Archivio per 15 dicembre 2008

Crisi: Perchè c’è? Cosa comporta? Chi la voluta?

In questi giorni i giornalisti di Repubblica hanno  consigliato di rileggere “il grande crollo” di J.K. Galbraith.

Un testo fondamentale per capire la crisi del ‘29. Ci si rende conto visto le evidenti e attuali analogie “quanto gli esseri umani spesso non imparino dalla loro storia”.

Ma le crisi hanno sempre diversi aspetti, quello economico, quello sociale e quello storico.

Ecco perchè consigliamo a chi vuole capire l’aspetto sociale delle crisi di leggere “Furore”.

Mentre chi è interssato a quello storico e ai suoi protagonisti, consigliamo la lettura di “In nome della libertà. “Conservatorismo americano e guerra fredda”.

“Furore” fu pubblicato nel 1939 e divenne subito un caso. Anzi il simbolo della Grande CRISI americana del 1929

Il capolavoro di John Steinbeck, è leggendario soprattutto il finale. Quando, al termine della terribile, dolorosa, epica traversata dell´America versa il mito di una sognata California dove tutto dovrebbe essere facile e dove tutto è miserando e difficile, Rose of Sharon, la giovane donna del clan degli Joad, che ha appena perso il suo bambino neonato, offre il latte del suo seno a uno sconosciuto, un poveraccio che sta – letteralmente, come tanti, come gli infiniti poveri di questo libro e di queste storie vere – morendo di fame.

Furore vinse il premio Pulitzer, e fu probabilmente il testo sacro che contribuì a fare del suo autore un eroe letterario e a fargli vincere nel 1962 il Premio Nobel.

L´atmosfera e i tempi erano quelli della battaglia condotta dalla amministrazione di Roosevelt per controllare e smorzare la situazione esplosiva e prerivoluzionaria dei contadini impoveriti dalla crisi, dai ricatti delle banche, dai disastri atmosferici. Ma nella composizione del libro entra anche la presenza e l´amicizia di Tom Collins, la “coscienza” di Furore, la persona che aveva aperto e rivelato a Steinbeck il mondo del lavoro dei braccianti lavoratori a giornata organizzati dalla Resettlement Administration (e Collins fu anche colui che collaborò con Ford sul set del film come “consulente tecnico”).

“Senza Tom”, scrisse Steinbeck, “non avrei potuto cogliere tutti i particolari, e i particolari sono tutto”.

In nome della libertà  “Conservatorismo americano e guerra fredda”

Un vasto movimento anti-statalista ed anti-New Deal fiorì tra la fine della seconda guerra mondiale e gli ultimi anni Cinquanta negli Stati Uniti.

Questo movimento, che è definito genericamente conservatore e che fu strenuamente anti-comunista, raccolse le tre principali componenti che si opponevano al New Deal e alla sua eredità statalista: i conservatori tradizionalisti, il cui pensiero poneva l’accento sulla tradizione religiosa e comunitaria americana (Kirk, Hallowell, Weaver, Viereck, Vivas, Lippmann, Nisbet, Strauss, Voegelin); i liberali classici, che ripresero l’iniziativa politica grazie anche alla presenza negli Stati Uniti di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek e che si battevano per il ripristino pieno della logica del libero mercato; infine, i libertarians, eredi della Old Right americana e del pensiero di Albert J. Nock (cui è dedicato il primo capitolo), assertori anch’essi della superiorità del capitalismo e strenui isolazionisti (Chodorov, Flynn, Rothbard), perché convinti che tutte le guerre, compresa la guerra fredda, rafforzassero i poteri dello Stato e danneggiassero le libertà individuali.

Infine, l’ultimo capitolo è dedicato a quella vasta congerie di personalità e di riviste conservatrici che presero posizione contro lo statalismo e i compromessi americani con l’Unione Sovietica.

Per capire Meglio:

La Old Right americana e del pensiero di Albert J. Nock.

