Archivio per 11 ottobre 2008

L’Islanda in bancarotta. E Londra fa minacce da guerra fredda per salvare il welfare Inglese

Islanda in bancarotta, nella voragine precipitano gli enti locali inglesi: buco da 1 mld

Lo stato islandese ha preso il controllo della banca Kaupthing, primo istituto bancario del paese. Lo ha annunciato l’autorita’ finanziaria locale sottolineando che l’operazione serve ‘per mantenere la continuita’ delle operazioni bancarie commerciali in Islanda’. Kaupthing era l’unica grande banca dell’Islanda rimasta indipendente dopo che il governo aveva nazionalizzato Landsbanki e messo in amministrazione controllata Glitnir.

Un piccolo Paese, un grande problema. L’Islanda è sull’orlo del fallimento: crolla anche l’ultima grande banca, la corona è in caduta libera, la Borsa è chiusa. Il presidente, Olafur Ragnar Grimsson, va in ospedale per problemi cardiaci. E il premier Geir Haarde davanti alle telecamere ammette: per il sistema bancario islandese c’è un concreto “rischio di bancarotta”. Non bastasse, la crisi avvelena i rapporti con Londra.

Banche nazionalizzate Il governo islandese ieri ha assunto il controllo di Kaupthing Bank, il primo istituto di credito della nazione. Neanche l’intervento della Svezia, che aveva messo a disposizione un prestito di emergenza da circa cinque miliardi di corone per sostenere la divisione svedese di Kaupthing, è servito a evitare il collasso dell’istituto sotto il peso dei debiti. Nel giro di poche ore si e’ cosi’ completato il ‘takeover’ del sistema bancario da parte del governo: Kaupthing era infatti l’unica grande banca dell’Islanda rimasta indipendente dopo che gli altri due maggiori istituti, Landsbanki e Glitnir, erano finiti sotto il controllo dell’Authority finanziaria.

Borsa chiusa L’Authority di vigilanza ha garantito integralmente i depositi di Kaupthing e la regolare operatività della banca, ma intanto sono state sospese tutte le contrattazioni della Borsa fino a lunedì per le “eccezionali condizioni” di mercato. La moneta islandese è in caduta libera dopo che la banca centrale ha tentato invano di ancorarla all’euro e gli scambi sono stati sospesi.

“Stiamo fallendo” Per il sistema bancario islandese c’è un concreto “rischio di bancarotta”, ha ammesso il primo ministro Geir Haarde. Stando ai calcoli dell’agenzia Bloomberg, l’Islanda ha accumulato un debito pari a 61 miliardi di dollari, una cifra 12 volte superiore al Pil del Paese. Nel corso degli ultimi anni, d’altra parte, le banche islandesi si sono lanciate in operazioni finanziarie sempre più ardite, che hanno portato ad un rapporto fra gli impegni e il Pil (ovvero, fra gli investimenti e la ricchezza prodotta in un anno) di 10 a 1. Reykjavik sta affannosamente cercando di ottenere un prestito dalla Russia – si parla di 4 miliardi di euro – e un incontro fra i rispettivi leader potrebbe esserci martedì. Contemporaneamente, il governo potrebbe chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale per far fronte alle garanzie sui depositi.

Non è un paese per deboli di cuore Il presidente islandese Olafur Ragnar Grimsson, intanto, è stato ricoverato all’inizio della settimana per problemi cardiaci: lo ha reso noto un portavoce della presidenza, spiegando che comunque Grimsson ha ripreso la maggior parte delle sue attività.

L’Islanda ha congelato i conti, pari a oltre 1 mld di sterline, che molte autorita’ locali britanniche avevano nelle banche dell’isola. E la Gran Bretagna vede la crisi arrivare sulle sue amministrazioni locali e minaccia una ‘guerra fredda’ diplomatica e commerciale se i suoi soldi non verranno garantiti al pari di quelli dei clienti islandesi.Gordon Brown ha definito ‘inaccettabile ed illegale’ la decisione di Reykjavik di non garantire i risparmi britannici.

La rabbia inglese

Il premier britannico Gordon Brown, affatto impietosito dalla crisi del Paese dei ghiacci. Brown ha definito “inaccettabile” il comportamento delle autorità dell’isola, e ha minacciato “azioni legali” contro il governo islandese se la questione della tutela dei depositi dei cittadini o degi enti britannici non sarà risolta. In particolare, il premier critica la decisione islandese di congelare i conti dei clienti britannici sulla banca online Icesave, filiale della Landsbanki, che e’ stata nazionalizzata.

