Gianni Cuperlo: Sulla Questione Morale

Il sito di Gianni Cuperlo

” Mi sono scritto al partito non per ideologia ma per etica (E. Berlinguer)”.

Pubblichiamo la riflessione sulla questione morale dell’onrevole Gianni Cuperlo. Una riflessione che l’amministratore del sito in gran parte condivide.

Non è in discussione la figura carismatica di Enrico che come già scritto in altre occasioni “l’uomo era un tuttuno con i suoi valori, e  da questi era guidato nel suo agire politico”. infatti sul nostro sito fin dalla sua nascita,alla voce risorse c’è l’intervista intera sulla questione morale.

C’è per il semplice motivo che l’abbiamo sempre  ritenuta una questione essenziale per chi vuole fare politica.

E siccome la sezione  risorse è li per essere utilizzata come una sezione di formazione embrionale alla politica, per noi quello era il suo luogo naturale ( la nostra piccola esperienza di naviganti della rete, ci porta ad affermare che molti iscritti ai DS sotto i 35 anni non l’avevano mai letta. E questo la dice lunga sulla formazione politica di questi ultimi 20 anni).

Condivido anche il fatto che un partito che ha bisogno di codici etici è alla frutta ( come scritto nel libro dei nostri contributi distribuito alla cena del PD).

Non sono d’accordo sul dopo Berlinguer, per intenderci sulla linea  che gli attuali leader hanno preso dopo la Bologhina. Perchè di fatto sono campati di rendita.

L’analisi di Cuperlo è troppo benevola nella critica verso i leader. I soliti noti di sempre quelli che come  afferma Cuperlo ” le abbiamo sbagliate tutte”.

Leader che stavano nelle case dell’INPS pagando una miseria di affitto, mentre L’INPS non aveva i fondi per aumentare le pensioni minime, o che in tempi più recenti sognavano banche,questo è stato possibile grazie ad un certo  conformismo da gregge come lo chiamerebbe F. Alberoni.

Sia chiaro che io condivido l’analisi di D’Alema quando dice ” sono proprietario di una barca perchè non ho comprato una seconda casa, e poi sono uno scrittore che ha un buon successo” , in sintesi la barca è ” roba sua” frutto del suo lavoro non è la barca il problema…………. Ma in queste cose “Scandalosa Firenze, ecco le buonuscite d’oro”

Chi dilapida il bene comune, che è il patto sociale di ridistribuzione della richezza, in una società che ha accettato la tassazione progressiva?.

Leader che nell’ultimo congresso di Firenze nel loro  discorso di chiusura, affermano di voler fare e lottare per una democrazia che guarda all’uomo, ma affermano anche  “ci sono banche che a fine anno redigono un bilancio sociale,  e questo qualcosa vorrà dire”. Leader incapaci di vedere che erano le solite Banche a rifilare ai lavoratori titoli spazzatura come i Bond Argentini, Cirio o Parmalat, mangiandogli la liquidazione frutto di una intera vita di lavoro e che serviva come base patrimoniale per una vecchiaia serena.

Leader che ancora oggi non distinguono la differenza che c’è fra il terzo settore e le COOP amiche, frutto di un vecchio retaggio di collateralismo imprenditoriale.

Leader privi di quella etica della responsabilità che come affermava M.Weber dovrebbe portare a dire ” se siamo a questo punto la responsabilità di ciò è nostra solo e soltanto notra”.

Leader che anche quando perdono le battaglie politiche si preoccupano di avere un salvagente che garantisca un posto alternativo, e spesso  non solo per loro, ma anche per qualche membro della propria famiglia.

Leader che non  hanno nulla per tutelare il merito, perchè il merito per loro è solo l’atto di fedeltà senza sgomitare troppo.

Leader incapaci di distinguere  fra chi è o non è socialmente responsabile a prescindere dall’atto di fedeltà partitica, sancito con la tessera ( il compagno Consorte era più responsabile socialmente del piccolo imprenditore che tutte le mattine si alza, e insieme ai suoi collaboratori produce richezza, e contribuisce allo sviluppo economico con  la sua piccola attività imprenditoriale).

Una generazione di leader, la nostra Cuperlo, fallita politicamente e in preda al principio di Peter.

“La questione morale è la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, l’effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico” ( E. Berlinguer. intervista su Repubblica del 28 luglio 1981 ).

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SULLA QUESTIONE MORALE.

Fonte: Gianni Cuperlo.it

Con la “questione morale” siamo alle prese da sempre. Se penso alla mia generazione, direi da quando abbiamo iniziato a vivere la politica con una punta di interesse e passione. La famosa intervista di Berlinguer a Scalfari risale a quegli anni. Contava la fonte – l’unico vero leader carismatico che ci è stato concesso di conoscere – e contava il contesto. Erano i primi anni ottanta. Il Pci declinava in una marginalità politica che si appellava alla “nostra” diversità. L’epopea craxiana era di là da crollare ma i segnali della sua degenerazione affioravano e accentuavano il tratto integralista della cultura comunista (della quale noialtri ci sentivamo apostoli).

