Crisi:JOSEPH STIGLITZ “Serve una nuova Bretton Woods”

Fonte: La Repubblica.it Speciale finanza del 10 Novembre 2008 pag.3

Il mondo sta precipitando in un rallentamento globale di ingente portata, con ogni probabilità il più grave in un quarto di secolo, forse addirittura dai tempi della Grande Depressione.

La crisi è made in America per parecchi motivi. L’America ha esportato in tutto il mondo i suoi mutui tossici, sotto forma di titoli garantiti da asset.

Ha esportato ovunque la sua filosofia di libero mercato deregolamentato, che perfino il suo sommo promotore,

Alan Greenspan, ammette essere stata un errore.a esportato la sua cultura dell’irresponsabilità per le corporation, di stock option non trasparenti che favoriscono quel tipo di pessima amministrazione che ha rivestito un ruolo di primo piano in questa débacle, proprio come è accaduto per gli scandali Enron e Worldcom alcuni anni fa. Infine,l’America ha esportato la propria crisi economica.

(Il presidente della Banca Centrale Bernanke (a destra), il suo predecessore Greenspan e il debito pubblico che cresce.)

L’Amministrazione Bush si è una buona volta risolta a fare ciò che ogni economista la esortava a fare da tempo: immettere più capitali nelle banche.

Tuttavia come sempre accade – il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, e il segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Henry Paulson, quasi certamente è riuscito a mandare a monte perfino questa buona iniziativa: pare infatti che abbia escogitato un modo per ricapitalizzare le banche senza che ne consegua obbligatoriamente la ripresa del prestito, il che sarebbe di cattivo auspicio per l’economia.

Cosa ancora più importante è che i termini pattuiti da Paulson per il capitale fornito alle banche americane sono di gran lunga meno favorevoli di quelli spuntati dal primo ministro britannico Gordon Brown (per non parlare di quelli fissati da Warren Buffet per immettere una somma di gran lunga inferiore nella più solida banca di investimenti americana, la Goldman Sachs).

I prezzi delle azioni dimostrano che gli investitori sono davvero convinti di aver fatto un buon affare.

Una delle ragioni per preoccuparsi del pessimo affare che in realtà stanno per concludere i contribuenti americani è l’incombente e minaccioso debito della nazione.

Addirittura prima della crisi finanziaria, si era stimato che il debito nazionale americano sarebbe salito dai 5,7 trilioni di dollari del 2001 a più di 9 trilioni quest’anno. Il deficit di questo solo anno, invece, si avvicinerà al mezzo trilione di dollari, e quello dell’anno prossimo sarà ancora più grosso, tenuto conto che la flessione americana peggiorerà.

All’America occorre un pacchetto bello consistente di incentivi.

Nondimeno, i conservatori tributari di Wall Street (ebbene sì, proprio i medesimi che ci hanno precipitato in questa crisi) adesso inviteranno a contenere il deficit (memori di Andrew Mellon durante la Grande Depressione).

Ormai la crisi è dilagata, come previsto, nei mercati emergenti e nei Paesi meno sviluppati. Per quanto singolare possa sembrare, l’America a dispetto di tutti i suoi problemi è tuttora considerata il luogo più sicuro nel quale investire i propri soldi.

Ciò non deve stupire più di tanto – credo – perché nonostante tutto una garanzia del governo americano gode in ogni caso di maggiore credibilità rispetto alla garanzia di un Paese del Terzo mondo.

Mentre l’America attira e assorbe i risparmi di tutto il mondo per porre rimedio ai propri problemi, mentre i premi di rischio si impennano, mentre le entrate globali, gli scambi commerciali e i prezzi all’ingrosso calano, i Paesi in via di sviluppo devono far fronte a tempi molto duri.

Alcuni di loro – quelli che avevano grossi deficit commerciali già prima che la crisi colpisse, quelli con pesanti debiti nazionali da ripianare assolutamente, e quelli che hanno stretti rapporti commerciali con gli Stati Uniti – quasi certamente soffriranno più di altri.

Quanto ai Paesi che non hanno liberalizzato completamente i loro capitali e i loro mercati finanziari, per esempio la Cina, saranno felici e riconoscenti constatando di aver fatto bene a non accogliere gli inviti di Paulson e del Tesoro americano a fare proprio ciò.

In molti stanno già rivolgendosi per aiuti al Fondo Monetario Internazionale. La vera preoccupazione è che almeno in taluni casi il Fmi possa far ritorno ai suoi usuali espedienti, rivelatisi nel tempo disastrosi come la contrazione fiscale e monetaria , che non farebbero altro che esacerbare le disparità globali.

Mentre i Paesi sviluppati si impegnano nella stabilizzazione di politiche anticicliche, i Paesi in via di sviluppo sarebbero obbligati a varare politiche destabilizzanti, allontanando i capitali da dove sarebbero maggiormente necessari.

Dieci anni fa, all’epoca della crisi finanziaria in Asia, si discusse molto della necessità di riformare la compagine finanziaria globale.

Poco pochissimo anzi, come è ormai palese è stato fatto. All’epoca molti pensarono che simili nobili sollecitazioni fossero un tentativo deliberato di scongiurare le vere riforme: quelli che avevano operato bene con il vecchio sistema sapevano che la crisi sarebbe passata e insieme a essa sarebbe caduta ogni istanza di riforma.

Non possiamo permettere che ciò accada di nuovo.

Potrebbe rendersi necessaria una nuova “Bretton Woods”. Le vecchie organizzazioni hanno ammesso la necessità di procedere a riforme, ma si stanno muovendo molto a rilento. Non hanno fatto nulla di concreto per scongiurare l’attuale crisi. E adesso non mancano le preoccupazioni sulla loro effettiva capacità di reagire, ora che la crisi è arrivata.

Ci sono voluti 15 anni e una guerra mondiale perché il mondo si unisse per prendere di petto i punti deboli del sistema finanziario globale che aveva contribuito a provocare la Grande Depressione.

Non resta che auspicare che non debba occorrere altrettanto adesso: considerato l’attuale livello di interdipendenza globale, i costi sarebbero semplicemente esorbitanti e insostenibili.

Tuttavia, se Stati Uniti e Gran Bretagna dominarono la scorsa conferenza di Bretton Woods, c’è da tener conto che l’odierno panorama globale è completamente diverso.

Parimenti, le vecchie organizzazioni create a Bretton Woods furono caratterizzate da una sfilza di dottrine economiche che si sono rivelate fallimentari non soltanto nei Paesi in via di sviluppo, ma finanche nella terra d’origine del capitalismo.

L’imminente summit globale dovrà assolutamente affrontare queste nuove realtà se come è doveroso – dovrà impegnarsi per creare un sistema finanziario globale più stabile e più equo.

Traduzione di Anna Bissanti

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