Archivio per 3 settembre 2008

Opinione pubblica e opinione di massa

Dopo l’affermazione di Nanni Moretti sulla morte dell’opinione pubblica in Italia, forse è meglio leggere l’opinione di un esperto in merto.

Senza togliere nulla a Nanni che cerca fatti di sinistra da chi di sinistra non è più.

Prima della lettura però dovremmo fare una breve analisi, così ci predisponiamo spiritualmente tutti quanti per un mia culpa………

Perchè l’opinione pubblica non muore materialmente è la cosienza di ognuno di noi che guida il nostro agire, ma le coscienze possono addomentarsi in un sonno profondo se non vengono stimolate a dovere e continuamente.

Questa funzione dovrebbe essere svolta:

– dalla scuola, che dovrebbe formare cittadini democratici consapevoli,

– dalla famiglia che dovrebbe essere esempio di valori positivi,

– dai partiti, che come si diceva una volta devono fare pedagogia politica e consolidare il  senso civico.

Se le coscienze sono addormentate e di conseguenza l’opinione pubblica è morta per dirla alla Nanni qualcuno nello svolgimento delle sue funzioni è mancato.

Inoltre come partito, per ben due volte siamo andati al governo ( a fatica ma ci siamo andati), in entrambi i casi si è chiesto il voto agli elettori cavalcando il conflitto di interessi, MA COSA SI E’ FATTO IN MERITO?

Probabilmente per una buona dose di adrenalina al fine di  risvegliare le coscienze, sarebbe necessario una autocritica interna forte e coraggiosa, fuori dai conformismi, nella speranza di mandare a casa gli oligarchi che da troppo tempo non si domandano ” perchè siamo arrivati a tanto?“.

Porsi le domande e trovare le risposte è complesso, ma questo è il compito di un leader carismatico con le doti individuate da M.Weber, altrimenti non si risvegliano le coscienze.

L’italia è un grande e bel paese, fatto di grandi lavoratori, ma non di stupidi, e non merita tutto questo.

Nanni Moretti: «Berlusconi vince? E’ morta l’opinione pubblica»

Opinione pubblica e opinione di massa – di Renato Parascandolo (*)

Fonte: filosofia.it

La sfera dell’opinione pubblica si costituisce in Europa nella seconda metà del XVII secolo.

Una borghesia sostanzialmente priva di potere politico, ma in forte ascesa nella società civile, rivendica il controllo sulle decisioni dei sovrani e dei governanti.

La circolazione dei giornali, l’abolizione dell’istituto della censura preventiva e la diffusione dei club, sono gli avvenimenti che consentono la formazione dell’opinione pubblica borghese, quella dei capitani d’industria, dei ricchi commercianti, dei liberi professionisti e degli intellettuali. Non tutti, infatti, hanno la possibilità di pubblicare articoli, e solo alcuni fra i sudditi – coloro che sono alfabetizzati – sono in grado di leggerli.

Eppure, grazie alla stampa, si costituisce, in Europa, un focolaio d’irrequietezza culturale, intorno a cui si radunerà il Terzo Stato che conquisterà il potere in Francia, nel 1789.

Quest’opinione pubblica predilige l’argomentazione razionale: le critiche più aspre e le invettive più sanguinose sono, sempre e comunque, il frutto di un ragionamento.

Facciamo un salto in avanti di oltre due secoli.

L’invenzione della radio provoca una rivoluzione nella sfera della pubblica opinione.

Tutti i cittadini possono virtualmente esprimere e rendere pubbliche le loro idee, qualunque sia la loro classe d’appartenenza, che sappiano o no leggere e scrivere.

Per converso i proclami dei governanti possono ormai scavalcare la sfera circoscritta, e sovente critica, dell’opinione pubblica tradizionale che legge i giornali e li commenta negli spazi della sfera pubblica e della vita associativa, per giungere direttamente nella dimensione privata di una massa di persone atomizzate che, secondo le circostanze e le convenienze, prende il nome di popolo, pubblico o utenti. Il trionfo della televisione commerciale consacrerà e consoliderà questa metamorfosi della figura del cittadino nella categoria di “gente”.

Quest’agglomerato di persone, entro cui si forma quella che, d’ora in poi, chiameremo “opinione di massa”, nasce nei primi decenni del XX secolo, con l’avvento della radio.

Il fenomeno è rilevato in vario modo da autorevoli uomini di scienza e di cultura (J. Ortega y Gasset, W. Reich, E. Canetti ecc.), ma il mondo politico non sembra comprenderlo in tutta la sua complessità.

