Archivio per 21 ottobre 2008

Draghi:In Italia c’è il rischio serio del “CREDIT CRUNCH”

Il governatore di Bankitalia fa un quadro preoccupante della situazione: ancora segnali negativi per i prossimi trimestri e rischio di contrazione del credito.

Fonte: Il sole 24 ore.it – sintesi dell’intervento di M. Draghi

Il testo completo dell’intervento file pdf.pag.15

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Purtroppo basta scorrere i nostri post per capire che avevamo timore di questo problema.

Ma ciò che forse non è chiaro e chi pagherà di più, e purtroppo in questi anni la politica non ha dimostrato di essere lungimirante sul fronte strategico della  politica economica.

Manca una visone di insieme dell’Italia S.P.A. “così come è il suo cuore produttivo dal nord al sud”.

Riflessione semi seria di un artigiano socio fondatore del PD allo sportello bancario:

Lo sapevo, siamo sempre noi comuni mortali a pagare le spese dei danni causati da altri, non solo devo pensare a lavorare, ma mi devo anche mortificare davanti allo spretello bancario, e il direttore che fino ad ieri diceva non c’è problema………. oggi invece dispensa lezioni di economica. Lui che rappresenta la categoria che ha causato il disatro,  si permette anche di darmi le lezioni di economia a me che l’economia reale la faccio  producendo tutti i giorni.

Ma chi è!!!!

Io mica chiedo la luna, voglio solo che la banca faccia il proprio lavoro che è quello di essere di supporto al progresso economico del sistema paese. Altrimenti  chi è che dovrebbe darci una mano, visto che con il nostro lavoro tutti dicono che “sosteniamo il sistema?”.

Io da Draghi non me l’aspetto visto il governo in carica…. loro faranno ben poco per gli artigiani e le PMI, basta vedere cosa sono stati capaci di fare con Alitalia.

A questo governo, interessa solo mettere le mani sulla robba grossa.

Purtroppo il PD è all’opposizione, oltre ad essere un partito nuovo e con un sacco di problemi.

L’unico che ha capito che in Italia 85% della forza lavoro è dentro le PMI e le imprese artigiane è Veltroni, ma lui è solo…. e deve lottare, con Di Pietro, il governo dei camaleonti come Tremonti, e come se tutto questo non bastasse deve tenere a bada le forse centrifughe interne quelli che sognano  le banche amiche…… e nemmeno sanno cosa è una PMI o l’impresa Artigiana.

Come sempre è stato in questo paese, i piccoli imprenditori non sono “ne carne e ne pesce”, quindi devono sotenere il PD in quanto forza politica di CS, ma è meglio che facciano da sè….. cosi forse faranno per tre, anche se poi i meriti li prendono altri……….

Purtroppo oggi la merce più rara è il denaro ( scarseggia perchè viene tolto dal mercato apposta dalle banche che tesoreggiano come sosteneva Keynes).

Le piccole imprese spesso sono sotto capitalizzate, devono affrontare l’innovazione e i mercati ricorrendo al prestito bancario ( vedi grafico sopra), devono sopportare una tassazione elevata, pagano anticipatamente tasse e iva che ancora non hanno inccassato ( diminuendo così il capitale circolante, con la conseguente crisi di liquidità aziendale).

Ma sono anche le uniche che creano ricchezza e posti di lavoro, senza chiedere molto allo stato, i loro dipendenti non godono neanche degli ammortizatori sociali come quelli della grande industria.

Solo un paese miope e una politica assente distrugge la ricchezza reale.

Purtroppo non c’è da essere fiduciosi visto l’attuale governo.

Mi sa tanto che chi non ha armonizzato gli investimenti,  mantenendo una proporzione adeguata fra: debiti a medio e lungo termine, capiatalizzazione materiale e liquidità. Purtroppo dovrà ancora per un pò, umiliarsi davanti ai dotti banchieri nostrani, dovendo anche sopportare le prediche di rito.

Prediche purtroppo inutili, per il semplice fatto che se erano quelle utili di Einaudiana memoria tutto questo non succedeva.

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Analisi seria, di un economista realista.

Fonte:Focus BNL n. 38 del 17 ottobre 2008.

Editoriale: vicini agli artigiani di Giovanni Ajassa

Gli sviluppi della crisi finanziaria e le negative ricadute sulla crescita mondiale riportano al centro dell’attenzione il ruolo propulsivo che in un’economia qual è quella italiana ha il settore dell’artigianato.

Nel corso degli ultimi anni gli artigiani italiani hanno consolidato la loro presenza in comparti chiave come quello della manifattura dove il 26% del valore aggiunto nazionale viene generato da imprese con meno di 20 addetti.

L’artigianato è uno dei grandi motori dell’economia italiana.

Un propulsore potente, silenzioso, con bassi consumi e capace di marciare anche in situazioni di difficoltà quali quella attuale.