Mi ricordo il clima. Benigni gonfiava i tendoni delle feste dell’unità di boati antisocialisti. Lo faceva col vigore toscano dell’invettiva esplicita e ridanciana. Ma si vedeva che colpiva nel segno. Poi vennero i fischi di Verona. Congresso del Psi. Entrò la delegazione comunista guidata da Berlinguer e fu una selva di ululati. Craxi non seppe resistere alla tentazione (l’uomo aveva il suo carattere). E invece di placare lo sfoggio di mala educazione chiosò il tutto con quella battuta pronunciata di sbieco sul podio, una mano già pronta a sventolare il mazzetto dei garofani. “non ho fischiato….perché non so fischiare”. Peccato. Fu l’epitaffio sulle speranze residue di riallacciare un filo che si era spezzato da tempo. Pochi mesi dopo ci fu il palco di Padova. Berlinguer che parla. Che inciampa. Sorseggia. Soffre. E muore così. Mentre a tutti noi restava nel ricordo la eco di quei fischi veronesi che Piazza San Giovanni restituì tutti, fino all’ultimo, in un pomeriggio di giugno quando Nilde Jotti recitò l’elenco degli ospiti e offrì alla piazza l’occasione di commentare l’esser lì del presidente del consiglio socialista.

Il giorno dopo la storia era cambiata. Morto Moro. Morto Berlinguer. Morta la sola vera strategia che il quindicennio aveva elaborato e adattato alle circostanze. Perché penso anch’io che in quella stagione noi comunisti non avemmo due linee. Prima il compromesso storico, poi l’alternativa democratica. La linea fu una soltanto, da interpretare nel solco drammatico di quei passaggi. Ma dopo….dopo ci fu solo la transizione verso l’epilogo. Toccò a Natta, galantuomo di altri tempi. E poi a Occhetto che si assunse la responsabilità di abbassare la serranda, quando gran parte dei beni di famiglia si erano consumati o erano semplicemente marciti. Faccio un passo indietro. La diversità. Quella cosa, secondo me, non è mai stata una banalità. Una sciocchezza. O, come l’ha liquidata Ricolfi, una forma sprezzante di aristocrazia. Il sentirsi migliori degli altri. Migliori del proprio paese. Il tema della diversità comunista non è stato solo un tratto della “questione morale”. Ha avuto un carattere diverso. Vorrei dire un tantino più profondo.

Ho rammentato giorni fa in un incontro a Via dei Frentani, qui a Roma, i due titoli che accompagnarono all’indomani della sua morte il ricordo di Berlinguer sulla prima pagina di Repubblica. Il fondo di Scalfari era titolato “Straniero in patria”. Quello di Bocca, “L’anti-italiano”. Due titoli e una sintesi che non avrebbe bisogno di commenti. Era sancito – e nel momento più intenso, quello della commozione e del commiato – il destino di una nazione “irriformabile”. Dove i figli migliori, in quanto tali, debbono apparire per forza figli adottivi. Coloni in terra straniera. E il Pci, per decenni, quella coscienza, in fondo, aveva coltivato. La nostra diversità in buona misura era il risultato di un veto. L’idea che noi al governo non ci potevamo giungere per le note regole della storia (di allora). Ma ciò non ha impedito – tutt’altro – a quel partito di maturare una coscienza nazionale. E prima ancora una coscienza democratica (le due cose poi hanno finito col divenire un tutt’uno). E’ così che siamo divenuti un grande movimento di popolo, riformatore nel senso vero del termine. Anche se subito dopo, a partire dalle grandi avanzate della metà degli anni settanta le abbiamo sbagliate tutte. Non abbiamo compreso l’evoluzione di quel Paese che avremmo ancora a lungo descritto coi vecchi schemi. Mentre l’Italia cambiava sotto i nostri occhi. E la diversità, invece che una leva per accelerare lungo la via dell’innovazione, ha finito col divenire rifugio sicuro (temporaneamente sicuro) di una forza che congelava il proprio consenso ma senza disporre di una strategia e soprattutto di un avvenire.

