La democrazia sa correggersi di Walter Veltroni

Fonte: Ilsole24ore.it

Caro direttore, ho trovato particolarmente convincente l’analisi svolta da Carlo Bastasin sul Sole 24 Ore del 1 ottobre in merito alla crisi del sistema finanziario internazionale e ai suoi risvolti politici. Bastasin ci consegna un allarmante quesito: se la democrazia non rischi d’essere o di apparire un regime politico inadatto a governare processi critici e complessi come quelli di un’economia globale in crisi. Si tratta di un tema su cui io stesso mi interrogo con preoccupazione da qualche tempo e su cui mi sforzo di sollecitare una riflessione più ampia rispetto al dibattito contingente e alle polemiche quotidiane.
La crisi prodotta dalla deregolamentazione dei mercati finanziari è la questione più acuta che oggi abbiamo di fronte, ma non certamente l’unico aspetto della globalizzazione con cui dobbiamo fare i conti. Basta pensare ai flussi migratori, alla pressione competitiva sul costo del lavoro, alla corsa al controllo sulle fonti energetiche di origine fossile. In un contesto simile appaiono più a loro agio Paesi di grandi dimensioni che stanno diventando anche grandi potenze economiche, e che tuttavia fanno non a caso parlare diversi osservatori di nuove forme di “capitalismo autoritario”. L’efficacia con cui sembrano muoversi sulla scena globale, l’uso smaliziato del nazionalismo a fini di legittimazione interna, per giustificare la repressione del dissenso e gli atteggiamenti basati sulla forza verso l’esterno, rischiano di rinvigorire quei caratteri invece che stemperarli, e di promuovere imitazioni altrove, come suggerisce lo stesso Bastasin, soprattutto in Africa e in Asia.

Seppure in modi e misure completamente diversi, un rischio simile esiste anche nei Paesi a democrazia consolidata dell’Occidente. C’è il rischio che la soluzione alle ansie prodotte dalla globalizzazione venga trovata in un decisionismo fine a se stesso, in un’illusoria protezione dei mercati nazionali, in un ripiegamento identitario sul piano culturale. La politica è tentata di far leva sulle inquietudini e le paure, di torcere in senso xenofobo la riscoperta, di per sé positiva, delle identità territoriali. Di usare a fini politici la religione, per lo più identificata con i valori tradizionali. Di sostituire alla faticosa ricerca di soluzioni riformiste (per modernizzare la scuola, la pubblica amministrazione, la giustizia, per rimettere in moto l’economia) la scelta di parole d’ordine populiste comunicativamente efficaci. La paura diffusa e il generalizzato bisogno di decisione generano così una pericolosa miscela di semplificazione mediatica dei problemi, la demonizzazione degli avversari, la marginalizzazione delle istituzioni di mediazione come il Parlamento e la politicizzazione partigiana delle autorità indipendenti, la noncuranza per la patologica concentrazione del potere e per i conflitti d’interesse. Sono pericoli in cui è caduta anche la democrazia americana, per intendersi, nell’ultimo decennio, soprattutto dopo l’11 settembre, e gli esiti li abbiamo oggi sotto gli occhi. E tuttavia la democrazia americana ha dalla sua la storia e la forza di un sofisticato sistema di controlli e contrappesi, di una società civile vivace, consapevole; di una grande pluralità di gruppi e mezzi d’informazione; di una radicata cultura orientata a difendere le libertà dei cittadini. Non a caso, dopo la crisi del ’29 produsse Franklin Delano Roosevelt e il New Deal, inaugurando la più intensa e lunga fase non solo di crescita economica ma anche di estensione dei diritti e redistribuzione dei redditi.
Dunque condivido, anche in un’ottica meno congiunturale, la fiducia di Bastasin nella capacità di correggersi delle democrazie, tanto più che il Congresso americano ha trovato ieri davvero un largo accordo nel momento del bisogno. Un accordo possibile perché i parlamentari neoconservatori sono stati disposti a lasciare un po’ di voti sull’altare di quella stessa rudimentale ideologia della totale deregulation e del “meno Stato a prescindere” che hanno alimentato per un ventennio e che è alla base dell’attuale crisi. È con stupore, devo dire, che da quest’altra parte dell’Oceano si assiste alla disinvoltura con cui i profeti fino a ieri dell’iper-liberismo diventano ora iper-statalisti in nome della ricerca di un facile consenso. Ha perfettamente ragione Michele Salvati quando paventa (sul Corriere della Sera del 2 ottobre) il rischio che si alimenti nel nostro Paese un clima di “più Stato” altrettanto superficiale del clima di “più mercato” che dominava fino a un anno fa. Sarebbe una strada sbagliata e piena di conseguenze negative: la libertà di mercato è alla base di una società pluralista ed è parte integrante della forza di una democrazia. È l’insufficiente e cattiva regolazione dei mercati, il problema. È a partire da qui che si sono moltiplicati i rischi d’instabilità finanziaria. Ed è qui che bisogna cambiare: non un generico “più Stato”, ma un intervento pubblico che affermi regole contro discrezionalità, e proprio grazie a questa distinzione, e non più vicinanza che diventa intreccio, tra politica e interessi privati, chiamati invece a muoversi in un quadro chiaro e certo. Ad ogni modo, se per quanto riguarda gli Stati Uniti c’è da confidare, dopo il voto del 4 novembre, in un ulteriore e più incisivo cambiamento di stile e di rotta, lo stile e la rotta assunti del Governo italiano, purtroppo, non promettono invece niente di buono. Senza ripercorrere ancora le vicende di questi mesi, solo la cronaca degli ultimi giorni è esemplare di un atteggiamento iniziato subito dopo l’inizio della legislatura. Mercoledì il presidente del Consiglio ha detto che la decretazione diventerà la modalità ordinaria per legiferare, dimenticando che la Costituzione su cui ha giurato consente al Governo di emanare decreti solo in casi di necessità e urgenza. Giovedì il ministro del Tesoro, invitato ad esporre alla Camera la visione del Governo sulla crisi dei mercati finanziari, ha illustrato burocraticamente la nota di aggiornamento al Dpef 2009-2013. Con una profonda mancanza di reale considerazione del ruolo del Parlamento, ha sostanzialmente riletto i dati già noti relativi alle previsioni per il prossimo quinquennio e ricordato l’agenda degli incontri internazionali a cui il Governo italiano parteciperà nei giorni a venire.

Si intende che non è il ritorno alla “centralità parlamentare” della prima Repubblica il modello a cui mi ispiro. So bene che la democrazia s’indebolisce e può morire anche per l’eccesso di mediazioni e l’incapacità di decidere. Le mie convinzioni a riguardo sono note. Tanto per essere chiari, anche in questa legislatura, il Partito democratico si batterà per una seria riforma del Parlamento e del processo legislativo, per superare le irrazionali duplicazioni del bicameralismo paritario, ridurre il numero dei parlamentari e rendere il loro lavoro più produttivo. Così come lavoreremo per salvaguardare i mercati tanto dall’assenza di regole quanto dall’ingerenza statale esercitata a fini politici (due tentazioni ricorrenti nell’attuale maggioranza).
Ma anche le democrazie che decidono, come sanno bene Tony Blair e Gordon Brown, leader di governo nel più maggioritario dei sistemi istituzionali europei, si reggono sul rispetto degli avversari e delle regole del gioco, sul bilanciamento dei poteri e la fastidiosa indipendenza dell’informazione. È per questo, soprattutto per questo, che sono in grado di correggersi.

Segretario del Partito democratico

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