Tremonti: La crisi è peggiore del previsto, siamo alla soglia di rottura

Ieri alla Camera Tremonti ha ribadito la gravità della crisi in corso e le deboli prospettive di crescita.

Come! Giulio solo un anno fà diceva : “Come nel ‘29, ma solo per gli Usa”

Ora noi della rete qualche dubbio lo avevamo…..

Agosto 2007 da fonte esterna: Report economico e comparativo con alcuni dati della crisi del 1929 –  file pdf pag.28

Ma veniamo alla sintesi dell’intervento del Ministro dell’economia Giulio Tremonti. ( l’inserimento di  alcuni grafici già pubblicati in altri post precedenti, serve per avere un quadro più esaustivo )

Il Fondo Monetario Internazionale ha confermato che l’Italia ha uno dei tassi di crescita più bassi attesi per il 2008 e 2009, in un mondo che comunque sta rallentando. La crescita particolarmente debole rende per noi più grave il problema dell’inflazione che accelera.

I dati sull’inflazione italiana comunicati dall’Istat martedì sono stati affiancati mercoledì da quelli di Eurostat e ieri, per tutto il mondo, da quelli del Fmi.

Quasi dovunque gli aumenti dei prezzi si fanno più rapidi e diffusi. A qualcuno il 3.8% dei nostri prezzi al consumo può sembrare ancora contenuto, ma la percentuale cresce rapidamente, per il paniere degli acquisti più frequenti è quasi il 6%.

L’inflazione è ormai al 4% nella media europea e in Usa, mentre in diversi Paesi emergenti è tornata a superare il 10%. L’inflazione è economicamente e socialmente costosa, aumenta i tassi di interesse, accresce il rischio di ogni scelta economica e ridistribuisce il reddito e la ricchezza in modo ingiusto e arbitrario.

Ha sempre meno senso trascurarlo consolandosi con l’inflazione cosiddetta «core», più bassa ma meno significativa. E’ ormai arbitrario cercare di distinguere l’inflazione importata da quella di origine interna.

La pressione inflazionistica si forma a livello globale, la politica monetaria che contribuisce a determinarla è decisa a livello europeo, l’intreccio delle esportazioni e importazioni è inestricabile e rende le dinamiche dei prezzi essenzialmente internazionali.

L’inflazione aumenta anche perché il costo del lavoro nelle economie emergenti, dalle quali importiamo e dove delocalizziamo le produzioni, comincia a crescere in modo più normale. Se dovessimo davvero calcolare l’inflazione importata dovremmo togliere anche l’effetto di questo fenomeno dai nostri prezzi. Ma non sarebbe né sensato né utile.

Gli aumenti dei prezzi rimangono comunque diversi nei diversi Paesi, ciascuno dei quali deve reagire nel modo migliore alla pressione inflazionistica generale.

E’ un compito che spetta alle autorità di politica economica, alle parti sociali e, in un certo senso, a ciascuno di noi, per il ruolo  anche minimo  che ha nell’influenzare i mercati e il clima di opinione dal quale dipende il loro funzionamento.

Le parole d’ordine per moltiplicare gli anticorpi contro l’inflazione sono tre:

flessibilità, concorrenza e produttività.

La flessibilità è necessaria perché l’economia mondiale cambia rapidamente. Cambiano la distribuzione geografica della produzione, i vantaggi comparati delle diverse regioni, le funzioni e i poteri dei governi nelle economie, le forze contrattuali delle categorie di percettori di reddito, le tecniche produttive e commerciali, i gusti dei consumatori.

Quando tutto cambia, non possono rimaner fermi i rapporti fra i prezzi dei singoli beni e servizi, né la struttura funzionale, settoriale e territoriale dei salari e delle retribuzioni. Se questi rapporti si irrigidiscono, si ostacola in modo sterile il cambiamento e si dà spazio all’inflazione. Infatti, se un singolo prezzo o salario deve crescere, per un cambiamento di domanda o di produttività, la rigidità dei rapporti con gli altri prezzi e salari trascina anche questi all’aumento e provoca inflazione.

Da questo punto di vista la flessibilità è il contrario dell’indicizzazione automatica dei salari. Ciò non significa, ovviamente, che nelle richieste salariali non si debba tener conto del potere d’acquisto della moneta in cui sono espressi.

La concorrenza è cruciale. Più un mercato è aperto e concorrenziale, meno protetti sono gli operatori che vi occupano posizioni dominanti, meno è automatico e immediato che le pressioni inflazionistiche generali si trasferiscano ai suoi prezzi.

L’inflazione da potere di mercato è forse la peggiore e la più ingiusta. Il segreto per combatterla, come ha ben sottolineato la recente Relazione dell’Autorità antitrust italiana, è di non concentrarsi solo sui grandi monopolisti, ma entrare nel dettaglio dei poteri di mercato locali, colpendo le concertazioni e gli oligopoli che si formano anche fra le piccole e medie imprese, private e pubbliche.

La terza parola d’ordine è la produttività. Per frenare gli aumenti dei prezzi occorre produrre di più, meglio, a costi più bassi. E se occorre cambiare il prodotto o il lavoro che facciamo, e il modo con cui lo facciamo, dobbiamo disporci a farlo. E’ ovvio che ogni sforzo in questo senso, anche piccolo, è un contributo a frenare l’inflazione.

Salari: anche l’Ocse dice che:

In Italia i salari sono inferiori di quasi il 20% alla media Ocse, ma se si guarda il potere d’acquisto il divario sale al 22%.

La conferma a quanto sanno già bene i consumatori italiani arriva dal rapporto dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che raggruppa i Paesi più industrializzati del mondo). Oltretutto non è vero che gli italiani lavorano poco: nel 2007 in Italia si è lavorato, infatti, in media 1.824 ore, 10 in più dell’anno prima e 30 in più della media Ocse.

Il salario medio loro annuo in Italia nel 2006 è stato pari a 31.995 dollari, inferiore del 19,5% rispetto ai 39.743 dollari che costituiscono la media Ocse, sotto anche la media Ue (36.706).

Se poi si considera il livello dei salari in termini di potere di acquisto, il dato italiano scende a 29.844 dollari, -22% rispetto ai 38.252 dollari della media Ocse e 34.322 della medie europea.

Reddito Effettivo e reddito necessario (Fonte: ISAE)

Dobbiamo forse prepararci a convivere per qualche anno con un’inflazione più elevata di quanto sarebbe opportuno. Essa però sarà minore, meno persistente e nociva, nelle economie che sapranno primeggiare in flessibilità, concorrenza e produttività.

Pressione Fiscale in Italia

Approfondimenti:

  • In questi giorni, sono stati pubblicati su questo sito diversi POST economici, nell’insieme possono dare un quadro più completo sulle singole problematiche.
  • Inoltre è utile ed agevole una lettura del nostro Report pubblicato a Marzo 2008, chè è una fotografia dell’Italia subito dopo le ultime elezioni politiche.
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