Stati Uniti “vengono nazionalizzate Fannie e Freddie”.

Per evitare una catastrofe sui mercati finanziari americani e mondiali, come ha sottolineato il ministro del tesoro Henry Paulson, l’amministrazione Bush ha assunto il controllo della Fannie Mae e della Freddie Mac, le due agenzie semigovernative che finanziano quasi la metà dei mutui del Paese, il cui totale è di 12 mila miliardi di dollari.

La Federal housing financial agency, un organo della Tesoreria, le ha assunte in amministrazione controllata acquistandone le azioni privilegiate.

L’intervento potrebbe costare allo Stato americano e quindi ai contribuenti 26 miliardi di dollari secondo il Congresso.

Ma era inevitabile: a causa del crollo dei mutui, in un anno la Fannie Mae e la Freddie Mac hanno perso circa 15 miliardi di dollari, rimanendo quasi senza capitali, e deprezzando i loro titoli di quasi il 90 per cento. Inoltre, 4 milioni di famiglie, il 9 per cento dei mutuati, sono andate in bancarotta o sono in grave ritardo nei pagamenti rateali.

L’iniziativa ha precedenti solo negli interventi governativi del presidente Franklin Roosevelt durante la Grande depressione economica degli Anni trenta, e rappresenta una clamorosa inversione di rotta dell’amministrazione Bush, la più liberista dell’ultimo mezzo secolo.

E’ la misura più drastica presa sinora dal ministro Henry Paulson e dal governatore della Riserva federale Ben Bernanke: di fatto, con il loro commissariamento, le agenzie sono temporaneamente nazionalizzate in base a una legge approvata dal Congresso.

La misura era diventata urgente anche perché i giorni scorsi era fallita l’undicesima banca dallo scorso settembre, la Silver state del Nevada, e si teme che numerose altre chiudano i battenti.

Per i milioni di famiglie americane che rischiano di perdere la casa è una tempestiva operazione di salvataggio.

La situazione dei mutui è la peggiore degli ultimi 29 anni, dal crollo delle Casse di risparmio, visto che  le misure sinora adottate da Bush per rimborsi fiscali di 168 miliardi di dollari ai contribuenti alla vendita, non sembrano avere avuto un grande efetto per stabilizzare il sistema.

La decisione del governo federale americano di nazionalizzare Fannie e Freddie è di grandissima importanza. Perchè la gravità è sicuramente superiore a quelle prese da Roosevelt durante la Grande Depressione degli anni Trenta nei riguardi del mondo bancario e finanziario americano.

Come scrisse lo storico americano, Arthur M. Schlesinger, “nel 1933 la regolamentazione finanziaria sembrava essere solo una parte marginale del New Deal” (A.M. Schlesinger, L’età di Roosevelt. L’avvento del New Deal, il Mulino, Bologna 1963, p. 442).

Ma la questione merita di essere vista anche da un’altro punto di vista.

Il provvedimento non ha precedenti nella storia Americana. E questo accade in una nazione, dove da sempre democratici e repubblicani vedono in qualsiasi intervento pubblico, anche minimo, un attentato alla libertà economica individuale: una specie di anticipazione del comunismo.

Cosa sta cambiando e perché?

Proviamo a capirlo seguendo sempre il ragionamenti di Arthur M. Schlesinger, che in un suo plamplet del 1995 dal titolo “LA DISUNIONE DELL’AMERICA” affronta il nodo dell’unione dell’America federale nelle tante tessere che la compongono e pone in primo piano la questione di cosa significhi essere americani, oggi.

In sintesi,Schlesinger scrive :

Il sogno americano è sempre stato quello di un nuovo inizio su base egualitaria, ben individuato dalla metafora del melting pot, del grande crogiolo entro cui le differenze di razza e di religione, di nazionalità e di censo vengono fuse nell’obiettivo comune della ricerca e della pratica della democrazia.

Oggi, però, il sogno americano appare in crisi, frammentandosi e continuamente ricomponendosi nelle dinamiche complesse delle etnie e delle subculture che affermano il proprio orgoglio e i propri interessi particolaristici.

Una nuova ortodossia sta riscrivendo sia il futuro che il passato dell’America, via via allontanandosi dall’idea dell’assimilazione e affermando il valore dell’appartenenza etnica.

Se questa risorgenza di orgoglio etnico mostra alcuni salutari vantaggi (tra i quali il riconoscimento del debito storico che l’America ha nei confronti dei neri, degli indiani, degli ispanici, delle donne) non manca però di esigere un prezzo e di prospettare un pericolo: la ”frammentazione, risegregazione e tribalizzazione della vita americana”.