A. J. Nock sin dalla suo primo apparire (1920) e poi più intensamente nel corso degli anni Trenta partendo dall’assunto che lo Stato, ogni Stato è una organizzazione per la «conquista», e per questo «antisociale» e «criminale» condannò la politica dell’impegno «internazionale» di Wilson.

Gli isolazionisti più influenti raccolti attorno al America First Comitee che si opposero al coinvolgimento politico e militare del paese nel secondo conflitto mondiale intravidero nel New Deal di Roosevelt una simmetrica applicazione in politica economica dello statalismo che aveva ispirato l’interventismo di Wilson.

In una dialettica Stato – individuo in cui l’individuo è considerato fonte di libertà e di benessere, ogni espansione e centralizzazione dello Stato è da scongiurare sia negli affari esteri che in quelli interni, allo Stato deve competere solo la tutela e la conservazione dei «valori» fondativi.

«Liberalisti» ed «isolazionisti» segnavano in questo modo la loro avversione alla cultura politica Europea pregna di «statalismo» e avanzavno il loro programma di conservazione delle origini americane, individualistiche e «selvaggiamente» antistatali.

Va ricordato anche il clamore suscitato dal libro As we go Marching (1944), in cui estremizzando la logica «antistatalista» e «libertaria» John T. Flynn formulava l’accostamento tra Roosevelt e Mussolini.

Il New Deal agli occhi di Flynn non era dissimile dal programma politico contenuto nel proclama di San Sepolcro della prima fascista. Pianificare la produzione, occuparsi della qualità, dei prezzi, e dei salari era il metodo tanto del New Deal quanto dello stato «corporativo» fascista.

L’Autore:
Antonio Donno è professore ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali nel Corso di Laurea in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali dell’Università del Salento e docente della stessa disciplina nella laurea magistrale della Facoltà di Scienze Politiche della Luiss “G. Carli” di Roma. Americanista di formazione, ha pubblicato molti volumi e articoli sulla politica degli Stati Uniti nel Medio Oriente e sulle relazioni israelo-americane.

Il suo ultimo volume è In nome della libertà. Conservatorismo americano e guerra fredda (Firenze, Le Lettere, 2004).

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Abruzzo:”Vince” L’astensione. E perde la Democrazia

Vince l’astensionismo, crolla l’affluenza.

Urne chiuse dopo le 15 in Abruzzo per eleggere il successore di Ottaviano del Turco.

I primi dati registrano un trend negativo nell’affluenza ai seggi: un calo di 10 punti percentuali rispetto alle passate elezioni.

Con due anni di anticipo nella regione abruzzese si è tornati al voto per eleggere il nuovo presidente della Giunta: chi vincerà queste elezioni guiderà la nona legislatura 2008/2013.

In vantaggio, secondo una prima proiezione, sarebbe il candidato presidente del Pdl, Gianni Chiodi, rispetto al candidato del Pd-Idv, Carlo Costantini.

La proiezione è stata realizzata dall’emittente televisiva Rete8, su un campione di 100 sezioni su 1625.

Secondo tale proiezione il candidato del Pdl sarebbe al 48,75%, mentre Costantini sarebbe al 42%.

Il margine di errore previsto per tale proiezione è del 4%.

Per quanto riguarda i dati sugli altri quattro candidati in corsa per il governo regionale: Rodolfo De Laurentiis (Udc-Udeur) 5,25%; Teodoro Buontempo (La Destra) 2,50%; Ilaria del Biondo (partito dei Comunisti lavoratori) 1,00%; Angelo Di Prospero (Per il bene comune) 0,50%.

Le Dichiarazioni di Del Turco:

L’ex governatore abruzzese, Ottaviano del Turco, le cui dimissioni hanno determinato il ritorno al voto, ha confermato di non aver votato Carlo Costantini (Idv), candidato presidente per il centrosinistra.

Del Turco era stato, assieme ad altre persone, arrestato lo scorso 14 luglio nell’ambito di un’inchiesta su presunte tangenti nella sanità regionale.

