«Il Pd conta più di me». Walter solo nella scelta

Fonte: L’Unità.it

Non possiamo andare avanti in questo modo, facendoci continuamente del male.

Io non ci sto a farmi logorare così, ma soprattutto non ci sto a lasciare che si comprometta per questa via il progetto del Pd.

Se questo significa che devo fare un passo indietro io, allora ecco, mi dimetto». Giura chi lo ha ascoltato pronunciare questo discorso che il tono non era irato o di sfida, ma sereno.

Walter Veltroni arriva al quartier generale del Pd poco dopo le otto di mattina. I segni di una notte insonne sul viso, tutta già immagazzinata la lettura dei giornali. Da questo portone di Sant’Andrea delle Fratte Veltroni era uscito alle nove di lunedì sera, dedicando soltanto una battuta alle elezioni in Sardegna: «Prima di mezzanotte non si saprà il risultato». Poi ha fatto molto più tardi di quell’ora, a casa, a seguire l’interminabile spoglio delle schede. L’ultima telefonata verso l’una e mezza, col portavoce Roberto Roscani. «Alcuni giornali mi hanno chiesto se stai pensando alle dimissioni, io sto smentendo». «Smentisci, certo». All’alba, di fronte al risultato definitivo e al Pd inchiodato al 24%, prende la decisione di farsi da parte.

Al Nazareno Arriva alla sede del Pd e si infila nel suo studio al secondo piano, insieme a Goffredo Bettini, il braccio destro che lo convinse a scendere in campo dopo un colloquio tra l’allora sindaco e Massimo D’Alema. Veltroni glielo dice che di lì a poco comunicherà al coordinamento le sue dimissioni. Poi è la volta di Walter Verini, capo di gabinetto negli anni del Campidoglio. E poi tocca a Dario Franceschini, il vicesegretario. Ogni volta si sente ripetere l’invito a ripensarci, a restare. Ogni volta a rispondere che «è inevitabile». Il tono è determinato, nessun margine di dietrofront. Stessa scena di fronte ai membri del coordinamento. «Mi rendo conto che le dimissioni in Italia sono un gesto piuttosto raro…», riesce anche a ironizzare a questo punto. Bersani, Bindi, Finocchiaro, Letta, facce scure attorno al tavolo ma Veltroni non lascia intravedere spazi per ripensamenti. Perché si mostrerà pure sereno, ma l’amarezza per come sono andate le cose c’è, e tanta.

Troppi distinguo «Ogni passaggio diventa occasione di tensioni interne», scuote la testa. Il risultato della Sardegna è stata la classica goccia, ma il leader Pd si porta dietro una lista dolente che va dall’elezione di Villari alla Vigilanza Rai ai distinguo sul caso Eluana alla battaglia interna per impedire lo sbarramento del 4% alle Europee, quella che più lo ha contrariato. Una lista che ha una data di inizio: il 14 aprile scorso. Perché Veltroni è convinto che dal Lingotto alle primarie, da Spello alle piazze piene della campagna elettorale, il progetto del Pd ha preso corpo con forza. «Poi il partito non è si è mostrato all’altezza della fiducia che tanti cittadini gli hanno affidato». È questo quello che più l’ha sconcertato. Avrebbe voluto tenere fino alle europee: «Poi vedremo», ha detto nelle ultime settimane ai suoi. Ma poi ha assistito alla candidatura di Bersani con otto mesi di anticipo rispetto al congresso, all’asse D’Alema-Bertinotti sulla necessità di ricostruire il centro-sinistra, al Pd «amalgama mal riuscito» o «barca da raddrizzare». Ha fatto un ultimo tentativo di mettere uno stop all’«effetto promozionale capovolto» in un’intervista alla Stampa di domenica: «È come se i dirigenti della Coca-Cola dicessero che il gusto della bibita non è granché». E poi ha saputo che erano già state concordate per oggi con diversi giornali delle intervista che lo mettevano al centro del mirino. Si è mosso per primo.

Spiegando: «Il progetto del Pd per me conta più della mia vicenda personale. Mi dimetto».

Le telefonate Ha accettato la proposta dei membri del coordinamento di far passare un paio d’ore prima di pronunciare la parola definitiva, ma la decisione era presa e i colloqui che ha avuto in quel lasso di tempo non hanno fatto altro che convincerlo maggiormente di aver preso la decisione giusta. E poi ha passato il resto della giornata a rispondere alle telefonate di solidarietà, da Giorgio Napolitano a Romano Prodi, da Gianni Letta a Gianfranco Fini a Pier Ferdinando Casini. O a rispondere col suo IPhone agli sms di amici, parlamentari, segretari locali del Pd. A tutti quelli che gli domandano cosa farà d’ora in poi risponde senza girarci troppo attorno: «Il parlamentare. E non farò una Fondazione». Una battuta scherzosa, ma che la dice lunga su ciò che pensa degli ultimi mesi, dei problemi creati dal «correntismo», dei danni provocati dai «capibastone locali», delle resistenze per perseverare i «vecchi schematismi».

Era arrivato da solo di primo mattino al Nazareno, se ne va da solo verso le nove di sera, senza pronunciare parola. Spiegherà oggi alla stampa le ragioni del suo gesto. Lo farà al Tempio di Adriano a Piazza di pietra. Lo stesso posto in cui attese il risultato delle primarie, il 14 ottobre 2007. Un ulteriore modo per dire che il cerchio si chiude e che non tornerà sui suoi passi.
18 febbraio 2009

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