A irritare – per usare un eufemismo – Brown è il ‘buco’ da un miliardo di sterline che si ritrovano in cassa, ora, gli enti locali britannici, attirati negli ultimi anni dagli ottimi rendimenti garantiti dalle banche islandesi. I ‘council’ britannici hanno investito fino a pochi mesi fa e ora enti come l’agenzxia dei trasporti di Londra o la polizia del Sussex si ritrovano con seri problemi nel far quadrare i conti: aumentaranno per i cittadini britannici i costi dei servizi erogati, è la previsione funerea dell’Independent.

Approfondimenti:

VIDEO: Islanda sull’orlo della bancarotta -Il Paese travolto dalla crisi dei mercati. In collegamento da Reykjavík, Ettore Livini – 10/10/2008

La ricca Islanda in bancarotta salvata dai cugini scandinavi Reddito pro capite tra i più alti del mondo. Ma banche con troppi debiti. La paura e la sorpresa: «Cosa è successo?»

Annunci

Il costo della disoccupazione

Henry A. Wallace

In questi giorni si parla sempre più spesso di una nuova Breton Wood e di New Deal,probabilmente può esere interessante capire il perchè di certe scelte.

Lo studio sul costo della disoccupazione di Henry Agard Wallace ( 1888-1965) politico democratico Statunitenze e vice Presidente sotto la presidenza di Franklin D. Roosevelt dal 1941 al 1945 influenzo molto l’opinione pubblica Americana e il Presidente degli Stati uniti D’America  Franklin Delano Roosevelt.

Sintesi dello studio di Wallace.

Tra i costi dell’economia, quello della disoccupazione è il più drammatico.

Ogni disoccupato costa non solo perché è a carico della collettività, ma anche perché la sua produzione potenziale è persa. Quando la disoccupazione è di massa, come nel caso attuale dei paesi dell’EU, essa diventa il principale costo dell’economia. Se vogliamo innestare la ripresa economica, risanare i bilanci ecc., questo costo deve essere assolutamente rimosso.

Nel 1945, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, uno dei principali collaboratori di Roosevelt, Henry Wallace, elaborò un calcolo della ricchezza persa a causa della disoccupazione.

Il risultato fece una tale impressione che sotto il suo impatto pubblico fu varata la Legge per la Piena occupazione che il Congresso varò nel 1946.

Wallace era stato ministro dell’Agricoltura e del Commercio di Roosevelt, di cui si apprestava a raccogliere l’eredità politica e la Presidenza, ma la corrente avversaria nel Partito Democratico impose Truman e le cose presero un’altra piega.

Tenace sostenitore della teoria economica di Alexander Hamilton e del suo Rapporto sulle Manifatture, Wallace pubblicò un libro intitolato “60 Million Jobs”, che rilanciava l’obiettivo delineato da Roosevelt di creare 60 milioni di posti di lavoro nel dopoguerra proseguendo nel ruolo dirigistico dello stato inaugurato con il New Deal e proseguito con la mobilitazione bellica.

In quel libro Wallace calcolò e illustrò con un grafico il dato secondo cui la disoccupazione seguita alla Grande Crisi del 1929 aveva provocato agli Stati Uniti la perdita di 350 miliardi di dollari, equivalenti a due volte l’intera produzione del 1942.

Questo è il grafico con cui Henry Wallace illustrò la perdita di ricchezza subita dall’economia americana a causa della Grande Depressione.

Il fondo della depressione si toccò nel 1932, con oltre 10 milioni di disoccupati. Dal 1933, anno di partenza del New Deal, la curva dell’occupazione risale decisamente, fino a oltrepassare nel 1942 la soglia della piena occupazione e della forza lavoro impiegabile. E’ un paradosso che si spiega con la mobilitazione bellica che coinvolse le donne e gli anziani normalmente non considerati come parte della forza lavoro.

Per fare questo calcolo, Wallace aveva preso come punto di riferimento la piena occupazione raggiunta nel 1940 e addirittura superata durante la mobilitazione bellica.

Il ragionamento di Wallace era elementare: volendo mantenere la piena occupazione nel dopoguerra dobbiamo garantire posti di lavoro al 55% della popolazione, percentuale raggiunta prima del 1929.

Da qui, la cifra di 60 milioni di posti di lavoro da raggiungere nel 1950. La maggior parte dei nuovi posti di lavoro avrebbe dovuta essere creata nelle manifatture, l’unico settore in grado di generarne altri, e i bisogni del mercato interno avrebbero avuto la priorità.