Così, a me pare, sono andate le cose. E però una nota va aggiunta. Nonostante quel vuoto drammatico di idee e di visione del futuro, quel corpo (quel partito) manteneva in vita, in mezzo a mille contraddizioni, una radicale e radicata coscienza di sé. Educava. Formava i suoi quadri. Obbligava per mille vie all’adozione di un codice etico, di una moralità pubblica che (con buona pace di Ricolfi) ha rappresentato un patrimonio inestimabile negli anni delle vacche magre. Insomma, è vero che la politica se ne andava da un’altra parte (politica nel senso del legame culturale, sociale, programmatico con la realtà) ma c’era comunque un nesso che legava quella comunità e la faceva sentire tale. Un’idea di Stato e di servizio. Una concezione volitiva dell’impegno politico. Una comune appartenenza. Poi è iniziata una pellicola diversa. Il crollo della prima Repubblica. La vandea di un’intera classe dirigente. E noi ci siamo salvati. Nella sostanza ci siamo salvati. Ma non per aver complottato coi giudici ai danni di altri. Questo lo pensa Cicchitto. E che lo pensi lui non è cosa che mi impedisce di dormire la notte. Ci siamo salvati per altre ragioni. E soprattutto perché la sinistra (o larga parte di essa) non era parte di quel castello che crollava.

Ma il punto non è qui. Il punto è che passata l’onda, noi abbiamo pensato che una sinistra politicamente spenta (quale noi eravamo) per ripartire dovesse rigenerarsi in un bagno di pragmatismo. Insomma dovessimo abbassare, e di molto, le nostre ambizioni. Col risultato che la buona amministrazione (che è molto ma non il tutto) insieme al dogma del risanamento dei conti pubblici (che è molto ma non il tutto), hanno finito col divenire il tutto. E noi abbiamo perso. Non dico solo per questo. Ma anche per questo. E abbiamo perso perché non è dato un partito, una forza, una coalizione, tenuta insieme solo dalla forza del suo programma. O dalla serietà del suo amministrare. Serve quello. Ma serve un principio di appartenenza, una comune lettura del tempo, un’idea di dove vuoi condurre tradizioni e valori, senza di cui manca il perno intorno al quale tutto il resto ruota. E anche la selezione delle élites, delle classi dirigenti, ne ha risentito. La si può chiamare la funzione pedagogica di un partito. La si può definire in altro modo. Ma il nodo è lì. Che un partito, una comunità di persone, non sta insieme solo nel nome di uno statuto o di un “codice etico”. Ecco, già l’idea di un “codice etico” mette i brividi. Perché il contenuto di quel codice, in teoria, se la comunità di cui sopra esiste per davvero non avrebbe bisogno di esser messo nero su bianco. Dovrebbe funzionare da solo. In automatico. E’ quella cosa per cui se io sono indagato dalla magistratura, non attendo che qualcuno mi segnali la necessità di fermarmi e collocarmi di lato. Lo faccio. Punto. Perché sento che la mia comunità ne ha bisogno. Perché sono parte di qualcosa che non dipende da me, ma che dalle mie scelte può trarre beneficio o danno. E lo stesso vale per i singoli comportamenti. Sento dire che ci sono atteggiamenti e fatti e circostante che non hanno rilevanza penale. Benissimo. Ma il punto non è sempre la rilevanza penale. Se un atto, una decisione, un comportamento, lede la credibilità dell’insieme è buona norma prenderne atto e comportarsi di conseguenza.

Per dirla in modo più chiaro: ecco, noi abbiamo un problema serio, serissimo, di “stile”. Non so neanch’io se sia la parola giusta ma un’altra non me ne viene. “Stile” nel senso di restituire un profilo caldo, umanamente vicino, alle pratiche di una politica che si differenzia, e non in meglio, dalla sensibilità di molti. Davanti a questo dato non basta dire che la società civile è peggio. Sarà pure vero e per mille casi. Ma cosa cambia? E’ la politica che dovrebbe ricostruire con pazienza una tela slabbrata. E se lo facesse, allora anche parlare di giustizia – e di riforma della giustizia – tornerebbe più semplice. Meno ostico. Perché ha ragione Violante nelle cose che dice oggi in una bella intervista a proposito di una uscita di pista del potere di certa magistratura. E lui ne offre una lettura tutta politica di grande rigore nell’analisi. Ma insisto: non se ne esce se la percezione è di una volontà del Parlamento di tacitare giudici scomodi. Servirebbe la saggezza di altre stagioni e la credibilità dei padri costituenti per ristabilire quell’equilibrio dei poteri, e tra i poteri, che la cronaca degli ultimi anni ha passato al tritacarne. Infine, quanto ai media (giornali e televisioni) spero che tutti si sia consapevoli di un’oggettiva verità: non sono comprimari, testimoni, fonti obiettive. Sono protagonisti, al pari degli altri, di questo tormento. Agiscono secondo interessi. Alimentano il fuoco. Lo spengono a comando. Pensano a sé. Il che è pure legittimo. Basta non affidargli in mano le chiavi della nostra democrazia.

Scusate la lunghezza, ma era più o meno quello che sentivo il dovere di scrivere.

Buone cose

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