Crisi:Perché è sbagliato tornare all’interventismo di Keynes

Fonte: Edmund Phelps – Il Corriere della Sera  ( dal sito del PD Nazionale)

Di quale teoria possiamo avvalerci per uscire dall’imminente recessione in modo rapido ed efficace?

Usare la «nuova teoria classica» delle fluttuazioni nata a Chicago negli anni Settanta — che incorpora i modelli di «gestione del rischio» — è inimmaginabile, dato che con il crollo dei prezzi degli asset è proprio questa teoria a essersi dimostrata errata.

Alcuni hanno pensato di rivolgersi a John Maynard Keynes.

Le sue riflessioni sui rischi e sulle speculazioni sono acute, ma la sua teoria sull’occupazione è problematica e le soluzioni politiche «keynesiane» sono, nel migliore dei casi, discutibili.

Le banche hanno parlato della discesa dei prezzi delle case come se fosse la conseguenza di un qualche shock.

Secondo i loro modelli, sono shock casuali a far deviare il prezzo degli asset dai valori previsti.

In realtà non sono stati terremoti, periodi di siccità o altri fattori esterni a provocare la caduta dei prezzi. La causa principale è stata una previsione basata su modelli del tutto erronei.

Gli speculatori e gli acquirenti di case, pensando che gli affitti o i costi di costruzione sarebbero saliti, contavano sul fatto che nel futuro il prezzo delle case sarebbe aumentato e questo provocava anche un aumento di prezzo delle case esistenti.

Ma nel corso degli anni né gli affitti né i costi (in termini reali) sono cambiati.

In una situazione del genere, i prezzi (reali) prima o poi devono tornare a scendere.

Questo era il mondo di Keynes. A Cambridge, nel suo Treatise on Probability, Keynes mostrò come un investitore debba tenere conto di circostanze non note.

A Londra gestì un fondo con O. T. «Foxy» Falk e si arricchì, ma fu poi colto di sorpresa dal crollo dei prezzi delle materie prime all’inizio del 1929. Si rese conto così della fragilità delle certezze degli investitori.

Quando gli investitori cominciano a ritirarsi, il prezzo dei beni, che in precedenza aumentava, dapprima fluttua, e alla fine precipita insieme alle convinzioni su cui si basava.

Nella Teoria generale del 1936 Keynes affermò che il prezzo degli asset era determinante per l’occupazione.

Se un cambiamento nel modo di sentire della gente provoca il crollo dei prezzi degli asset (insieme a quello delle azioni e delle case), gli investimenti si riducono e l’occupazione si contrae (aumenta la disoccupazione), soprattutto nelle industrie di beni capitali (capital goods).

Sfortunatamente, da allora nulla andò più bene. Keynes fece un grave errore, non distinguendo tra una caduta dei prezzi degli asset dovuta a cause monetarie — un aumento esogeno, o autonomo, della domanda di denaro — e una caduta dovuta a cause che non hanno nulla a che fare con l’offerta e la domanda di denaro — ma dipendono, per esempio, da una minore fiducia negli investimenti azionari o nel settore immobiliare.

Il primo fenomeno potrebbe essere risolto con mezzi monetari: la banca centrale potrebbe accrescere l’offerta di denaro, risollevando così il prezzo degli asset senza trascinare gli altri prezzi e i salari in un’inutile spirale di aumenti.

La recente crisi della speculazione sugli immobili è però un fenomeno non monetario: deve esserci un calo dei prezzi delle case, in termini monetari, rispetto a quelli dei beni di consumo.

Keynes sosteneva che l’aumento dell’offerta di denaro potrebbe funzionare anche in questo caso: i lavoratori non sono consapevoli che altrove i salari per lavori analoghi sono saliti come i loro e si astengono quindi dal richiedere salari alti quanto prima, in termini reali; in questo modo le assunzioni sono incentivate e l’occupazione torna a crescere.

Ma continuare a sostenere una ripresa di questo tipo richiederebbe di sicuro un aumento senza fine dei salari, che continui a precedere le aspettative una prospettiva poco attraente.

Keynes pensava sempre di più a misure non monetarie per cambiare il nuovo equilibrio non monetario derivante da una perdita di fiducia degli investitori.

Riteneva che anche la domanda dei consumatori incentivasse l’occupazione.

Un aumento della domanda incoraggia, in un primo tempo, le aziende ad aumentare la produzione e ad assumere un maggior numero di lavoratori.

Ma in un’economia aperta quest’incentivo sarebbe di stimolo soprattutto per i paesi esteri.

Nell’economia globale, l’aumento della domanda dei consumatori farebbe solo aumentare i tassi d’interesse, spianando la strada al calo dei prezzi reali degli asset, degli investimenti e dei salari.

Keynes poneva l’accento sull’investimento come leva per aumentare l’occupazione.

Secondo questa teoria, si potevano stimolare gli investimenti privati attraverso sgravi fiscali, o aiuti alle nuove aziende o a chi assume. Keynes vedeva con favore gli investimenti da parte dello Stato o di imprese statali.

Gli americani, con i loro aeroporti da incubo e i ponti che crollano, accoglierebbero volentieri la realizzazione di nuove «infrastrutture».

Ci si deve chiedere, però, se un massiccio spostamento di investimenti dai privati allo Stato non soffochi la creazione, lo sviluppo e l’adozione di idee innovative da immettere sul mercato.

La teoria del capitalismo si basa sulla diversità delle fonti da cui possono scaturire nuove idee commerciali, sulla varietà dei gruppi di imprenditori disposti a investire, delle risorse finanziarie — angel investors, venture capitalists e altri — e degli utenti.

E si basa anche sull’importante presupposto che i proprietari di imprese finanziarie e commerciali non debbano render conto a nessuno (se non alla propria coscienza) — e siano quindi liberi di usare il loro intuito, una condizione molto diversa da quella di rigido controllo a cui devono giustamente sottostare i funzionari dello Stato.

Un considerevole aumento della presenza del governo nel settore degli investimenti potrebbe quindi limitare l’innovazione e abbassarne la qualità.

Continueremmo a essere in crisi.

Alla fine della vita Keynes disse all’amico Friedrich Hayek che intendeva riesaminare la sua teoria in un libro successivo. Sarebbe andato oltre.

L’ammirazione che noi tutti nutriamo per l’enorme contributo di Keynes non dovrebbe trattenerci dall’andare oltre.

*Premio Nobel per l’Economia 2006
Traduzione di Maria Sepa

Approfondimenti:

Edmund Phelps

Edmund Phelps: “Non c’è progresso senza rischi!” 27.08.2007

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