******

In Italia oggi abbiamo una disoccupazione di massa e un mercato interno sottosviluppato (specialmente nel Mezzogiorno).

La sbornia della globalizzzione dislocatriche di intere industrie a dato il colpo finale a un paese che non ha materie prime. Se rallenta l’industria di base i primi ad entrare in crisi sono i servizi.

Che fare?  Come uscirne?

John Maynard Keynes

“Gli speculatori possono essere innocui se sono delle bolle sopra un flusso regolare di intraprese economiche; ma la situazione è seria se le imprese diventano una bolla sospesa sopra un vortice di speculazioni.

Quando l’accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un Casinò, è probabile che le cose vadano male.

Mentre quindi, l’allargamento delle funzioni di governo, richiesto dal compito di equilibrare l’una all’altro la propensione a consumare e l’incentivo ad investire, sarebbe sembrato ad un pubblicista del diciannovesimo secolo o ad un finanziere americano contemporaneo una terribile usurpazione ai danni dell’individualismo, io lo difendo, al contrario, sia come l’unico mezzo attuabile per evitare la distruzione completa delle forme economiche esistenti, sia come la condizione di un funzionamento soddisfacente dell’iniziativa individuale. […] ( J.M.Keynes)

Nouriel Roubini – “Giù i tassi, più opere pubbliche”è l’ora di Keynes

Repubblica sabato 11 ottobre 2008, pagina 10.

Fonte: Rassegna Stampa MEF

Intervista a Nouriel Roubini Giù i tassi, pi opere pubbliche Roubini: è l’ora di Keynes, la Bce deve avere il coraggio Capire la crisi EUGENIO OCCORSIO.

I Grandi prendano misure urgenti o la recessione durerà ben più di due anni.

Necessario anche un accordo per aiutare gli Stati più indebitati come Usa e Italia

ROMA «Tutto il pianeta è in re- cessione, e i mercati sono nel panico. InAmericaedEurolandia, la crescitaera giànegativainprimavera quando ancora dovevano arrivare gli effetti della crisi finanziaria: ora che questa ha investito in pieno tutte le economie, nessuno si salva.

E’ troppo tardi per rimediare: il danno è fatto, e la re- cessione resterà con noi per almeno due anni. Bisognerà prendere misure urgenti e concordate per evitare che duri molto pi lungo: il luogo e l’ora sono oggi a Washington, dove abbiamo la fortuna di veder riuniti tutti i rappresentanti dell’establishment economico globale».

Nouriel Roubini, l’economista della New York University che pi di chiunque altro segue l’evolversi della crisi, risponde al telefono di prima mattina e ci chiede i dettagli della manovra governativa di intervento varata a Roma. «Mi sembra interessante.

Direi che va bene, pùi vi avvicinate al modello inglese e meglio è. La risposta che stanno dando i governi di molti paesi fra cui l’Italia è ardua ma inevitabile.

Le misure che state prendendo sono quelle giuste anche se impegnative.

Il caso Italia è particolarmente difficile: non devo spiegarle io che il vostro paese ha un serio problema di finanza pubblica e deve ancora intraprendere le riforme strutturali che invece sono urgentissime».

Cosa dobbiamo copiare dalla Gran Bretagna?

«Il concetto che non si nazionalizzano le banche ma si acquistano pacchetti di azioni privilegiate senza entrare nella gestione, salvo espellere i manager incapaci e pretendere che le stesse banche nel frattempo sospenda- no i dividendi e prendano altre misure di razionalizzazione.

Le azioni saranno poi rivendute appena la situazione si normalizzerà. E’ un modello analogo a quello adottato in Svezia anni fa, lo stesso che stanno mettendo in pratica Irlanda, Germania, Grecia. E’ sostanzialmente diverso da quello che si sta facendo in America, dove sembra pi difficile che il Tesoro possa uscire un domani dalla gestione.

Non è l’unico punto su cui la risposta dell’America è insufficiente, come prova l’accoglienza di Wall Street a iniziative comeilpianoPaulson, costosissime e inutili perché salvano solo alcune banche senza neanche aver prima distinto fra quelle de- cotte e quelle da sostenere».

E le altre misure urgenti?

«C’è il problema della garanzia illimitata, o quasi, ai correntisti, che voi a quanto mi dice state risolvendo. Invece inAmerica è vero che si sono alzati i livelli d’assicurazione federale, ma non si è ancora riusciti a fare un intervento blanket, una copertura totale. Che invece è importante per ridare fiducia ai risparmiatori, al pari dell’aiuto ai possessori di mutuo: caso per caso, bisogna andare dai proprietari di casa e aiutarli a risolvere il problema. E intanto congelare i pignoramenti».