Nel migliore dei casi si contenta di far eco alle profezie di Orwell, che nel suo romanzo, 1984, descrive suggestivamente una società di massa futuribile, controllata scientificamente dall’onnipresente “Grande Fratello”.

Secondo una convinzione diffusa, la radio e la televisione si sarebbero limitate ad allargare la cerchia dell’opinione pubblica, e l’opinione di massa, lungi dal rappresentare una categoria sociologica a sé, non sarebbe altro che il risultato di questa espansione.

Ma se la sfera dell’opinione pubblica è quella che abbiamo descritta dianzi – una borghesia illuminata, colta e raziocinante, raccolta intorno ai giornali, ai libri e alle riviste – ha senso pensare che ne facciano parte anche quei milioni di persone che hanno una relazione con il mondo esclusivamente tramite la televisione, cioè quello che comunemente è definito: il “popolo della televisione”?

Non vi è piuttosto uno scarto, una cesura sostanziale fra l’opinione pubblica e l’opinione di massa, non foss’altro che per l’ordine di grandezza?

E a questo scarto quantitativo, non corrisponde un salto qualitativo?

L’opinione pubblica, purtroppo, rappresenta una sfera circoscritta, riguarda un’élite di cittadini consapevoli del loro status sociale, dei loro diritti e dei loro doveri, dotati di coscienza civile e partecipi, anche se soltanto come spettatori, del dibattito politico in corso.

Al contrario, l’opinione di massa rappresenta una sfera pressoché illimitata, dai contorni indefiniti, la cui consistenza è riconducibile solo alla quantità; un rassemblement di persone privo d’identità, in quanto ciascuno dei suoi appartenenti ritiene che la “gente” siano gli altri.

Ma un’altra, e più radicale differenza oppone i due universi.

L’opinione pubblica predilige, come abbiamo visto, l’argomentazione razionale, mentre l’opinione di massa si alimenta della suggestione, della demagogia, dell’esteriorità, della visceralità; in una parola, dell’irrazionalità.

Inoltre l’opinione di massa è disgregata; assente dalla sfera pubblica, prigioniera del suo particulare, spesso non è in grado neanche di esprimere istanze corporative e tanto meno di far valere le sue ragioni mobilitandosi.

Essa manifesta la sua esistenza come forza passiva solo nei sondaggi e nei rilevamenti dell’audience, strumenti peraltro manipolabili.

Al contrario, la sfera dell’opinione pubblica, che gravita intorno alla classe media, è organizzata: al posto di comando di questo settore risiedono “poteri forti” che controllano i gangli dell’economia e della finanza, delle istituzioni e della politica, della stampa e dell’editoria, della cultura e della scienza.

Volendo ricorrere a uno slogan potremmo dire che l’opinione pubblica conta mentre l’opinione di massa è contata, dai sondaggi per l’appunto.

Una differenza decisiva è, tuttavia, il diverso raggio politico delle due sfere d’azione: quello dell’opinione pubblica non può che essere limitato (soprattutto in un paese come l’Italia in cui il 30% della popolazione ha la licenza elementare) perché il suo argomentare è troppo articolato e il suo linguaggio è troppo complesso.

La formazione dell’opinione di massa richiede altre doti: non il rigore argomentativo, ma una forte personalità, non l’amore disinteressato per il vero, ma una volontà di seduzione, non la coerenza, ma l’illusione e la fuga dalle responsabilità.

Chi opera nel campo della pubblicità, conosce bene la distinzione fra questi due mondi e certamente non si affida al ragionamento per propagandare in TV un detersivo o una nuova auto.

Al tempo stesso chi opera con coscienza nel campo della politica sa bene la differenza tra demagogia e democrazia.

Lo scontro fra queste due sfere è tremendo: la ragione è opposta all’irrazionalità, la forza dei valori si contrappone ai sondaggi d’opinione che impongono la tirannia di una maggioranza anonima, volubile e inconsapevole. Non opinione pubblica ma opinione pubblicata.

Tutti i programmi di azione politica, soprattutto i più ragionevoli e realistici devono fare i conti con un’opinione di massa indirizzata da chi di volta in volta esercita, un sostanziale controllo sulla radio e la televisione.

Nella misura in cui i partiti socialisti e democratici hanno fallito nel compito storico di emancipare le masse dall’ignoranza, ribaltando la loro connaturata tendenza ad essere “massa di manovra”, queste hanno svolto un ruolo cruciale in tutte le tragedie politiche che il nostro secolo ha attraversato.

