Crisi dell’economia mondiale:Paolo Sylos Labini le aveva previste nel 2003

Paolo Sylos Labini è stato uno dei notri più grandi economisti.

Labini uomo di scienza rigoroso e metodico seppe prevedere la crisi economica che oggi e scoppiata nel mondo.

Labini non fu solo un economista, ma fu anche un intellettuale vero e libero, non si tiro indietro dal criticare i leader di centro sinistra per atteggiamenti secondo lui non consoni.

Labini è stato uomo di scienza rigoroso e cittadino profondo per l’alto senso civico, un esempio e un modello positivo per le nuove classi dirigenti di questo paese.

Breve Biografia Fonte Wikipedia.

In estratto – il link per scaricare il file in pdf completo, lo trovate in fondo al post.

Le prospettive dell’economia mondiale di Paolo Sylos Labini

Moneta e Credito, n. 223, settembre 2003.In una relazione sulle prospettive dell’economia mondiale, che presentai nell’aprile del 2002 a un convegno della Cgil e che poi fu pubblicata da Il Ponte (maggio 2002), esprimevo gravi preoccupazioni sulle prospettive dell’economia americana, che condiziona fortemente le economie degli altri paesi e, in particolare, quelle europee.

La mia diagnosi fu giudicata da molti pessimista, ma i fatti, finora, mi hanno dato ragione.

Oggi la mia diagnosi è ancora più pessimista, ma, giusta o sbagliata che sia, essa si fonda non su intuizioni o sul fiuto, bensì su un’analisi approfondita.

L’aumento della diseguaglianza nella distribuzione del reddito negli anni Venti e negli anni Novanta del secolo scorso.

Quando aumenta la disuguaglianza distributiva sorgono almeno due problemi: si indebolisce la domanda di beni di consumo e vengono alimentate le operazioni speculative e i debiti contratti per finanziarle.

I compensi dei dirigenti delle grandi imprese oligopolistiche. L’andamento dei prezzi.

Negli ultimi anni la disuguaglianza distributiva negli Stati Uniti è stata accentuata da un fattore particolare: i lauti compensi che si autoassegnano i dirigenti di varie grandi imprese oligopolistiche o nella forma di stipendi assai elevati o di premi o di azioni gratuite; questi dirigenti in diversi casi si sono avvalsi della complicità di grandi società di controllo, che hanno acconsentito a truccare i bilanci occultando le perdite, imputabili, in primo luogo, all’avversa congiuntura e poi a quei lauti compensi, che negli ultimi anni non erano più sostenuti dai profitti. In ogni modo – scrivevo nella mia monografia sull’oligopolio (1956; 1964, pp. 150-51)

– i profitti superiori alla norma delle grandi imprese oligopolistiche in parte almeno vengono trasformati in
«stipendi molto elevati che i dirigenti assegnano a se stessi. In un mondo dominato da grossi complessi oligopolistici questi stipendi non servono semplicemente a remunerare le prestazioni di uomini 270 Moneta e Credito dotati di capacità particolari o addirittura eccezionali e tanto meno sono correlati con una problematica “produttività marginale” di tali prestazioni; questi stipendi, in realtà, incorporano una parte degli extraprofitti di oligopolio e servono a qualificare lo “status” dei dirigenti: divengono quindi quasi una “necessità” del sistema. Se tutte le grandi società per azioni seguono una condotta, sotto questo
aspetto, collusiva, la fetta degli extra-profitti oligopolistici che viene ad avere una tale destinazione può divenire grande».

I debiti.