Del Turco: Non escludo candidatura col Pdl alle Europee. L’ex governatore Del Turco, in una intervista al Corriere della Sera, apre alla possibilità di candidarsi con alle prossime Europee con il Popolo della libertà. “Voglio tornare a fare politica – spiega Del Turco – ovunque sia possibile farlo da riformista’.

Il Pdl, secondo Del Turco, “non è  schiacciato dal peso di Berlusconi: davanti ad una questione come quella della riforma della giustizia c’è dialettica, c’è spazio per le idee”.

Il Pdl, però, per bocca del coordinatore regionale Filippo Piccone, fa sapere di non aver mai preso in considerazione la candidatura dell’ex governatore alle Europee.

Deluso dal Pd e da Veltroni (“in cinque mesi non l’ho mai sentito. Mai. Non una telefonata, un sms, un bigliettino”).

Del Turco non ha dubbi sulle regionali: “posso dire chi perde di sicuro: Veltroni. Faccio un ragionamento: se, come dicono molti giornali vincerà Chiodi (Pdl) a perdere sarà chiaramente Veltroni”.

Se vincesse Costantini (Pd e Idv) invece? “sarebbe sempre Veltroni, il grande sconfitto. Perché, per tutti, l’artefice della vittoria sarebbe Di Pietro”.

Riflessione:

“Viviamo tutti sotto il medesimo cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte (Konrad Adenauer) .”

A parte le parole di Del Turco, che riportiamo per dovere di informazione, e vanno lette come quelle di un uomo fortemente amareggiato.

Il dato politico che ci interessa è che queste elezioni danno un segnale forte e chiaro ” le persone sono stanche, di essere prese in giro”.

Siamo in piena crisi economica e nessuno si occupa dei problemi veri, tutto sembra rimanere sospeso per aria.

La sensazione che ho leggendo i giornali e andando in rete nei vari blog dei politici ( e qui per la verità non c’è molta differenza fra destra e sinistra), è quella del messaggio senzazionale, quasi radicale……uno di quei messaggio che se lo proclami al BAR sotto casa la gente ti misura la febbre.

Tutti scoprono la crisi, tutti lanciano ricette, tutti dicono che l’avversario è inadeguato al momento economico che staimo vivendo, MA NESSUNO SI DOMANDA, IO DEVE ERO?.

Paradossalmente, i soliti noti di sempre sono divisi fra famiglia e lavoratori, AIUTIAMO LA FAMIGLIA…..AIUTIAMO I LAVORATORI………..Con la crisi in atto, bisogna aiutare i cittadini che sono membri della famiglia e lavoratori.

Purtroppo, anche nelle nostre fila il passato ha fatto danni irreversibili, c’è chi crede ancora che la “classe operaia vada direttamente in paradiso”. Ma non è così, oggi l’operaio è prima di tutto un individuo singolo che lotta nel mare della globalizzazione.E’ l’individuo, che deve saper reagire ai cambiamente imposti da altri. E’ lindividuo che è alienato dalla società che gli impone un modello di vita precario, il posto di lavoro, non aliena più nessuno proprio perchè precario e non stabile. Nelle società moderne vivi ai margini se non sei inserito nella socialità del quotidiano, ma per non essere emarginato devi essere conforme a uno standars imposto. Il lavoro diventa dunque la prima fonte di inclusione sociale perchè ti permette di adeguarti agli standars comuni.

Le ricette del secolo scorso non servono più, oggi bisogna guardare all’uomo e alle sue condizioni di vita materiale all’interno della comunità in cui vive. E questo indipendentemente dal lavoro che svolge.

Non possiamo vivere in una società smembrata nelle sue fondamenta e pensare che:

– se i padri prendono la pensione, lo fanno sulle spalle dei figli perchè aumenta il debito pubblico,

– se i padri lvorano, tolgono un posto di lavoro ai loro figli,

– se i padri in quanto avanti con l’età si ammalano, questo ricadrà sulle spalle dei figli perchè devono pagare la sanità,

I padri e le madri hanno procreato i figli, creando quel nucleo umano chiamato famiglia, è nella loro natura tutelarli e proteggerli. QUINDI NON E’ NELLA NATURA DEI GENITORI FAR SOFFRIRE I PROPRI FIGLI.