Questa contrapposizione tra suggestione e ragione, populismo e democrazia, conformismo e ricchezza spirituale, incultura e cultura è, al giorno d’oggi, ancora più forte di quella fra destra e sinistra, categorie comunque interne alla sfera razionale della politica e delle “scelte libere e consapevoli”.

Oltretutto, contro l’opinione di massa e i suoi artefici, dovrebbero insorgere proprio i partiti che s’ispirano all’ideologia liberale.

Infatti, il fattore più rilevante della sua ascesa, l’opinione pubblica borghese, è progressivamente privato della sua funzione di controllo democratico, inflazionato, com’è da un’opinione di massa sostanzialmente estranea a categorie quali Stato di diritto, rispetto delle Istituzioni, interesse generale, coscienza civile.

Per la formazione di una nuova opinione pubblica.

Da quanto abbiamo detto, è facile comprendere su quale versante, rispetto alla radio e alla televisione, si collochi Internet un medium che richiede una buona scolarizzazione (bisogna saper scrivere oltre che leggere), una certa dimestichezza con le lingue, la conoscenza del computer e della Rete.

Ciò che distingue Internet dalla televisione è la possibilità di un discorso “diverso”, di uno scambio colto.

Dopo settant’anni di tirannia imposta dall’opinione di massa, si è aperto uno spazio reale in cui hanno diritto di cittadinanza istituzioni pubbliche e private, università e centri di ricerca, biblioteche e agenzie di stampa, uno spazio che l’opinione pubblica può ritagliarsi per riprendersi la parola che la televisione generalista e commerciale negli ultimi trent’anni le avevano sottratto.

L’opinione pubblica contemporanea può trovare in Internet uno strumento analogo – per selettività e ordine razionale del discorso – a quello della carta stampata nel XIX secolo.

In più, Internet presenta il vantaggio della “interattività”, vale a dire di un’effettiva e diretta partecipazione individuale alle discussioni scientifiche, politiche, di costume ecc.: uno spazio pubblico che la stampa del XIX secolo concedeva solo a una categoria ristretta di rappresentanti della società civile, i pubblicisti.

Uno spazio “colto” per la comunicazione sociale non può esistere nella TV commerciale.

D’altra parte le televisioni pubbliche, una caratteristica del Welfare europeo, che pure avrebbero potuto – e potrebbero (dovrebbero!) – contrastare questa passività omologante, stentano a contenere le degenerazioni insite in quel modello sempre più dominante.

Ma anche istituzioni solide e secolari come le università, le chiese, le accademie e i partiti, essenziali per la formazione delle classi dirigenti dell’Occidente, hanno a poco a poco capitolato.

L’ha detto la Tv vale più di ciò che dice il prete o il professore, a meno che non lo dicano in televisione.

Per questi motivi, di fronte a una TV che si basa sul modello di comunicazione unidirezionale “da uno a molti”, e a una stampa che ha in parte dimenticato la sua nobile origine (sebbene sia uno dei pochi baluardi che ancora resiste alle derive plebiscitarie), Internet rappresenta, quanto meno, una speranza e un’occasione per ripristinare, su scala planetaria, uno spazio pubblico di comunicazione per la cultura, le scienze, l’arte e la politica.

Internet, a differenza della TV, non preclude questa possibilità e soprattutto dimostra una “naturale” affinità con le istituzioni che curano la formazione culturale e spirituale dei cittadini.

D’altronde non è un caso che le università e i centri di ricerca internazionali siano stati i primi – e per molti anni i soli – “utenti” della Rete e che non vi sia istituzione governativa e parlamentare, compresa la stessa Chiesa Cattolica, che non ne abbia, già da tempo, intuito e sfruttato le potenzialità informative e comunicative.

Volendo tradurre queste considerazioni nel linguaggio della politica, l’auspicio è che i partiti democratici, qualunque sia la loro matrice ideologica, sappiano cogliere le potenzialità insite nei nuovi media, intesi come spazio di formazione dello spirito pubblico e formidabili strumenti per il confronto tra saperi, culture e civiltà.

Un primo grande passo in questa direzione è stato il ruolo svolto da Internet il 15 febbraio 2003 nella mobilitazione contro la guerra in Iraq di centodieci milioni di cittadini di tutto il mondo.

Quell’evento, che forse un giorno sarà ricordato nei libri di storia della comunicazione, ha reso concreta la speranza che possa nascere, dalle ceneri della vecchia opinione pubblica europea, una nuova coscienza pubblica mondiale.

