Alitalia “pianti da coccodrilli e vittorie di Pirro”

Alitalia fine della storia, di fatto con la richiesta del dichiarazione di insolvenza del Cda che ha formalizzato la richiesta di commissariamento e contestualmente ha presentato ricorso per la dichiarazione dello stato di insolvenza al Tribunale di Roma, la storia di Alitalia come impresa si chiude.

Subito dopo il premier Silvio Berlusconi ha firmato il decreto di nomina del commissario straordinario. Sarà Augusto Fantozzi a occuparsi della liquidazione della parte non risanabile della compagnia. E CON QUESTO ATTO BERLUSCONO SMENTISCE SE STESSO VISTO CHE DICHIARAVA DI VOLERLA SALVARE.

COSA C’E’ DI PEGGIO DEL FALLIMENTO PER UNA AZIENDA?

NIENTE!!!

Ma la cosa più patetica è la lettura dell’articolo di Colaninno, che dal mio mio punto di vista “è pietoso” Colaninno afferma:

– la situazione attuale è peggiorativa per lo stato ma che le scelte politiche non le fa lui,

– che qualche problema con la sua anima imprenditoriale c’è, visto come le cose si sono svolte,

– dice chiaramente, e questo è a suo favore, che lui fa l’imprenditore, tradotto vuol dire comprare al minimo per vendere al massimo ( i soldi nell’impresa vanno e tornano, nel ritorno devono essere un po di più di quelli in andata),

– CI POTEVA INVECE RISPARMIARE IL PATRIOTISMO FUORI LUOGO CHE SOTTO-INTENDE ” LO FACCIAMO PER L’ITALIA PERCHE’ SIAMO ITALIANI”.

CHE SI CHIAMINO COLANINNO, AGNELLI, TRONCHETTI, ECC..ECC… POCO IMPORTA LE REGOLE DEL LIBERO MERCATO SONO LE SOLITE ORMAI DA QUANDO A. SMITH HA SCRITTO RICCHEZZA DELLE NAZIONI.

Sul mercato si compete ad armi pari se si cambiano le regole del gioco, i competitori devono essere tutti in condizioni di saperlo e di potersi esprimere nell’offerta.

In questo caso si trova una cordata, e si decide di cambiare le regole per loro. Dopo loro, vanno e trattano con i patner stranieri.

Allora qui la domanda sorge spontanea: perché lo Stato non ha cambiato le regole per se, valorizzando un suo bene che avrebbe messo sul mercato, con evidente beneficio per le casse dello Stato?.

Interessanti invece sono due articoli uno di Tito Boeri, che è in linea con il nostro precedente Post, e l’altro di Massimo Giannini che smentisce categoricamente che la politica economica di questo CD sia riconducibile ad una “economia sociale di mercato” di origine Tedesca ( entrambi gli articoli li trovate giù negli approfondimenti).

In effetti, stiamo assistendo all’elogio del governo da parte di diversi esponenti di varia provenienza professionale, anche Luigi Marino ( il sole 24 ore del 30/08/2008 pag.15) leader della Confcooperative (le cosiddette coop bianche), Marino afferma che questa è la politica della vecchia DC di Don Sturzo.

Far passare i fallimenti per successi, e le furbate per responsabilità sociale, è a mio giudizio un fatto di disonesta intellettuale nei confronti della società, ( in merito basta leggere, L’APPELLO AI “LIBERI E FORTI” DI DON LUIGI STURZO” e in fondo alla  pagina ci sono altri link per approfondire il pensiero Democratico, Politico, Economico e Etico di Don L. Struzo).

Questa destra non persegue l’economia sociale degli Ordolibelalism, e non è neanche liberale.

Berlusconi non persegue nessuna politica di “economia sociale di mercato” di tipo Tedesco è di certo per quel che fa non è riconducibile ai criteri di giustizia sociale di Don Sturzo.

Ma vediamo perché:

Breve accenno storico:

La solidità economica della Germania è parte dell’immaginario collettivo. Per decenni, a partire dalla ricostruzione del dopoguerra, il paese si è identificato, all’interno ed all’estero, come l’economia trainante del continente europeo, grazie alla forza della sua industria e alla compattezza del sistema di relazioni industriali. Una sapiente e fortunata combinazione di libertà economica e di intervento pubblico ha saputo garantire una crescita relativamente armoniosa e territorialmente bilanciata, prezzi stabili e una complessiva pace sociale tra industria e sindacati.

Il sistema ha radici lontane, specie nella politica economica del cancelliere Bismarck e nella legislazione sociale che l’ha accompagnata. E’ nella seconda metà dell’Ottocento che politica economica e politica sociale vengono inscindibilmente unite. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la conferenza di Potsdam del 1945 stabilisce che sia mantenuta l’unità economica della Germania occupata. Tuttavia, le insanabili divergenze tra le potenze occidentali e l’Unione Sovietica quanto alla concezione economica, portano fin da subito alla creazione di zone economiche profondamente diverse tra l’area di occupazione occidentale e quella sovietica.