Solo se sapremo “ampliare lo sguardo” possiamo vedere ciò che il secolo passato ci ha tenuto nascosto.

Sarà in grado, l’uomo sociale, che è animale politico per natura, di ritrovare il suo ambiente naturale?

” L’astensione dal voto politico, uccide la democrazia del  popolo, e agevola la democrazia autoritaria quella guidata dagli oligarchi. La Repubblica Democratica guidata dagli oligarchi, snatura i partiti politici che diventano macchine al servizio dell’elitismo (Anonimo dal Web).”

“Ogni partito esiste per il popolo e non per se stesso (Konrad Adenauer)“.

Crisi: La marea dei cassa integrati

Fiat, cassa integrazione per 50mila dipendenti.

Da oggi «ferie forzate» per quasi 50mila addetti del Gruppo Fiat, che fino al 12 gennaio saranno in cassa integrazione.

Una fermata, che coinvolge praticamente tutti gli stabilimenti italiani del Gruppo torinese.

Il mercato italiano dell’auto che, a novembre, ha registrato una flessione del 29,46%, è investito dalla crisi che ha toccato a livello mondiale il settore.

Domani a Torino è previsto l’incontro, programmato da tempo, tra azienda e sindacati per discutere dell’integrativo ma, come sottolinea Giorgio Airaudo della Fiom torinese, «sarà inevitabile parlare di quanto sta avvenendo. È un incontro che avviene a fabbriche chiuse e questo non è un segnale positivo».

Ma, secondo Airaudo, «il vero epicentro della crisi è l’indotto dell’auto, che a Torino per il 40-50% lavora per Fiat ma per il restante 50% per Peugeot, Renault, Bmw». E l’indotto è concentrato in gran parte nella provincia di Torino, per un totale di 75.000 addetti di aziende che, negli ultimi tre mesi, hanno registrato un calo del fatturato del 50%.

«La chiusura di Mirafiori colpisce – ha detto ancora Airaudo – ma la vera situazione drammatica riguarda l’indotto».

Usa, dati macro migliori del previsto

Di nuovo in frenata la produzione industriale americana.

A novembre si è registrato un calo dello 0,6%, legato soprattutto alla crisi del settore auto.

Il dato è comunque migliore delle aspettative (si attendeva infatti un -1%). È la terza volta in quattro mesi che il dato ha davanti il segno meno.

L’unica eccezione c’è stata ad ottobre, con il rimbalzo (il dato è stato rivisto a +1,5% da +1,3%) legato alla ripresa di attività post-uragani.

In calo ma meglio delle attese anche l’indice Empire State Manufacturing che è peggiorato in dicembre molto meno di quanto atteso: a -25,76 punti dai -25,43 di novembre e contro stime che indicavano una discesa a -27 punti.

Per l’indicatore si tratta in ogni caso del nuovo minimo assoluto.Lo rende noto la Fed di New York, precisando che sono migliorati i sottoindici relativi ai nuovi ordini (a -20,78 da -22,21) e all’occupazione (a-23,40 da -28,92), mentre quello sui prezzi registrati a monte è passato a -11,70 da +6,02.

Cattive notizie invece sul fronte del surplus della bilancia dei capitali di lungo periodo degli Stati Uniti. Ad ottobre il dato è calato a 1,5 miliardi di dollari, da 65,4 miliardi di settembre (dato rivisto).

I dati sono stati diffusi dal Dipartimento del Tesoro Usa. Se si tiene conto anche dei titoli di breve periodo, il surplus si è attestato a 286,3 miliardi, oltre il doppio del mese prima.

Approfondimenti:

Napolitano: made in Italy dà fiducia ma non nascondiamo problemi

L’alleanza Tokyo-Pechino per proteggere la Corea


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