Aria nuova, bocciato il partito-casta

Fonte: Il Tirreno.it

Aria nuova, bocciato il partito-casta

di Mario Lancisi

Gli elettori bacchettano i dirigenti e scelgono il sindaco popolare

FIRENZE. Separati in casa. Così dirigenti e iscritti del Pd. I primi guidano un partito che non c’è, i secondi bacchettano i dirigenti che ci sono. E’ l’immagine che si ricava dall’analisi delle primarie toscane fatta da Roberto D’Alimonte, docente del sistema politico italiano all’ateneo fiorentino. «Le primarie fiorentine ci dicono che il sistema è cambiato, e che non è quello che la dirigenza del partito aveva in mente. Vi è una difficile convivenza tra elettorato e dirigenza, il gioco è cambiato ma credo che il Pd non abbia ancora capito come muoversi», osserva D’Alimonte.

Primarie e preferenze. Molti sono gli aspetti del voto di domenica che meritano di essere sottolineati. A cominciare dal successo di affluenza delle primarie, che sono riuscite – osserva ancora D’Alimonte – a portare «a votare un terzo degli elettori». Aggiunge il Governatore della Toscana

Martini: «Le primarie sono un efficace strumento di partecipazione. Dovrà essere migliorato, ma è questa la strada da seguire».

Nei giorni scorsi alcuni dirigenti del Pd a Firenze avevano segnalato il rischio di una possibile astensione dal voto degli elettori delusi dalle risse tra i candidati. Si è scambiato un proprio stato d’animo con quello degli elettori. Che invece amano le primarie. Con o senza rissa. Basta decidere, contare, scegliere. Soprattutto dopo che sono state eliminate le prefenze.

Dopo che gli elettori si sono visti sottrare il potere di scelta dei candidati.

Il partito-Casta. Il voto di domenica non penalizza la forma partito in sè. Non è stato il successo dell’antipolitica. Anche i vincitori inaspettati vantano un curriculum politico di riguardo. E nelle tre province in cui si è votato l’indicazione del Pd è stata seguita. Lì il rapporto tra dirigenti e elettori non è stato da separati in casa. La rottura si è consumata là dove il partito è stato percepito – a torto o a ragione – come Casta. La quale è caratterizzata dal partito-apparato e dalla nomenklatura che trasforma la politica in carriera con vitalizio. Sono queste due degenerazioni che agli iscritti e agli elettori del Pd non piacciono.

Rispetta la fila. Renzi, il vincitore delle primarie fiorentine, ha ripetuto in tutte le salse che quando si è candidato, un autorevole politico lo aveva redarguito: «Matteo, rispetta la fila. Ci sono politici che vengono prima di te». E’ la nomenklatura che sceglie e non ammette intrusioni. Il partito ridotto a club, a loggia, a conventicola, dove chi vuole entrare deve essere cooptato. Renzi ha spezzato questa logica, e ha vinto. Così Massimo Carlesi a Prato. La nomenklatura pratese – dai parlamentari agli assessori – si era schierata in massa con Paolo Abati. Nella nostra inchiesta sul voto pratese qualcuno ci ha detto: «Tutti e due i candidati sono Pd. Ma Abati è più Pd di Carlesi». E così ha vinto il meno Pd…

Torno a lavorare. L’altro aspetto importante del voto è il rifiuto del politico di carriera. Uno degli slogan vincenti di Renzi è stato: se perdo, torno a lavorare. La politica non è un mestiere, ma un servizio civico. Così a Prato Carlesi, quando nel 2005 ha smesso di fare l’assessore, è tornato a fare il direttore di banca.

L’indicazione delle primarie è chiara. Il Pd che vogliono gli elettori è un partito in cui si fa politica non per professione. Da quando uno è ragazzo fino alla vecchiaia. Lo schema è un altro. Uno passa dal lavoro alla politica e poi torna in ufficio o in fabbrica e poi magari ritorna a occuparsi di amministrazione pubblica. Come è capitato al dirigente di azienda RobertoIzzo. Negli anni Ottanta era consigliere Dc. Poi si è dedicato solo al lavoro. Domenica, a sorpresa, è stato eletto sindaco di Vicchio, il paese di Giotto e Cimabue.

Sindaco popolare. Altro aspetto del terremoto politico di domenica riguarda l’identikit di sindaco che piace agli elettori del Pd. La gente vuole un sindaco della porta accanto, che in un momento di crisi come questo lo rassicuri, anche semplicemente parlandogli, ascoltandolo. No ai sindaci tecnocrati, chiusi nelle loro stanze, magari bravi, ma non comunicativi. Sì invece ai sindaci popolari, che stringono le mani, che si fanno trovare dai cittadini, che frequentano le piazze, le case del popolo, gli stadi, i luoghi pubblici.

A Follonica,il sindaco Claudio Saragosa ha perso proprio perché era vissuto (poco importa anche in questo caso se a torto o a ragione) come lontano mentre Eleonora Baldi, che lo ha battuto, ha un’immagine di donna molto vicina ai cittadini. A Firenze Domenici è rappresentato come un sindaco spigoloso, non comunicativo. Una delle promesse di Renzi in campagna elettorale è stata questa: «Ogni mercoledì riceverò i cittadini».

I sindaci delle buche. Altro aspetto dell’identikit del sindaco popolare. Gli elettori sembrano aver privilegiato i candidati che più delle grandi strategie, dei disegni planetari e dei mega progetti hanno promesso di tappare le buche, di pulire le strade, di non tartassare i cittadini con le multe, di concludere i cantieri in tempi ragionevoli. La gente reclama cose piccole ma funzionali.

Punto e a capo. Infine il voto di domenica è espressione della Grande Crisi. Crisi economica. Crisi del Pd. Gli elettori del Pd sono depressi dal lavoro che non c’è e dal partito che non decolla. I due aspetti si intrecciano. La gente è più povera, perde il lavoro, si sente minacciata dall’invasione degli immigrati e cerca risposte che il Pd non riesce a dare. Da qui la frustrazione e la ribellione. Contro una classe dirigente giudicata inetta. E si è affermata una voglia di rinnovamento. Radicale. A Firenze per esempio Pistelli si è dato uno slogan promettente: «Lapo, punto e a capo». Ma ha perso perché è apparso invece come un candidato del punto e virgola. Di un rinnovamento troppo tiepido. Così come Abati a Prato. Come Saragosa a Follonica. Mentre Renzi – così come Carlesi – ha punteggiato la propria campagna elettorale di una voglia di discontinuità. Di rinnovamento. Di «facce nuove» a Palazzo Vecchio..

(17 febbraio 2009)

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