Secondo stime qualificate, il settore artigiano produce il 12,5% del PIL e il 16,6% delle esportazioni italiane. E’ titolare del 15,4% dell’occupazione nei settori non agricoli con 1,45 milioni di imprese e oltre 3,5 milioni di occupati.

Dal punto di vista finanziario, l’artigianato assorbe intorno al 4% del totale dei prestiti bancari.

I depositi bancari degli artigiani sono solo poco più del 2% del totale dei depositi bancari in Italia.

Allo stesso modo, la ricchezza finanziaria degli artigiani incide appena per il 2% del totale della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane: 77 su 3.680 miliardi di euro.

Gli economisti definiscono come “intensità creditizia” il rapporto percentuale tra l’ammontare dei prestiti bancari e il valore del prodotto interno lordo generato.

Nel caso del totale dell’economia italiana, nel 2007 il rapporto tra prestiti e PIL si è avvicinato al 98%.

Per ogni 100 euro di prodotto, 95 euro di credito. Nel caso dell’artigianato, il valore dell’intensità creditizia scende a poco meno del 30%.

Per fare 100 euro di PIL, l’artigianato usa solo 29 euro di credito.

Più di altri operatori economici, l’artigiano è capace di trasformare il credito che riceve in produzione reale e, soprattutto, in produzione manifatturiera.

Valga, a questo riguardo, ricordare che in Italia ben il 26,4% del valore aggiunto dell’industria manifatturiera viene generato da imprese con meno di 20 addetti.

A sua volta, la manifattura spiega 1/3 del valore aggiunto nazionale. Su ogni 100 euro di valore aggiunto prodotto dall’economia italiana, 33 euro provengono dall’industria manifatturiera e, all’interno di questa quota, ben 8 euro sono generati dalle aziende della dimensione tipica delle imprese artigiane.

E’ per questo motivo che il settore dell’artigianato assume una posizione chiave nella difficile congiuntura attuale, in cui le deboli tendenze dell’attività produttiva si intrecciano con i negativi riflessi della crisi finanziaria globale, e in uno scenario di medio termine dove l’economia reale è chiamata a trainare la ripresa.

I numeri della congiuntura denunciano importanti criticità.

Nei primi otto mesi del 2008 in Italia la produzione industriale è scesa dell’1,9% rispetto all’analogo periodo del 2007.

Il calo della componente manifatturiera è stato pari al 2,1%. All’interno del settore, flessioni particolarmente pronunciate vengono segnalate da comparti quali le pelli e calzature (-8,4%) e la “lavorazione di minerali non metalliferi” (-6%) che comprendono la produzione di piastrelle e di articoli in vetro.

Si tratta di segmenti in cui la presenza della piccola impresa artigiana è significativa.

Nelle pelli e calzature, le imprese fino a 20 addetti generano il 25% del fatturato complessivo del settore.

Nella lavorazione dei minerali non metalliferi la quota dei “piccoli” è del 28 per cento.

A fronte di comparti in marcata flessione, la congiuntura manifatturiera vede anche situazioni più incoraggianti.

Ad esempio, le industrie alimentari, delle bevande e del tabacco, la cui produzione cresce del +0,7% nei primi otto mesi dell’anno, e dei produttori di mobili (+2,4% nel periodo gennaio-agosto 2008).

Anche in questi due tradizionali comparti del “made in Italy” la presenza dei piccoli imprenditori artigiani è forte. La quota di fatturato che fa capo alle aziende con fino a 20 addetti è pari al 25% nell’alimentare e raggiunge il 32% nel caso dei mobili.

I dati congiunturali, della produzione industriale e del credito, forniscono indicazioni sulle difficoltà attualmente attraversate dal settore per il sovrapporsi di una prolungata fase di stagnazione della nostra economia e dei riflessi della crisi internazionale.

Le piccole imprese e, in particolare, le imprese artigiane attraversano una fase particolarmente difficile dove gli effetti di una prolungata stagnazione della nostra economia si combinano alle difficoltà ulteriori causate dalla crisi finanziaria internazionale.

Ma il tessuto sano e vitale delle piccole imprese e degli artigiani italiani rappresenta una leva fondamentale da cui può scaturire l’energia per superare l’impasse della congiuntura e organizzare la ripresa della nostra economia.

Già da tempo le imprese artigiane hanno imparato ad esportare e promuovere innovazione, oltre che occupazione.

Sta a partner bancari solidi ed efficienti essere vicini alle piccole imprese italiane per fornire risposte semplici e veloci alla domanda di credito delle aziende in un passaggio davvero molto impegnativo.

Il sovrapporsi delle crisi impone un plus di concretezza, per realizzare quanto auspicato dal recente “Small Business Act” europeo, ma soprattutto per dimostrare che la finanza può essere vicina agli artigiani per promuovere insieme lo sviluppo dell’economia reale.

Una rinnovata partnership tra artigiani e banche potrebbe contribuire a superare le difficoltà congiunturali e a fare delle piccole imprese, specie manifatturiere, un motore della futura ripresa.

