Carl Schmitt – Il concetto discriminatorio di guerra

Carl Schmitt – Il concetto discriminatorio di guerra – introduzione di Danilo Zolo, trad. di Stefano Pietropaoli – Laterza, Bari 2008 – pagine: 128 – € 15,00

Pubblicato per la prima volta nel 1938, questo saggio di Schmitt si presenta come una semplice ricognizione dei diversi orientamenti sul tema della guerra presenti nella letteratura giuridica inglese e francese degli anni Trenta, ma ha in realtà tutt’altre implicazioni. Oggetto delle critiche del grande giurista sono qui la Società delle Nazioni e il concetto di guerra giusta. Già all’inizio di quegli anni, si è radicata in Schmitt la convinzione che una ideologia universalistica esclude la possibilità di considerare il nemico come uno justus hostis, un nemico che può anche avere ragione. In una prospettiva ecumenica il nemico è sempre un nemico ingiusto e, di conseguenza, la guerra o è una guerra giusta contro i nemici dell’umanità, oppure è un’azione criminale che turba la pace. Questa ideologia universalistica di origine liberal-democratica viene indicata da Schmitt come il fondamento teorico della Società delle Nazioni, istituzione segnata dall’intima contraddizione di proporsi al contempo come organizzazione ancora costruita su base statuale e come società universale spoliticizzata che pretende di rappresentare il genere umano.

In breve

Fonte: Rivista di studi geopolitici Eurasia

Quarta di copertina:

«Attraverso le dichiarazioni con cui il presidente Wilson, il 2 aprile 1917, ha deciso che il proprio paese partecipasse alla guerra mondiale contro la Germania, è entrato nella storia del moderno diritto internazionale il problema del concetto discriminatorio di guerra. Per le nazioni con una forma mentis chiaramente relativistica o agnostica, oggi non esiste più alcuna guerra santa, sebbene le esperienze della guerra mondiale contro la Germania abbiano mostrato come la propaganda bellica non abbia rinunciato a mobilitare quelle forze morali che sono comprensibili solo in una “crociata”. Ma per una guerra giusta la mentalità moderna esige determinati processi di “positivizzazione” giuridica o morale.»

In queste pagine, pubblicate per la prima volta nel 1938, Schmitt propone una interpretazione fortemente suggestiva delle relazioni fra la “vecchia Europa” e il “nuovo mondo” americano e offre una preziosa chiave di lettura degli imponenti successi che la vocazione messianica ed egemonica degli Stati Uniti ha conseguito nella seconda metà del Novecento. Danilo Zolo

Indice
Prefazione
La profezia della guerra globale di Danilo Zolo – Nota al testo di Stefano Pietropaoli –

Introduzione
– I. Discussione di due opere di teoria del diritto internazionale
– II. Discussione di due saggi tratti da The British Yearbook of International Law
– III. Discussione critica sulla svolta verso il concetto discriminatorio di guerra nel diritto internazionale
– Conclusione

Dall’Introduzione:

Da molti anni sono in corso nelle più diverse parti della terra lotte sanguinose, di fronte alle quali, nel consenso più o meno generale, si evita prudentemente di usare il concetto e il termine di guerra. Su questo è sin troppo facile fare dell’ironia. In realtà, non emerge qui nient’altro che la pura e semplice verità, ovvero che vecchi ordinamenti si stanno dissolvendo e al loro posto non ne sono ancora subentrati di nuovi.

Nella questione del concetto di guerra si rispecchia il disordine dell’attuale situazione mondiale.

Si manifesta ciò che è sempre stato vero, e cioè che la storia del diritto internazionale è una storia del concetto di guerra.

Il diritto internazionale altro non è che un “diritto di guerra e di pace”, uno jus belli ac pacis, e rimarrà tale finché sarà un diritto di popoli indipendenti, organizzati su base statuale, e questo significa: finché la guerra sarà una guerra fra Stati [Staatenkrieg] e non una guerra civile internazionale [internationaler Bürgerkrieg]. Ogni disgregazione di vecchi ordinamenti e ogni inizio di nuovi rapporti solleva questo problema.

All’interno di un medesimo ordinamento giuridico internazionale non possono coesistere né due concetti di guerra contrapposti, né due nozioni di neutralità che si annullino a vicenda. Per questo il concetto di guerra è oggi un problema la cui discussione obiettiva serve a disperdere la nebbia delle attuali ingannevoli finzioni e a mostrare la reale situazione del diritto internazionale odierno.

Le grandi potenze hanno oggi molte buone ragioni per cercare nozioni e concetti intermedi tra guerra aperta e pace effettiva. Le situazioni di fatto che vengono denotate con la formula “guerra totale” si avvicinano in maniera particolare a certe nozioni intermedie. Ma queste sono solamente rimandi e rinvii, attraverso i quali il nuovo problema del concetto di guerra non può in alcun modo essere risolto.

Decisivo è che nella totalità di una guerra rientra soprattutto la sua giustizia.

Senza il riferimento alla giustizia ogni rivendicazione di totalità sarebbe una vana pretesa.

Di conseguenza, la guerra giusta in grande stile è oggi di per sé la guerra totale.

Attraverso le dichiarazioni con cui il presidente Wilson, il 2 aprile 1917, ha deciso che il proprio paese partecipasse alla guerra mondiale contro la Germania, è entrato nella storia del moderno diritto internazionale il problema del concetto discriminatorio di guerra.

Per questo la questione della guerra giusta si è posta in una maniera completamente diversa da come era stata intesa dai teologi scolastici o da Ugo Grozio.

Per le nazioni con una forma mentis chiaramente relativistica o agnostica, oggi non esiste più alcuna guerra santa, sebbene le esperienze della guerra mondiale contro la Germania abbiano mostrato come la propaganda bellica non abbia affatto rinunciato a mobilitare quelle forze morali che sono comprensibili solo in una “crociata”.

Ma per una guerra giusta la mentalità moderna esige determinati processi di “positivizzazione” giuridica o morale.

La Società delle Nazioni di Ginevra è, se proprio dev’essere qualcosa degno di nota, fondamentalmente un sistema di legalizzazione.

Essa non può che monopolizzare il giudizio sulla guerra giusta e mettere nelle mani di certe potenze la decisione sulla giustizia o ingiustizia della guerra, una decisione che è gravida di conseguenze e che è correlata alla svolta verso il concetto discriminatorio di guerra.

La Società delle Nazioni è dunque, finché conserva questa forma, solo un mezzo per la preparazione di una guerra “totale” in sommo grado, e cioè una guerra “giusta” condotta con pretese sovrastatali e sovranazionali.

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