Hamas? Errore dell’Occidente

Fonte: il sole24.it

Hamas? Errore dell’Occidente.
di Antonio Badini

Mentre davanti a me scorrevano le immagini drammatiche dell’operazione “Piombo fuso” a Gaza, ho ripensato ai giorni in cui Arafat si lamentava con l’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi per l’inerzia dell’Occidente a lasciare Israele aiutare indisturbata Hamas ad organizzarsi in partito politico. Eravamo negli anni Ottanta e l’Olp – riconosciuta dalla Cee, ora Ue – continuava a essere osteggiata da Israele e dagli Stati Uniti.

Ricordo, nei colloqui a Palazzo Chigi, con quanto accoramento il leader palestinese esortava Craxi a intervenire per arrestare quello che lui chiamava un grave errore storico. In quel periodo il convinto sostegno dell’Italia alla causa palestinese era volto soprattutto ad arginare la pericolosa opposizione che le frange degli oltranzisti della lotta armata muovevano contro Arafat per dissuaderlo dal perseguire il negoziato con Israele. E invece lui, Arafat, ci ammoniva ad aprire gli occhi e soprattutto a farli aprire a Israele sulle devastanti conseguenze di cavalcare l’onda allora incipiente dell’estremismo religioso che, egli affermava, sarebbe stato difficilmente governabile .

Intrigato da quei ricordi riconoscevo davanti alla televisione che mostrava gli attacchi di Tsahal la congruità delle previsioni di Arafat e avvertivo la nemesi storica che colpiva tutti coloro che avevano demonizzato il vecchio leader, impedendogli di portare a compimento un accordo di riconciliazione dei palestinesi con Israele. Una nemesi che travolge oggi ancora di più Israele, che si trova impegnata a distruggere il “mostro” che essa stessa aveva aiutato a crescere.

Quasi una beffa della storia, che vede oggi partner negoziali di Israele gli “eredi poveri” di Arafat. Il quale si starà rivoltando nella tomba per gli errori kafkiani che l’Occidente ha continuato a commettere nei confronti dei palestinesi di Fatah, cioè del Partito laico rimasto coerentemente pronto a percorrere la via del negoziato. Perché se oggi Hamas controlla la Striscia di Gaza e se parte della popolazione di Israele continua ad essere sotto i tiri dei razzi Qassam lo si deve all’ostinazione degli americani, non sufficientemente contrastati dalla Ue, che hanno preteso di esportare ipso facto nei Territori palestinesi i meccanismi della tradizione democratica che in Occidente ha impiegato secoli ad affermarsi. Sappiamo poi come andarono le elezioni “libere e regolari” e ora eccoci qui ad assistere probabilmente a un nuovo errore, non meno grave, di tentare di far tornare indietro la Storia e “resuscitare” Arafat con il retaggio e il carisma che si portava dietro.

Sbaglierebbe chi pensasse che a Gaza Israele, quale che sia l’esito militare, possa salvare l’onore delle sue Forze armate macchiato dalla dissennata guerra in Libano dell’estate del 2006. Rispetto a Hezbollah, il dispositivo di Hamas è infatti incomparabilmente inferiore e profondamente diverse sono le condizioni del terreno. L’asserita invincibilità di Tsahal rischia quindi di diventare argomento specioso. Parlano i fatti.

Dal lancio delle pietre della prima Intifada nel lontano 1987, quando fu creata Hamas, si è passati ai razzi che seminano ora il terrore in vaste zone di Israele. Sembra perciò fallire il primo grande obbiettivo di Israele: affidare la sicurezza dei propri cittadini alla sola forza della deterrenza di Tsahal. Dopo Hezbollah, anche Hamas, che piaccia o no, ha varcato la soglia della resistenza militare. C’è però tempo prima di pregiudicare il secondo fronte di sicurezza, di carattere politico, quello del consenso internazionale ancora nettamente in favore di Israele. Ma i margini potrebbero assottigliarsi presto dopo gli altri due cartellini rossi affibbiati alle Forze armate israeliane dall’Onu e dalla Croce rossa internazionale per aver colpito deliberatamente bersagli civili, in flagrante violazione della Convenzione di Ginevra. Qualcosa deve essere dunque mutato nelle capacità strategiche di Tsahal da quando, nel 2004, con precisione chirurgica riuscì a far fuori in rapida successione il capo di Hamas, lo Sceicco Yassin, e il suo successore, Abdel Aziz El-Rantisi.

Nel futuro, difficilmente l’Occidente e l’Onu potranno ancora chiudere un occhio sulle forzature del diritto internazionale. Anche questa volta come nell’attacco al Libano c’e stata una risposta di Israele macroscopicamente sproporzionata. Egualmente assai opinabile in diritto e prassi diplomatica, appare la tesi che prima di sedersi al Tavolo delle trattative si debba riconoscere la controparte negoziale. Nei due casi del dialogo inter-cipriota e in quello fra le due Coree non vi è stato alcun previo riconoscimento delle parti.

Sarà quindi utile avviare presto una riflessione sull’argomento, poiché è da escludere una qualsiasi intesa duratura senza il consenso di Hamas. Né appare valere la circostanza ostativa della registrazione di Hamas fra le organizzazioni terroristiche, dato che quelle liste compilate unilateralmente dagli Stati Uniti e poi imposte con un’azione di moral suasion agli alleati non hanno al momento alcun valore giuridico ma semplicemente politico. Del resto, l’adesione dell’Ue avvenne grazie ad un sotterfugio di Solana, il quale subito dopo la schiacciante vittoria elettorale del movimento islamista del gennaio 2006, fece approvare la decisione dall’apposito comitato di funzionari per poi farla avallare dai ministri. Non pochi Stati membri furono colti di sorpresa ma non ritennero politically correct sollevare il caso.

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