La ricostruzione economica inizia – ormai di fatto per le sole zone occidentali – nel 1948, con la riforma monetaria e il piano Marshall, il programma di aiuti alla ricostruzione economica e infrastrutturale lanciato dall’allora segretario di Stato statunitense.

Conformemente alla tradizione di forte interventismo statale nell’economia, la nuova parola d’ordine, il principio ispiratore della politica economica della nuova Germania guidata dal Cancelliere Adenauer e dal Ministro dell’Economia Erhard, è l’economia sociale di mercato: un sistema basato sulla libera iniziativa economica bilanciata dal limitato ma costante intervento dello Stato per mantenere l’equità sociale.

Il concetto di economia sociale di mercato nasce soprattutto nella scuola di Friburgo, ed è fortemente ispirato sotto il profilo ideologico dalla dottrina sociale della Chiesa.

L’obiettivo è la creazione di un sistema economico che consenta e promuova lo sviluppo dell’individuo nel quadro di un sistema politico che si prenda cura del bene pubblico e dell’assistenza ai più deboli.

Il padre dell’economia sociale di mercato nella sua attuazione pratica è Ludwig Erhard, che in 18 anni di governo, prima come Ministro per gli Affari Economici, poi come Cancelliere, riesce a guidare lo sviluppo di un sistema economico che consente di conciliare la promozione della libertà economica con il controllo e la regolazione pubblici.

Lo Stato interviene a garanzia della libera competizione, gestendo la distribuzione dei redditi e dei patrimoni e regolamentando la politica strutturale e finanziaria.

Sostanzialmente l’intervento pubblico regolatore mira a evitare l’eccessiva concentrazione di potere nei diversi settori creando e mantenendo le condizioni per una competizione effettiva.

Dopo non poche difficoltà iniziali, il sistema prende piede e ottiene soprattutto il consenso sociale indispensabile al proprio funzionamento. Specie i primi spettacolari risultati nella lotta alla disoccupazione e alla mancanza di abitazioni convincono anche gli scettici a sposare le linee fondamentali di questa politica.

Nel 1959 il Partito Socialdemocratico (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, SPD), nel famoso programma di Bad Godesberg rinuncia espressamente e definitivamente all’ideologia marxista e si avvicina alla politica economica sociale di mercato.

L’intero “arco costituzionale” tedesco condivide gli obiettivi della crescita economica bilanciata dall’intervento pubblico, della forte tutela dei diritti sociali, della collaborazione sociale, dell’uniformità del tenore di vita e di sviluppo tra le varie parti del Paese.

E’ il momento del massimo sviluppo economico. Il maggiolino della Volkswagen diviene il simbolo del successo mondiale dell’industria automobilistica tedesca e della motorizzazione di massa. Vengono approvate moltissime leggi in ambito sociale, dalle assicurazioni alle pensioni alla lotta alla disoccupazione, e il clima economico favorevole consente una maggiore partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa attraverso appositi organismi che contribuiscono alla cosiddetta democratizzazione dell’economia.

Il Modello Renano:

In questo momento di grande crescita e di prima stabilizzazione (inizio degli anni ’60) si radica e si propaga il cosiddetto “modello renano”, quel sistema economico complessivo fatto di economia sociale di mercato, di relazioni industriali, di politiche pubbliche, di cooperazione sociale e di una forte garanzia dei diritti sociali dei lavoratori che accompagna la fase più florida dell’economia tedesca, portandola ai vertici mondiali e proponendosi, per questo, come modello vincente e, forse, irripetibile.

La caratteristica principale è la collaborazione tra le parti socali che si instaura e si esprime nel finanziamento congiunto da parte di datori di lavoro e lavoratori delle assicurazioni pensionistiche, di malattia e di disoccupazione, le quali, per questo motivo, sono tra le più alte del mondo, così come i salari.

Il cosiddetto partenariato sociale tra sindacati e imprese si esprime, inoltre, nell’istituzionalizzazione del conflitto nel quadro del diritto sindacale e del lavoro, concordato tra le parti sociali.

Dal 1949 le 16 sigle sindacali tedesche, organizzate per categorie economiche, sono riunite in un unico sindacato dei lavoratori, il Deutscher Gewerkschaftsbund, e questo ha assicurato la forza contrattuale e impedito la divisione ideologico-partitica tra le rappresentanze dei lavoratori.

Gli scioperi sono stati per questo molto rari, anche se, nelle poche volte in cui si sono avuti, sono stati particolarmente duri ed efficaci.

Dalla parola “liberale” alla formula “benessere sociale”.