Note:*) Renato Parascandolo,giornalista, Presidente di Rai Trade, già Direttore di RAI Educational, ha insegnato alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, corso di laurea in Scienze della comunicazione; alla LUMSA, Facoltà di Scienze della Formazione; all’Università Roma Tre, corso di laurea in Scienze della formazione; all’Università La Sapienza di Roma e all’Università Federico II di Napoli, Facoltà di Sociologia. E’ membro del Comitato tecnico-scientifico del Ministero dell’Università e della Ricerca per la diffusione della cultura scientifica.

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La libertà di chi?

G. Lakoff, 2008, La libertà di chi?, Traduzione di Valeria Roncarolo,Pagine.242; € 22,00.

Edizione originale, 2006, Whose Freedom?

“Perdere la libertà è una cosa terribile, ma perdere il concetto di libertà è ancora peggio”, scrive G. Lakoff a p.XI, nell’introduzione del suo libro.

George Lakoff, da anni studia l’efficacia e il potere evocativo della metafora, applicando le teorie scientifiche del linguaggio allo studio e all’analisi di uno degli aspetti cruciali della comunicazione pubblica e sociale: la politica.

L’autore è uno dei più raffinati studiosi di scienza cognitiva e insegna linguistica alla Berkeley University. Si è occupato e si occupa del rapporto fra linguaggio e vita quotidiana e da qualche tempo ha concentrato i propri interessi sull’approfondimento del rapporto tra scienza e democrazia.

Per questo scopo ha fondato un istituto di ricerca, il Rockridge Institute, che si propone di sviluppare la ricerca sul rapporto tra politica e linguaggio, al fine di ridefinire i termini di una visione e di una prassi progressista in politica.

Negli ultimi anni, scrive Lakoff, la destra conservatrice americana, ma il paragone con il nostro panorama politico è immediato e urgente, ha saputo trasmettere, facendo ricorso a un linguaggio pericolosamente populista e retorico ma diretto e convincente, i propri valori fondamentali con maggior vigore ed efficacia rispetto a quanto non abbia saputo fare l’ala progressista.

Il discorso di George W. Bush in occasione della celebrazione del suo secondo mandato presidenziale, la cui analisi rappresenta il cuore di “La libertà di chi?”, è in questo senso indicativo, perché incentrato sull’idea fondante di ogni società democratica e civile. Bush, in meno di mezz’ora, ha pronunciato quasi 50 volte la parola “libertà” e i suoi sinonimi.

Dal momento che, continua Lakoff, la ripetizione ha nella mente di chi ascolta un enorme potere inconscio, questo uso continuo e ossessivo ha permesso alla destra di appropriarsi letteralmente di questo concetto, manipolandolo e piegandolo per giustificare le proprie battaglie politiche e religiose.

Le parole sono fatti e generano scelte, comportamenti e azioni.

In tal modo la destra americana si è appropriata profondamente della parola “libertà”, e sta piegando quel concetto per le proprie battaglie politiche e religiose.

Il cuore del libro che è costituito dall’analisi del discorso di G. W. Bush, pronunciato in occasione della celebrazione del suo secondo mandato, che come già scritto sopra, in quella circostanza Bush ha pronunciato quasi cinquanta volte la parola libertà e i suoi sinonimi, in meno di mezz’ora.

Ma perchè G. W. Bush pronuncia cosi tante volte la parola Libertà?

La tesi centrale del libro è che nell’America di oggi esistano due differenti concezioni di libertà, che nascono da due modi molto diversi, politicamente e moralmente, di vedere la realtà e che stanno dividendo il paese.

La prima:

E’ l’idea tradizionale di libertà, di tipo progressista, basata sulla progressiva estensione delle libertà, propria dell’attivismo americano, dal diritto di voto, all’aumento delle opportunità, ai diritti dei lavoratori, all’allargamento dell’educazione pubblica, ai diritti civili. Con tutte le sue imperfezioni,questo orientamento diffuso sta subendo una veloce inversione di tendenza.

La seconda:

“Laddove nell’ultimo secolo la maggior parte degli americani ha assistito a un’estensione delle libertà, i conservatori radicali vedono in ciò che è avvenuto una riduzione di ciò che essi considerano “libertà” ”.

“ Ciò che li rende conservatori non è il fatto che essi vogliono conservare le conquiste di coloro che hanno lottato per consolidare la democrazia americana, ma al contrario: essi vogliono tornare indietro, a prima che queste libertà fossero state stabilite”. “…..essi vogliono tornare a prima della grande estensione dei diritti di voto, dell’istituzione dei sindacati, della tutela dei lavoratori e delle pensioni, delle leggi sui diritti civili, della creazione di un sistema di sanità pubblica e della tutela dell’ambiente, delle scoperte scientifiche che hanno contraddetto i dogmi religiosi fondamentalisti”.