Nessun passo avanti sulla stretta creditizia?

«Niente. Il tasso interbancario Libor, vero parametro della crisi, batte ogni giorno nuovi record e ora sfiora i quattro punti. I prestiti interbancari costano dieci volte di pi rispetto all’anno scorso. In queste condizioni nessuna economia si pu riprendere».

Cosa dovrebbero decidere i ministri del Tesoro a Washington?

«Una serie di altri interventi coordinati, a partire da un nuovo taglio dei tassi visto che il precedente evidentemente non basta. Il taglio dev’essere pi deciso: altro mezzo punto la Fed e un punto e mezzo in Europa, dove il tenere i tassi al 3,75% è intollerabile oltre che ingiustificato.

La Bce tiene alto il costo del denaro per paura di un’inflazione che non esiste. Poi serve un accordo fra i paesi per una sorta di reciproco intervento che consideri le esigenze di quelli pi indebitati. E vanno gettate le basi di un grande programma internazionale per rilanciare le economie, dalle opere pubbliche ai benefici fiscali a favore dei pi poveri».

Questo è Keynes puro…

«Diciamo keynesismo eclettico, cioè capace di adattarsi alle situazione e di agire differente- mente paese per paese. Momenti straordinari richiedono misure straordinarie».

Altre Interviste a Roubini:

Roubini: negli Usa recessione inevitabile Il guru americano oggi al Corriere: «Sarà una crisi severa e contagerà l’Europa. Durerà almeno un anno» – 21 gennaio 2008

L’ANALISI Dodici tappe verso la crisi più grave di NOURIEL ROUBINI – 28 febbraio 2008

Il Blog dove scrive Nouriel Rubini (inglese)

Nouriel Roubini’s Global EconoMonitor

Rassegna Stampa:

Repubblica.it

Nel week end l’ultima spiaggia 48 ore per evitare il crac globale di FEDERICO RAMPINI

Trentatrè giorni di battaglie perse così è fallita l’operazione-fiducia di MAURIZIO RICCI

Eurogruppo al lavoro contro la crisi Confindustria, allarme recessione

G7, piano d’azione contro la crisi “Misure urgenti ed eccezionali”

Punture di spillo contro la paura così l’Italia può tornare a correre

“Non circola denaro qui nessuno si fida più” di ROBERTO RHO

Le mani del Tesoro sulle banche ecco come comanderà la politica di LUCA IEZZI
Ministero Dell’Economia e delle Finanze

Rassegna Stampa


ottobre: 2008
L M M G V S D
« Set   Nov »
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Contattaci

Circolo Bientina

  • Primarie 2009

Varie Bientina

Siti di area PD

  • Area Dem

Dossier Crisi

Dossier Encicliche Sociali

    Articoli Encicliche - Eletti PD

Dossier Articoli Crisi Economica

  • Pulsante keynesiano
  • Lezioni per il futuro

Documenti Crisi Economia Circolo

  • Crisi Globale
  • Focus Economia

Festa Nazionale PD

Link Iniziative

Web TV

RSS New Wikio

  • Si è verificato un errore; probabilmente il feed non è attivo. Riprovare più tardi.

Libreria Circolo

Le Riviste Disponibili Nel Circolo

Libri Disponibili Nel Circolo

Documenti Vari

Documenti Esterni

  • Rapporti

Workig Papers

Link PD

Sito Nazionale

Gruppi Parlamentari

Unione Provinciale

Unione Regionale

Gruppi Regionali

Iniziative Locali

Link Vari Area PD

    Eletti In Toscana

Programmi

Programma PD

New Agenzie

  • New Google Birmania
      • Rasegna stampa pd
      • ANSA IT
      • ANSA Live UE
    • news google

    Sondaggi e Ricerche

    • ipr marketing

    citizen journal

    Link Vari

    Associazioni

      Osservatori

    Democratici Nel Mondo

    • Logo Democratic
    • Sito Barack Obama
    • Sito Hillary Clinton

    Iniziative Umanitarie



    Organismi – Istituti E Commissioni Di Ricerca

    • Unione Europea
    • censis
    • cnel
    • cnel commissione lavoro
    •  glocus logo
    • ISAE
    • ICE
    • Unicamere
    • logo Airi
    • Eurispes
    • Logo APAT
    • FMI
    • WTO
    • Banca Mondiale

      Commissioni

        • Logo Cefass

    Categorie

    Archivio Per Mese

    Annunci