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Ocse:l’Italia tra i peggiori per la disuguaglianza economica, disuguaglianza che incide sul cibo.

Fonte: OCSE

Ocse, l’Italia tra i peggiori per la disuguaglianza economica

Secondo il rapporto ‘Growing Unequal’ nel nostro Paese dagli anni ’80 a oggi il gap tra le classi sociali è cresciuto del 33% contro la media Ocse del 12%.

Negli ultimi anni in Italia si è pesantemente aggravato il divario tra ricchi e poveri.

Secondo il rapporto dell’Ocse Growing Unequal?, che analizza la distribuzione del reddito e la povertà all’interno dei 30 Paesi che compongono l’organizzazione, l’Italia è infatti al sesto posto per il gap tra le classi sociali, dopo Messico, Turchia, Portogallo, Stati Uniti e Polonia.

La disuguaglianza economica è cresciuta del 33 per cento dalla metà degli anni Ottanta a oggi, contro una media Ocse del 12 per cento.

Un dato sul quale hanno inciso pochissimo le recenti misure adottate a favore dei più poveri, che pure gli autori del Rapporto elogiano, sottolineando come solo tre Paesi Ocse, tra i quali appunto l’Italia, negli ultimi 10 anni abbiano varato misure per sostenere i redditi più bassi. Ma le misure non hanno inciso nel dato di fondo: “I ricchi hanno beneficiato maggiormente della crescita sociale rispetto ai poveri o alle classi medie”.

La povertà favorisce naturalmente l’esclusione, e pertanto la mobilità tra le classi sociali “è più bassa in Italia rispetto a paesi come l’Australia o la Danimarca. Si legge nel rapporto.I figli di genitori poveri hanno molte meno probabilità di accedere alla ricchezza”.

La ricchezza è distribuita in modo anche più diseguale delle entrate:
infatti in Italia il 10 per cento dei più abbienti possiede il 42 per cento della ricchezza totale e il 28 per cento delle entrate globali.

In effetti dal rapporto Ocse emerge un generale aumento della disuguaglianza in tutti i Paesi del mondo.
Il gap si è allargato, oltre che in Italia, anche in Canada e in Germania, mentre è diminuito in Messico, Grecia e Regno Unito.

Ma in Italia i dati di riferimento sono notevolmente peggiori:

“Il reddito medio del 10 per cento degli italiani più poveri è di circa 5.000 dollari (l’equivalente di circa 3770 euro ndr), tenuto conto della parità del potere di acquisto, quindi sotto la media Ocse di 7.000 dollari (l’equivalente di circa 5.280 euro, ndr).

Il reddito medio del 10 per cento più ricco è circa 55.000 dollari (l’equivalente di circa 41.500 euro, ndr), sopra la media Ocse”.

In Italia si è registrato, rileva l’Ocse, una riduzione del tasso di povertà dei bambini, che tra la metà degli anni Novanta e il 2005 è diminuito dal 19 al 15 per cento.

Solo nel Regno Unito si è avuto un calo di queste dimensioni, si legge nel rapporto: però un tasso di povertà infantile del 15 per cento “è ancora sopra il tasso medio Ocse del 12 per cento”.

Le differenze, dimostra un’indagine Coldiretti, emergono anche a tavola.

rescono infatti da un lato gli acquisti di prodotti a basso prezzo e dall’altro di alta qualità.

Le disuguaglianze di reddito e ricchezza incidono sul nutrimento degli Italiani.

Da un’indagine Coldiretti – Swg sui consumi alimentari emerge infatti che la crisi economica sta provocando una polarizzazione nei consumi alimentari e se da un lato cresce in numero di quanti sono costretti a ricercare prodotti a più basso prezzo, dall’altro si assiste ad un consolidamento della domanda di prodotti di alta qualità, tradizionalmente acquistati da fasce di cittadini a più alto reddito.

“La metà di coloro che hanno cambiato le proprie abitudini alimentari per effetto della crisi economica lo hanno fatto – sottolinea la Coldiretti – cambiando i luoghi della spesa a favore di bancarelle ed hard discount e modificando il tipo di alimenti acquistati con conseguenze sulla dieta e sulla qualità dell’alimentazione.

Ma dall’altra parte, aumenta la domanda di prodotti di elevata qualità e cresce dell’8 per cento la percentuale dei cittadini che acquista regolarmente prodotti a denominazione di origine (sono il 28 per cento) e del 23 per cento di quelli che comperano cibi biologici, i quali però interessano una fetta più ridotta della popolazione (il 16 per cento)”.

STRUTTURA DEI CONSUMI ALIMENTARI DELLE FAMIGLIE EURO/MESE Prodotti

Carne 107 euro -Pane e trasformati di cereali 79 euro -Latte, formaggi e uova 62 euro – Ortaggi, frutta e patate 84 euro -Pesce 42 euro – Zucchero, dolciari e caffè 32 euro – Bevande 42 euro – Oli e grassi 18 euro – In totale 466 euro.


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