Con riferimento all’America sono da considerare quattro tipi di debiti: debito pubblico, debito delle imprese, debito delle famiglie, debito estero; è poi fondamentale la distinzione fra debiti a breve e a lungo termine, che quando diventano difficili da ripagare vengono chiamati immobilizzi. In America i debiti privati e il debito estero hanno raggiunto livelli patologici, mentre il debito pubblico solo da poco suscita preoccupazioni. Il problema fondamentale dell’economia americana sta proprio nei debiti, che oggi hanno assunto ampie dimensioni. È il risultato di vari fattori, economici – fra cui la politica liberale della banca centrale e gli abusi di diverse grandi imprese – e non economici – come la guerra in Iraq e l’occupazione di quel paese. Quello dei debiti, durante la grande depressione degli anni Trenta, venne considerato come un problema di primaria importanza da diversi grandi economisti, fra cui spiccano i nomi di Irving Fisher e Luigi Einaudi. Il problema diventa assai grave se i prezzi diminuiscono notevolmente, come allora accadeva, giacché quella diminuzione ne fa aumentare il peso reale. Oggi i prezzi non calano, ma il problema dei debiti si pone anche con prezzi stabili. Già al principio degli anni Ottanta Hyman Minsky (1982) aveva elaborato in modo sistematico una teoria dell’instabilità finanziaria fondata sull’indebitamento. Oggi però del problema dei debiti si parla assai poco; per quanto ne so, a discuterlo in modo sistematico siamo stati sei economisti: l’inglese Wynne Godley, gli americani James Galbraith e Paul Krugman; da noi, Luigi Pasinetti, Pierluigi Ciocca e io. Occorre ricordare anche due italiani, Giacomo Vaciago, che nel 1993 discusse le relazioni fra debito pubblico e debito privato, e Ugo Sacchetti, che nel 1999 analizzò il problema del debito delle famiglie e quello del debito estero degli USA.  Nel 1934 Luigi Einaudi nella Riforma sociale (p. 13), da lui diretta, cominciava così un suo articolo intitolato “Debiti”: «Non riesco a prendere sul serio chi si lamenta o parla di crisi e non discorre di debiti ». Sono d’accordo, non solo se si fa riferimento al tempo di Einaudi ma anche se ci riferiamo al nostro tempo. Godley ha esaminato con grande attenzione l’andamento in America dei debiti privati – famiglie e imprese – e del debito estero, specialmente in un articolo scritto con Alex Izurieta e apparso nel fascicolo del luglio 2001 del Levy Economics Institute. L’analisi di Godley si ricollega a quella di Minsky, che nei programmi del Levy Institute ha svolto un ruolo fondamentale.

I debiti a breve e a lungo termine.

Il capitalismo moderno si fonda sui debiti – più precisamente il processo di accumulazione non è neppure concepibile senza debiti, giacché l’autofinanziamento nel complesso è insufficiente e non può riguardare
tutte le imprese. D’altra parte le imprese che ottengono profitti in eccesso ai loro bisogni di autofinanziamento possono darli in prestito ad altre imprese, o direttamente o attraverso le banche, le
quali, dal canto loro, possono far prestiti trasformando titoli di credito in mezzi monetari in misura che va ben oltre i prestiti ricevuti dai clienti, imprese o famiglie. Il debito, strumento insostituibile dell’accumulazione, deve essere poi restituito o rinnovato o magari allargato: ciò non crea problemi fin quando l’economia cresce; i problemi sorgono quando l’economia smette di progredire o addirittura regredisce. I debiti debbono pur sempre essere pagati; con la congiuntura negativa la restituzione dei prestiti e il pagamento degli interessi diventano problemi seri: un numero crescente di imprese e di famiglie contrae nuovi prestiti solo per pagare i vecchi. Così, mentre nella congiuntura favorevole i debiti si traducono in spese e quindi alimentano la domanda effettiva, di beni di investimento o di beni di consumo, nella congiuntura sfavorevole i debiti che vengono contratti per pagare quelli che scadono comportano una riduzione della domanda effettiva, ciò che alimenta una spirale negativa. È qui che trae origine la spinta deflazioni stica, di cui oggi molto si parla, e che nelle condizioni odierne si traduce in riduzione della domanda più che in riduzione dei prezzi.

La sostenibilità dei debiti.

Solo di recente mi sono reso conto che la questione della sostenibilità dei debiti privati e pubblici in prima istanza può essere esaminata in termini semplici con l’ausilio di un’analisi che elaborai nel lontano 1948 dal titolo “Saggio dell’interesse e reddito sociale”, e che fu presentata da Alberto Breglia all’Accademia dei Lincei, di cui era socio. In quella analisi argomentavo che nel capitalismo contemporaneo il saggio dell’interesse va visto come un fenomeno dinamico e che nel periodo lungo esso tende a coincidere col saggio dell’aumento del reddito sociale. La proposizione di partenza della mia analisi consisteva in ciò, che il pagamento degli interessi non crea difficoltà quando si tratta di prestiti produttivi, ossia se il loro impiego dà luogo a un profitto almeno eguale all’interesse, nel caso di prestiti privati, o a un aumento del reddito sociale, nel caso di prestiti pubblici; a sua volta, a parità di prezzi, il profitto sul piano sociale comporta un aumento del reddito.

Debito pubblico e debito privato.

