Milan Calcio. Ridottissime le sue spese elettorali: appena 19,02 euro per l’apertura e la chiusura di un conto alla filiale di Segrate del Monte Paschi di Siena intestato a Giuseppe Spinelli, in qualità di mandatario elettorale.

Berlusconi spiega poi di non avere ricevuto contributi elettorali nè in denaro nè in servizi gratuiti da terzi in nessuna forma, di non aver assunto obbligazioni per la propaganda elettorale e di non aver usufruito di materiale di propaganda elettorale messo a disposizione dal Pdl e riferibile direttamente alla sua candidatura.


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