Per liberale intendo la strada che Ralf Dahrendorf ha indicato nelle sue opere a coloro che volessero effettivamente seguire una via politica con questo nome, in quanto, a detta dell’autore anglotedesco, molti partiti in Europa si dicono liberali ma non hanno niente nei loro progetti, nelle loro manifestazioni politiche, nei loro interventi, che possa lasciar presagire un loro appoggio alla pura questione liberalista.

E questo semplicemente perché il liberalismo è la dottrina che pone al centro di tutto la libertà come valore fondante della società.

Se si perde per strada questo enunciato fondamentale, si perde anche il diritto ad esser chiamati liberali.

Strettamente collegato a questa idea politica, vi è l’idea di un forte individualismo che dovrebbe informare tutta l’attività umana, ma in particolar modo che dovrebbe esser ripreso e messo in opera da quella parte della società che si prefigge di governare.

Perché l’individualismo?

Perché l’obiettivo dovrebbe essere quello di porre al centro delle politiche sociali l’individuo, il cittadino in quanto tale e non in quanto membro di qualche associazione collettiva come il sindacato, l’impresa o la famiglia.

Inoltre, i processi connessi con la post-modernità portano l’individuo a ridefinire la propria identità in chiave soggettiva e ad elaborare bisogni e desideri nuovi, ai quali lo stato non può far fronte se non introducendo delle politiche che guardino direttamente al singolo.

D’altronde questa è la tendenza che ritroviamo nelle dichiarazioni programmatiche dei governi di molti paesi occidentali, nelle quali si enunciano inevitabili riforme in materia sociale.

Gli errori e le nuove disuguaglianze (come la under class,composta da coloro che sono tagliati fuori da ogni processo redistributivo) che si sono venute a creare nei sistemi per inseguire e correggere le storture del mercato hanno portato ad una crisi generale di politica pubblica, in quanto ci siamo resi conto che le misure di welfare non sono più adatte alla società concreta che si è venuta formando, ed hanno anche portato ad una crisi del patto redistributivo.

Infatti lo stato non riesce più a ripartire in maniera ottimale i costi delle politiche sociali, facendo scemare così la propria capacità di protezione.

Su tutto ciò, inoltre, si installa la protesta di chi si rifiuta di pagare sempre di più per ottenere sempre di meno, considerando anche che il fisco rappresenta il perno e l’accordo solidaristico fondamentale delle società moderne.

Ovviamente questo doppio fronte di crisi non può che avere effetti devastanti sia sulla società civile che sulla classe politica, anche perché i ceti medi vedono sempre più insidiata la propria posizione e vedono sempre più vicina la prospettiva di una discesa nella scala sociale.

Come se non bastasse, gli strati inferiori della popolazione rischiano di perdere le poche franchigie che permettono loro di vivere un’esistenza decorosa, facendole scivolare nella povertà più assoluta.

E non si capisce come lo stato possa tutelare quest’ultima fascia sociale, quando intende smantellare il sistema di welfare, per far fronte al calo di legittimazione che segue alla rottura sul piano fiscale.

La destra e il problema del Welfare:

Dalla nuova destra il problema della povertà è, ad esempio, visto in maniera rovesciata rispetto a quanto pensavano i creatori di grandi modelli di welfare del secondo dopoguerra.

In quel periodo infatti, la povertà veniva vista come un problema sociale, derivante da un iniqua redistribuzione della ricchezza e quindi come una piaga della cui cura si doveva occupare la società nella sua totalità, sotto forma di Stato.

Oggi invece la tendenza è quella di vedere il problema come fondamentalmente individuale, nel senso che la povertà sarebbe riconducibile ai singoli percorsi individuali.

Quindi, affermando tutto ciò, si afferma anche che l’intervento dello Stato in materia sociale non ha quasi più senso, visto che si tratterebbe ora di “correggere” queste traiettorie individuali, compito che il welfare state tradizionale non può assolvere perché non ne è in grado.

Per cui si procede con grande lena allo smantellamento degli istituti di politiche sociali, senza tener troppo di conto che la già indigente under class potrebbe diventare ancora più povera e innescare una protesta tanto sottovalutata quanto pericolosa per la vita stessa della società.

Questa nuova destra è in contraddizione anche con le dichiarazioni di vecchi utilitaristi del calibro di John Stuart Mill che hanno cercato con le loro elaborazioni intellettuali, di assicurare al lavoratore quel giusto equilibrio psicologico che potesse metterlo nelle migliori condizioni di lavorare e che potesse permettergli, attraverso il reddito, di diventare anch’egli possidente, e di ridurre dunque quel distacco che lo divide dalle classi più agiate, andando a formare quella che diventerà la classe media. Classe media che diventerà tale anche grazie al sistema di sicurezza socio-economico improntato dallo stato.

In conclusione, Berlusconi non è Adenauer, Temonti non è Ludwig Erhard, ed entrambi visto quello che fanno……nemmeno sanno chi è Wilhelm Röpke.