La questione della sostenibilità riguarda dunque entrambe le categorie di debiti: nei termini essenziali avevo posto tale questione nel lavoro del 1948; la questione è stata riproposta in modo originale sia da Pasinetti
(1998a) che da Godley e Izurieta (2001), preceduti, per certi aspetti, da Vaciago (1993) e da Sacchetti (1999).
Quando il saggio dell’interesse sui titoli pubblici supera per molti anni il saggio di aumento del reddito, l’onere per interessi diventa soffocante e si pone il problema della conversione, libera o forzata, del debito pubblico. Dal loro canto, in una congiuntura sfavorevole i debiti privati a lungo termine spesso portano con sé il problema degli immobilizzi. È probabile che, normalmente, una quota del debito pubblico maggiore di quella del debito privato proverrà da impieghi improduttivi, anche se, nell’area privata, gli immobilizzi hanno effetti simili. […] La sostenibilità dei debiti va giudicata non isolatamente, ma considerando insieme i debiti privati delle famiglie e delle imprese e i debiti privati insieme con quelli pubblici. È utile esaminare l’andamento dei rapporti fra i due tipi di debiti e il reddito e gettare l’allarme quando tali rapporti risultano crescenti troppo a lungo.

Osservazioni collaterali.

Le seguenti quattro osservazioni integrano l’analisi precedente. La prima riguarda il debito estero americano, che proviene dall’accumularsi, nel corso di parecchi anni, di deficit nei conti con l’estero (vedi i
dati in Appendice). Fino a un tempo recente questi deficit sono stati controbilanciati da afflussi di capitali giapponesi ed europei; con l’aggravarsi delle difficoltà economiche in America quegli afflussi non sono
più regolari e non di rado sono in diminuzione, come appare dall’andamento del cambio dollaro/euro che in pochi mesi è salito da 85- 90 centesimi a 1.10 dollari. A parte qualche modesto vantaggio in termini di freno all’inflazione, i paesi europei non hanno da compiacersi, giacché le loro esportazioni in America diventano sempre meno competitive, ciò che è già chiaramente osservabile. Sul corso dei cambi può influire la banca centrale attraverso la sua politica monetaria e il Tesoro, d’intesa con la banca centrale, con la manovra delle riserve e attraverso accordi internazionali, come quello dell’Hotel Plaza degli anni Ottanta.
La seconda osservazione riguarda Luigi Einaudi, che nel suo articolo del 1934 cita con apprezzamento il saggio di Maffeo Pantaleoni sulla caduta del Credito Mobiliare, in cui tratta diffusamente del problema delle immobilizzi e in fondo esprime un giudizio non negativo, lui liberista, ma liberista accorto e intelligente e non dogmatico, sui salvataggi e sulla creazione dell’IMI e dell’IRI. La terza osservazione riguarda il Giappone. In quel paese era chiaro da anni che il problema centrale era costituito dai debiti a lungo termine, che opprimevano in primo luogo il sistema bancario. In Appendice riporto, per il Giappone, due grafici (D ed E) con le curve che esprimono le sommatorie dei valori annuali delle differenze fra interesse e crescita rispettivamente per il debito pubblico e per quello privato: l’andamento delle due curve corrisponde in pieno alle aspettative che emergono da questo lavoro. Pare chiaro che in Giappone il
debito pubblico non è stato un problema; solo dal 1997 in poi vi sono stati segnali che il debito pubblico comincia a destare qualche preoccupazione, sebbene l’interesse sui titoli sia sceso a livelli bassissimi, vicini a zero. È invece da diversi anni in chiara flessione la sostenibilità del debito privato. In Giappone il problema fondamentale, che riassume in sé gli altri, è costituito dagli immobilizzi delle famiglie, delle banche e delle imprese. Apprendo dall’Economist del 19 aprile e del 24 maggio 2003 che, dopo molte incertezze e lunghi studi, il governo ha avviato la nazionalizzazione di fatto di una grande banca (Resona) e
ha promosso la creazione di un organismo pubblico, con il compito di farsi carico degli immobilizzi di banche e di imprese, che si chiama “Industrial Revitalization Corporation” (IRC) e sembra una replica dell’IMI
o dell’IRI. Anche l’America di Roosevelt affrontò il problema degli immobilizzi con interventi pubblici. Chi sa se gli adoratori acritici del liberismo integrale abbiano meditato su queste esperienze. Eppure occorrerebbe studiarle per cercare di ricavare qualche misura utile oggi. Il problema centrale è di trovare un sistema razionale per rendere sopportabile il fardello dei debiti a lungo termine delle banche e delle imprese più oberate. Considerata la maggiore convenienza del debito pubblico rispetto a quello privato, per i minori rischi e i minori interessi, è da esaminare la possibilità di trasformare in pubblico una parte di debito privato. La quarta osservazione riguarda l’America. A questo punto sono chiari i motivi per i quali i gravi problemi dell’economia americana risultano non completamente ma largamente indipendenti dall’attacco terroristico alle Due Torri e dalla guerra in Iraq. La guerra è durata poco, ma a essa sta seguendo una sorta di miniguerriglia, che ha portato a una riduzione della produzione del petrolio dell’Iraq, con un aumento del prezzo, sia pure limitato. Il presidente Bush junior si trova di fronte due problemi: il discredito per aver mentito sulle armi di distruzione di Saddam Hussein e la crisi economica. Sono due problemi molto seri che stanno mettendo in discussione la sua sopravvivenza politica. In questo saggio ho discusso la questione della crisi economica.  Ricordiamoci che Bush senior cadde per una recessione assai meno grave della crisi in atto. Se i problemi interni diventano gravi, il governo americano sarà costretto a concentrarsi su di essi e ad accantonare il suo piano di espansione imperialistica, una prospettiva che, come tanti intellettuali americani, giudico positiva per tutti.