Di particolare rilevanza non sono solo le posizioni conservatrici, ma i modi in cui i progressisti reagiscono a tali posizioni.

I progressisti “stanno peccando di fantasia quando pretendono che la loro idea di libertà sia l’unica possibile e quando negano che la destra radicale abbia una qualsiasi idea di cosa sia la libertà”.

Negarlo porta a pensare che Bush non stia dicendo nulla quando cita la libertà 49 volte in un discorso di mezz’ora o quando chiama una campagna militare “Enduring Freedom”.

Negarlo porta a non comprendere che cosa intendono i conservatori radicali per libertà e quali sono le conseguenze delle loro convinzioni.

Essi hanno un concetto di libertà così estraneo ai progressisti che molti di questi ultimi non riescono nemmeno a comprenderlo e tantomeno a difendersi da esso.

Nel frattempo la destra si impadronisce dell’idea di libertà e ciò passa inosservato sotto gli occhi di un gran numero di persone.

Con questo libro Lakoff cerca di valorizzare i metodi e gli strumenti delle scienze cognitive per analizzare la cruciale questione della libertà.

La libertà e le altre idee politiche sono prodotti della mente umana, sostiene opportunamente Lakoff, e sono inevitabilmente il risultato dei processi mentali degli uomini.

Alla luce dei progressi della scienza cognitiva Lakoff sottopone ad analisi i fondamenti della libertà secondo i conservatori e secondo i progressisti.

La riappropriazione della nostra capacità critica e analitica per riconoscere la differenza fra l’individualismo e il mercato senza limiti con le forme di governo intese solo come ostacolo alla libertà di ognuno di fare quello che vuole.

Un’idea di libertà dinamica, basata sul legame sociale e sull’empatia, nella convinzione che l’individuo da solo non può né individuarsi né emanciparsi, è alla base dell’idea progressista di libertà; un’idea con una lunga storia e particolarmente attenta alle infrastrutture della libertà.

Per accedere a queste e ad altre decisive chiarificazioni, Lakoff mette in campo gli aspetti fondativi delle scienze cognitive e i loro importanti progressi nella individuazione dei nostri modi di essere, di conoscere e di pensare.

Il libro si propone in tal modo anche come un importante documento dei metodi e degli strumenti delle scienze cognitive.

È forse in questo che sta l’antidoto più rilevante per la degenerazione fino al rischio di scomparsa di un’idea progressista di libertà.

E, così, è importante sapere che noi pensiamo col cervello; che il pensiero è qualcosa di fisico e che i circuiti neurali e le idee che ne emergono, una volta stabiliti non cambiano velocemente e facilmente.

La ripetizione nel linguaggio ha il potere di cambiare il cervello e il pensiero, generando nuove associazioni, frutto di un’insistenza in una certa direzione.

Siccome la maggior parte del nostro pensiero è incosciente, noi spesso non siamo in grado di controllare con la sola razionalità le dinamiche e i cambiamenti dei nostri stessi modi di vedere il mondo. Quei modi di vedere si situano continuamente in cornici concettuali (frame), che ne influenzano i significati e, soprattutto, escludono significati alternativi.

Se si associa la guerra alla minaccia per la nazione e la si inscrive nella “cornice” minaccia, essa finirà per autogiustificarsi e per escludere ogni possibile alternativa.

È però possibile utilizzare il linguaggio per inquadrare una situazione in un altro frame.

La maggioranza del pensiero ricorre a metafore concettuali e non segue le leggi della logica, cosicché metafore e frame definiscono il senso comune.

Per questo spesso i frame e il senso comune hanno la meglio sui fatti. Se ciò si accompagna ad un buon uso delle emozioni, collegandole a messaggi mirati, si ottengono risultati altamente influenti, come quelli conseguiti dai conservatori nell’usare la paura per influenzare gli elettori.

Si configurano in tal modo due culture a confronto intorno al tema della libertà, entrambe sostenute da processi cognitivi decisivi.

Non si tratta di limitarsi a definire rozza la cultura conservatrice, ma di chiedersi con quali meccanismi si afferma, sviluppando la capacità di proporre meccanismi alternativi più validi. Per questo conflitto di libertà il libro di G. Lakoff è un vero viatico.

“La libertà di chi?” è un’istantanea lucida della nostra contemporaneità; un insegnamento per l’intera classe dirigente e politica.

Approfondimenti:

Recensioni sul nostro sito

Libri – George Lakoff – Non pensare all’elefante!

Cosa significa essere Democratici -Intervista a George Lakoff


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