Questi Industriali si stanno mangiando come sempre lo stato Italiano a morsi, non solo vogliono anche passare per patrioti e di sinistra ora………..ma fra qualche mese quando avranno raddopiato il capitale investito per dare una morale ai loro profitti ci diranno che sono bravi e che hanno rischiato il collo.

MA QUESTO SOLO PER ALCUNI GIORNI, POI COME I COCCODRILLI CHE SEGUONO LA LORO NATURA DOPO IL PASTO PIANGERANNO, CONFESSANDOCI CHE ALITALIA E’ STATA L’ENNESIMA PORCATA AI DANNI DELLO STATO ITALIANO.

Ad ulteriore supporto che Alitalia non centra niente con l’economia sociale di mercato c’è questo documento della fondazione AISPE di Giulio Tremonti.

Documento, sul quale avremmo qualcosa da ridire sulle politiche Keynesiane, ma solo per rispetto del grande Lord Inglese, che ha visto stravolgere nell’attuazione pratica effettuata da altri le sue idee. Ma questa è un’altra storia che rimandiamo ad un prossimo Post specifico.

******

Convegno AISPE 2004

Stato e mercato nell’alternativa tedesca al liberismo anglosassone

Di Rosaria Rita Canale

Abstract

( papers completo pag.12 fonte: Università di Palermo – file doc)

Nella letteratura è possibile, semplificando, individuare due visioni alternative sul ruolo da assegnare al mercato nell’attività economica: una prima visione – cosiddetta liberista di stampo anglosassone – che ritiene che il mercato sia il modo più efficiente di organizzare l’attività economica di un paese. Infatti esso possiede – se lasciato libero di funzionare – tutte le caratteristiche per garantire la convergenza verso il reddito di pieno impiego grazie alla forza con cui i soggetti perseguono l’interesse individuale, che a seguito dell’operare della “mano invisibile” finirebbe per corrispondere con l’interesse collettivo.
La posizione alternativa – riconducibile al pensiero keynesiano – ritiene che il mercato non possieda sempre meccanismi automatici di aggiustamento e che vada sostenuto con interventi attivi di politica monetaria e di politica fiscale. Lo squilibrio – o meglio l’equilibrio di sottoccupazione – non sarebbe causato dalle rigidità ma dalla carenza di domanda aggregata. L’intervento dello Stato e di politica economica in generale sarebbe allora necessario per colmare questo deficit e per garantire l’equilibrio sociale che il mercato da solo non riesce a realizzare.
In Germania le convinzioni sul ruolo dell’attività di politica economica come strumento di correzione del mercato, si sono sviluppate seguendo percorsi alternativi rispetto alle posizioni teoriche dominanti. Le origini dell’alternativa possono essere rintracciate nei contenuti del pensiero della scuola storica dell’economia che a partire dalla disputa sul metodo con la scuola marginalista, ha conosciuto uno sviluppo autonomo. Il pensiero economico proseguì poi per una propria strada non sposando il pensiero keynesiano, e riservando sempre uno sguardo più attento ai meccanismi automatici del marcato.
L’idea centrale è che il mercato sia il modo migliore per organizzare l’attività economica di un paese, ma che esso non sia in grado di garantire l’equilibrio distributivo assicurato dai meccanismi automatici di aggiustamento, suggeriti dalla teoria neoclassica. Il conflitto sociale finirebbe per comprometterne l’attività autonoma e per sollecitare quegli squilibri paventati dalla teoria keynesiana. Mercato e protezione sociale sono pertanto due concetti indissolubili per realizzare la crescita economica, poiché la seconda assicura che l’efficiente e corretto funzionamento del primo sia un obiettivo comune.
Questo modello tedesco, noto come ordoliberalism o più semplicemente noto come social market economy, associa i principi generali del libero mercato – valuta stabile, libera contrattazione, regole fisse di politica economica, mercati orientati all’esportazione – con l’idea che le forze spontanee e la flessibilità non sono in grado da sole di generare un mercato efficiente. In altre parole lo Stato deve creare le precondizioni per un funzionamento corretto del mercato.
Obiettivo del lavoro è ricostruire i contenuti e il dibattito teorico che ha condotto all’elaborazione di questa alternativa di approccio al mercato

Approfondimenti:

Tito Boeri: Costi pubblici, profitti privati

Massimo Giannini: Alitalia, resta solo la bandiera

Colaninno:”Non ci regalano Alitalia un dovere accettare questa sfida”

Alitalia, Cda dichiara insolvenza

DON LUIGI STURZO: CHI LO TIRA A DESTRA CHI LO TIRA A SINISTRA

Il pensiero di don Luigi Sturzo- su Democrazia, Etica ed Economia, Etica e Politica, pace Internazionale

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