Crisi: Perchè c’è? Cosa comporta? Chi la voluta?

In questi giorni i giornalisti di Repubblica hanno  consigliato di rileggere “il grande crollo” di J.K. Galbraith.

Un testo fondamentale per capire la crisi del ‘29. Ci si rende conto visto le evidenti e attuali analogie “quanto gli esseri umani spesso non imparino dalla loro storia”.

Ma le crisi hanno sempre diversi aspetti, quello economico, quello sociale e quello storico.

Ecco perchè consigliamo a chi vuole capire l’aspetto sociale delle crisi di leggere “Furore”.

Mentre chi è interssato a quello storico e ai suoi protagonisti, consigliamo la lettura di “In nome della libertà. “Conservatorismo americano e guerra fredda”.

“Furore” fu pubblicato nel 1939 e divenne subito un caso. Anzi il simbolo della Grande CRISI americana del 1929

Il capolavoro di John Steinbeck, è leggendario soprattutto il finale. Quando, al termine della terribile, dolorosa, epica traversata dell´America versa il mito di una sognata California dove tutto dovrebbe essere facile e dove tutto è miserando e difficile, Rose of Sharon, la giovane donna del clan degli Joad, che ha appena perso il suo bambino neonato, offre il latte del suo seno a uno sconosciuto, un poveraccio che sta – letteralmente, come tanti, come gli infiniti poveri di questo libro e di queste storie vere – morendo di fame.

Furore vinse il premio Pulitzer, e fu probabilmente il testo sacro che contribuì a fare del suo autore un eroe letterario e a fargli vincere nel 1962 il Premio Nobel.

L´atmosfera e i tempi erano quelli della battaglia condotta dalla amministrazione di Roosevelt per controllare e smorzare la situazione esplosiva e prerivoluzionaria dei contadini impoveriti dalla crisi, dai ricatti delle banche, dai disastri atmosferici. Ma nella composizione del libro entra anche la presenza e l´amicizia di Tom Collins, la “coscienza” di Furore, la persona che aveva aperto e rivelato a Steinbeck il mondo del lavoro dei braccianti lavoratori a giornata organizzati dalla Resettlement Administration (e Collins fu anche colui che collaborò con Ford sul set del film come “consulente tecnico”).

“Senza Tom”, scrisse Steinbeck, “non avrei potuto cogliere tutti i particolari, e i particolari sono tutto”.

In nome della libertà  “Conservatorismo americano e guerra fredda”

Un vasto movimento anti-statalista ed anti-New Deal fiorì tra la fine della seconda guerra mondiale e gli ultimi anni Cinquanta negli Stati Uniti.

Questo movimento, che è definito genericamente conservatore e che fu strenuamente anti-comunista, raccolse le tre principali componenti che si opponevano al New Deal e alla sua eredità statalista: i conservatori tradizionalisti, il cui pensiero poneva l’accento sulla tradizione religiosa e comunitaria americana (Kirk, Hallowell, Weaver, Viereck, Vivas, Lippmann, Nisbet, Strauss, Voegelin); i liberali classici, che ripresero l’iniziativa politica grazie anche alla presenza negli Stati Uniti di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek e che si battevano per il ripristino pieno della logica del libero mercato; infine, i libertarians, eredi della Old Right americana e del pensiero di Albert J. Nock (cui è dedicato il primo capitolo), assertori anch’essi della superiorità del capitalismo e strenui isolazionisti (Chodorov, Flynn, Rothbard), perché convinti che tutte le guerre, compresa la guerra fredda, rafforzassero i poteri dello Stato e danneggiassero le libertà individuali.

Infine, l’ultimo capitolo è dedicato a quella vasta congerie di personalità e di riviste conservatrici che presero posizione contro lo statalismo e i compromessi americani con l’Unione Sovietica.

Per capire Meglio:

La Old Right americana e del pensiero di Albert J. Nock.

A. J. Nock sin dalla suo primo apparire (1920) e poi più intensamente nel corso degli anni Trenta partendo dall’assunto che lo Stato, ogni Stato è una organizzazione per la «conquista», e per questo «antisociale» e «criminale» condannò la politica dell’impegno «internazionale» di Wilson.

Gli isolazionisti più influenti raccolti attorno al America First Comitee che si opposero al coinvolgimento politico e militare del paese nel secondo conflitto mondiale intravidero nel New Deal di Roosevelt una simmetrica applicazione in politica economica dello statalismo che aveva ispirato l’interventismo di Wilson.

In una dialettica Stato – individuo in cui l’individuo è considerato fonte di libertà e di benessere, ogni espansione e centralizzazione dello Stato è da scongiurare sia negli affari esteri che in quelli interni, allo Stato deve competere solo la tutela e la conservazione dei «valori» fondativi.

«Liberalisti» ed «isolazionisti» segnavano in questo modo la loro avversione alla cultura politica Europea pregna di «statalismo» e avanzavno il loro programma di conservazione delle origini americane, individualistiche e «selvaggiamente» antistatali.

Va ricordato anche il clamore suscitato dal libro As we go Marching (1944), in cui estremizzando la logica «antistatalista» e «libertaria» John T. Flynn formulava l’accostamento tra Roosevelt e Mussolini.

Il New Deal agli occhi di Flynn non era dissimile dal programma politico contenuto nel proclama di San Sepolcro della prima fascista. Pianificare la produzione, occuparsi della qualità, dei prezzi, e dei salari era il metodo tanto del New Deal quanto dello stato «corporativo» fascista.

L’Autore:
Antonio Donno è professore ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali nel Corso di Laurea in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali dell’Università del Salento e docente della stessa disciplina nella laurea magistrale della Facoltà di Scienze Politiche della Luiss “G. Carli” di Roma. Americanista di formazione, ha pubblicato molti volumi e articoli sulla politica degli Stati Uniti nel Medio Oriente e sulle relazioni israelo-americane.

Il suo ultimo volume è In nome della libertà. Conservatorismo americano e guerra fredda (Firenze, Le Lettere, 2004).

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