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Introduzione estratta dal Pamplet:

Gli Stati Uniti nascono privi del sostegno di una discendenza, di una religione comune e dell’attaccamento ad un territorio entro cui confini per generazioni e generazioni hanno abitato i loro antenati.

Come scrive Hans Kohn in American Nationalism essere americano ha significato fin dall’inizio identificarsi con un’idea: l’idea che la Rivoluzione e le istituzioni democratiche da essa sorte fossero la conferma provvidenziale di quei valori di libertà, eguaglianza e repubblicanesimo che in Europa avevano trovato espressione solo teorica.

Dalla cittadinanza erano originariamente esclusi i neri, le donne e gli indiani, ma nessun altro poteva esserne lasciato fuori per motivi di carattere etnico, religioso o culturale, purché avesse giurato fedeltà ai valori della costituzione, .

Gli americani sono non tanto una nazione quanto un popolo: “people”, come si leggeva nel Preambolo della Costituzione.

Un popolo di immigrati uniti da un patriottismo riflessivo, espressamente ideologico.

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L’argomento è di bruciante attualità anche per l’Italia e per l’Europa del multicultoralismo non governato che sposta con l’immigrazione enormi masse di uomini e donne. In considerazione anche del  fatto che il fenomeno della globalizzazione sta assumendo un effetto perverso perchè non apre i mercati fra i popoli, ma sposta le attività produttive da una nazione all’altra e da un continente all’altro, senza tebspostaVista la tendenza vede svilupparsi tendenze regional-nazionalistiche crescenti e rinnovate, di lonere di conto delle differenze socioculturali che incidono sui diversi Welfare e che inevitabilmente aumentano il costo dei prodotti finiti da immettere sul mercato. E’ in questo contesto che anche in Europa si estende ed è vincente quel pensiero politico che affonda la sua cultura nelle radici storico-culturali.

Il pericolo sottostante.

Un po di fantapolitica ( o geopolitica fate voi):

L’inflazione americana, potrebbe crescere, e come è sempre accaduto fino ad oggi L’Europa non potrà essere esente dalla sua influenza.

Sopratutto se non verrà congelato in qualche maniera il dollaro che è la moneta di pagamento internazionale.

Cosa poco probabile, visto quanto ci tengono i paesi industrializzati alla potenza della propria moneta, un esempio è l’elogio dell’euro di questi ultimi tempi.

Quindi, ci sarà inevitabilmente, una sottomissione Europea alle esigenze Usa ( nel XXI secolo le guerre fra paesi industrializzati sono soprattutto economiche).

Fatto l’accordo di non belligeranza con L’Europa, in quanto sottomessa economicamente.

Gli Stati Uniti per attenuare l’inflazione crescente in simbiosi con una crisi sociale sempre più grave, per evitare la stagflazione e le conseguenze di lotta sociale interna ad essa connessa. In una simile circostanza  la storia e maestra, e ci dice, che l’America potrebbero puntare sul nemico esterno.

Di conseguenza rafforzerà l’impegno militare nel mondo, come gradita valvola di sfogo economico per il complesso militare-industriale, nonché come risposta ai crescenti problemi occupazionali e debitori che attanagliano il popolo americano, aprendo la possibilità di creare occupazione nelle industrie e nei servizi, anche indirettamente collegati alle forze armate, creando la fatidica “ciambella di salvataggio” per quegli americani “falliti”, a causa delle crisi bancaria.

Tutto questo, si potrebbe agevolarae, anche con un ulteriore vantaggio per coloro che vanno in guerra, come già accaduto (se non ricordo male) nel 1941, infatti la legge americana potrebbe prevede ancora la sospensione dell’esazione coattiva degli eventuali debiti contratti nella vita civile.

Si tratta di una efficace persuasione “metodologia” para-bellica che risale a Roma antica.

Il momento non è dei migliori visto anche quanto  accade in Georgia.

Siamo in presenza di una vera e propria svolta, politica ed economica.

Una svolta sulla quale, avrà sicuramente un peso non indifferente il nuovo Presidente degli Stati Uniti D’America.

Infatti è da lui, e dalle sue idee, che dipende il peso che può avere sulle scelte la lobby del complesso militare-industriale americano.

Una lobby che vede di buon occhio la guerra totale esterna, non potendo effettuare la guerra civile interna, Lobby che ancora sogna gli altissimi profitti incassati durante il periodo della guerra fredda.

Una situazione politica, sempre più difficile da interpretare e governare per l’Europa, che speriamo non venga di nuovo colpita nel cuore e nella ragione nel XXI secolo.

Approfondimenti:

Mutui: nazionalizzate Fannie Mae e Freddie Mac

IL NEOLIBERISMO AD OROLOGERIA DI FANNIE MAE E FREDDIE MAC

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