In economia non sono possibili previsioni vere e proprie ma solo ipotesi previsive fondate su diagnosi approfondite; si parla anche di scenari alternativi, e di regola se ne tratteggiano due, uno che per intenderci possiamo definire pessimista, l’altro ottimista. Io propendo per il primo. Può darsi che sbagli, ma persone responsabili non possono cavarsela semplicemente opponendo al mio uno scenario ottimista: debbono dimostrare perché ho torto e proporre un’altra diagnosi: la questione è troppo importante per essere risolta con dichiarazioni di fiducia nelle capacità di ripresa del capitalismo americano o con rassicurazioni alla Hoover, “la prosperità è dietro l’angolo”.

Conclusione.

Oggi – settembre 2003 – nell’economia americana si notano certi segnali positivi. Da qualche mese la borsa e, in particolare, le azioni delle imprese delle nuove tecnologie sono salite; il prodotto interno lordo è aumentato a un saggio annuale del 3%. Pur tuttavia, bisogna fare l’ipotesi che la ripresa della borsa dipenda dai tagli fiscali sui dividendi introdotti da Bush e l’aumento del prodotto lordo dipenda dalle spese in deficit e da una politica creditizia straordinariamente liberale che ha fatto crescere i consumi e assai poco gli investimenti delle imprese. Né l’occupazione ha mostrato segni di ripresa. Alcuni economisti hanno messo in evidenza che certe importanti imprese hanno trasferito all’estero, specialmente in India e Cina, alcune delle loro attività produttive per approfittare delle retribuzioni assai più basse. Questo è vero, ma è anche vero che negli anni di prosperità un tale processo già aveva luogo e, ciò nonostante, il volume degli occupati era cresciuto di 17 milioni di persone, mentre negli ultimi tre anni è diminuito di due milioni e mezzo. No: la ragione di tale diminuzione e dell’aumento della disoccupazione – da circa 3,5 a 6,2% – è il declino degli investimenti delle imprese, che dal 2000 al 2002 è sceso di vari punti e perfino quest’anno è diminuito da 9,7% del prodotto lordo all’8,5% (i dati mi sono stati gentilmente forniti dal Servizio Studi della Banca d’Italia).

Ritengo che un importante ragione di tale declino sia la bassa propensione delle imprese a indebitarsi, considerato l’oneroso fardello dei debiti già in essere. Dobbiamo però ricordare che il livello degli investimenti delle imprese nel secondo trimestre del 2003 è aumentato dell’8%; nei precedenti quattro trimestri, tuttavia, aveva subìto violenti e apparentemente inesplicabili oscillazioni: –5,8, –2,4, –9.8, +2,3, –4,4%. Pertanto dobbiamo essere cauti nel trarre le conclusioni: è possibile che una ripresa genuina sia in corso, ma non possiamo affatto escludere che la ripresa sia effimera perché drogata.

La crisi americana va presa molto sul serio, come oramai un numero crescente di economisti tende a fare. Le diagnosi, tuttavia, sono superficiali e tali sono gli interventi raccomandati, e cioè un’ulteriore riduzione dell’interesse, un accrescimento delle spese pubbliche in deficit e la riduzione delle tasse. La crisi americana frena lo sviluppo economico e la crescita dell’occupazione nei paesi europei, colpendo in primo luogo alcune grandi imprese, e influisce negativamente sui conti pubblici.[…] Per le nostre industrie tradizionali la più temibile è la concorrenza dei paesi emergenti che sono in grado di applicare tecnologie moderne ma oramai standardizzate e hanno salari che sono una frazione dei nostri.[…] Una strategia economica e politica adeguata, portata avanti attraverso intese fra America ed Unione Europea, potrà scongiurare la prospettiva, deprimente, fatta da John Maynard Keynes (1963, p. 221) nella Teoria generale quando osserva che «una caratteristica preminente del sistema economico nel quale viviamo è che […] esso sembra capace di rimanere in una condizione cronica di attività inferiore al normale per un periodo considerevole, senza una tendenza decisa verso la ripresa o verso la rovina totale».

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